A passo di gambero. Guerre calde e populismo di Umberto Eco

Recensione/schizzo #5

Ho appena terminato di leggere A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico di Umberto Eco.

Libro tagliente, vivace, divertente e profondo, messo insieme per la maggior parte con articoli pubblicati su “La Repubblica” e “L’Espresso”, accresciuto da pochi e brevi saggi scritti per conferenze e congressi.

Il nucleo centrale del libro è l’idea che “negli ultimi tempi si erano verificati degli sviluppi tecnologici che rappresentavano dei veri e propri passi all’indietro.”

In A Passo di Gambero ci sono articoli su Berlusconi, la guerra in Iraq, il crocifisso nelle scuole, Dan Brown, Occidente Vs Oriente, Pacs, razzismo, tecnologia; ma anche facezie, citazioni letterarie, studi sociologici e ritratti ironici della società moderna.

Libro di facile lettura, d’impianto prettamente divulgativo, che tenta nel complesso di fornire al lettore gli strumenti critici per leggere la realtà contemporanea.

 [ Umberto Eco, A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico, Bompiani, 2006, pagine 364, euro 17.50]

f.s.

Di seguito l’introduzione "I passi di Gambero" al volume:

Questo libro raccoglie una serie di articoli e interventi scritti tra il 2000 e il 2005. Il periodo è fatidico, si apre con le ansie per il nuovo millennio, esordisce con l’11 settembre, seguito dalle due guerre in Afghanistan e in Iraq, e in Italia vede l’ascesa al potere di Silvio Berlusconi.

Pertanto, lasciando cadere tanti altri contributi su svariati argomenti, ho voluto raccogliere solo gli scritti che si riferivano agli eventi politici e mediatici di questi sei anni. Il criterio di selezione mi è stato suggerito da uno degli ultimi pezzi della mia precedente raccolta di articoli (La bustina di Minerva), che s’intitolava Il trionfo della tecnologia leggera.

Sotto forma di falsa recensione di un libro attribuito a tale Crabe Backwards, osservavo che negli ultimi tempi si erano verificati degli sviluppi tecnologici che rappresentavano dei veri e propri passi all’indietro. Osservavo che la comunicazione pesante era entrata in crisi verso la fine degli anni settanta. Sino ad allora lo strumento principe della comunicazione era il televisore a colori, una scatola enorme che troneggiava in modo ingombrante, emetteva nel buio bagliori sinistri e suoni capaci di disturbare il vicinato.
Un primo passo verso la comunicazione leggera era stato fatto con l’invenzione del telecomando: con esso non solo lo spettatore poteva abbassare o addirittura azzerare l’audio ma anche eliminare i colori e lavorare di zapping.

Saltellando tra decine e decine di dibattiti, di fronte a uno schermo in bianco e nero senz’audio, lo spettatore era già entrato in una fase di libertà creativa, detta “fase di Blob”. Inoltre la vecchia tv, trasmettendo avvenimenti in diretta, ci rendeva dipendenti dalla linearità stessa dell’evento. La liberazione dalla diretta si è avuta col videoregistratore, con cui non solo si è realizzata l’evoluzione dalla Televisione al Cinematografo, ma lo spettatore è stato in grado di mandare le cassette all’indietro, sfuggendo così del tutto al rapporto passivo e repressivo con la vicenda raccontata.

A questo punto si sarebbe potuto persino eliminare completamente l’audio e commentare la successione scoordinata delle immagini con colonne musicali di pianola, sintetizzata al computer; e – visto che le stesse emittenti, col pretesto di venire in aiuto ai non udenti, avevano preso l’abitudine di inserire didascalie scritte a commento dell’azione – si sarebbe pervenuti ben presto a programmi in cui, mentre due si baciano in silenzio, si sarebbe visto un riquadro con la scritta “Ti amo”. In tal modo la tecnologia leggera avrebbe inventato il film muto dei Lumière.

Ma il passo successivo era stato raggiunto con l’eliminazione del movimento dalle immagini. Con Internet il fruitore poteva ricevere, con risparmio neurale, solo immagini immobili a bassa definizione, sovente monocolori, e senza alcun bisogno del suono, dato che le informazioni apparivano in caratteri alfabetici sullo schermo.

Uno stadio ulteriore di questo ritorno trionfale alla Galassia Gutenberg sarebbe stato – dicevo allora – l’eliminazione radicale dell’immagine. Si sarebbe inventata una sorta di scatola, pochissimo ingombrante, che emetteva solo suoni, e che non richiedeva neppure il telecomando, dato che si sarebbe potuto eseguire lo zapping direttamente ruotando una manopola. Pensavo di aver inventato la radio e invece stavo vaticinando l’avvento dell’I-Pod.

Rilevavo infine che l’ultimo stadio era già stato raggiunto quando alle trasmissioni via etere, con tutti i disturbi fisici che ne conseguivano, con le pay-tv e con Internet si era dato inizio alla nuova era della trasmissione via filo telefonico, passando dalla telegrafia senza fili alla telefonia con i fili, superando Marconi e tornando a Meucci.

Scherzose o meno che fossero, queste osservazioni non erano del tutto azzardate. D’altra parte che si stesse procedendo a ritroso era già parso chiaro dopo la caduta del muro di Berlino, quando la geografia politica dell’Europa e dell’Asia era radicalmente cambiata. Gli editori d’atlanti avevano dovuto mandare al macero tutte le loro scorte (rese obsolete dalla presenza di Unione Sovietica, Jugoslavia, Germania Est e altre mostruosità del genere) e avevano dovuto ispirarsi agli atlanti pubblicati prima del 1914, con la loro Serbia, il loro Montenegro, i loro stati baltici e così via.

Ma la storia dei passi all’indietro non si arresta qui, e questo inizio del terzo millennio è stato prodigo di passi del gambero. Tanto per fare qualche esempio, dopo il cinquantennio di Guerra Fredda, abbiamo avuto con l’Afghanistan e l’Iraq il ritorno trionfale della guerra guerreggiata o guerra calda, addirittura riesumando i memorabili attacchi degli “astuti afghani” ottocenteschi al Kyber Pass, una nuova stagione delle Crociate con lo scontro tra Islam e cristianità, compresi gli Assassini suicidi del Veglio della Montagna, tornando ai fasti di Lepanto (e alcuni fortunati libelli degli ultimi anni potrebbero essere riassunti col grido di “mamma li turchi!”).

Sono riapparsi i fondamentalismi cristiani che sembravano appartenere alla cronaca del XIX secolo, con la ripresa della polemica antidarwiniana, ed è risorto (sia pure in forma demografica ed economica) il fantasma del Pericolo Giallo. Da tempo le nostre famiglie ospitano di nuovo servi di colore, come nel Sud di Via col vento, sono riprese le grandi migrazioni di popoli barbari, come nei primi secoli dopo Cristo, e (come osserva uno dei pezzi qui pubblicati) rivivono almeno nel nostro paese riti e costumi da Basso Impero.

È tornato trionfante l’antisemitismo con i suoi Protocolli, e abbiamo i fascisti (per quanto molto post, ma alcuni sono ancora gli stessi) al governo. D’altra parte, mentre correggo le bozze, un atleta allo stadio ha salutato romanamente la folla plaudente. Esattamente ciò che facevo io quasi settant’anni fa da balilla – salvo che io ero obbligato. Per non dire della Devoluzione, che ci riporta a un’Italia pre-garibaldina.

Si è riaperto il contenzioso post-cavouriano tra Chiesa e Stato e, per registrare anche ritorni quasi a giro di posta, sta tornando, in varie forme, la DC. Sembra quasi che la storia, affannata per i balzi fatti nei due millenni precedenti, si riavvoltoli su se stessa, tornando ai fasti confortevoli della Tradizione.

Molti altri fenomeni di passo retrogrado emergeranno dagli articoli di questo libro, abbastanza insomma per giustificarne il titolo. Ma indubbiamente qualcosa di nuovo, almeno nel nostro paese, è avvenuto – qualcosa che non era ancora avvenuto prima: l’instaurazione di una forma di governo basata sull’appello populistico via media, perpetrato da un’impresa privata intesa al proprio privato interesse – esperimento certamente nuovo, almeno sulla scena europea, e molto più avveduto e tecnologicamente agguerrito dei populismi del Terzo Mondo.

A questo tema sono dedicati molti di questi scritti, nati dalla preoccupazione e dall’indignazione di questo Nuovo che Avanza e che (almeno mentre mando in stampa queste righe) non è ancora detto si possa arrestare.

La seconda sezione del libro si intitola al fenomeno del regime di populismo mediatico, e non ho alcuna esitazione a parlare di “regime”, almeno nel senso in cui i medievali (che non erano comunisti) parlavano de regimine principum.

A questo proposito, e di proposito, apro la seconda sezione con un appello che avevo scritto prima delle elezioni del 2001 e che è stato molto vituperato. Già allora un corsivista di destra, che evidentemente mi vuole però qualche bene, si stupiva addolorato che un uomo “buono” come me potesse trattare con tanto disprezzo una metà dei cittadini italiani che non votavano come lui. E ancora recentemente, e non da destra, è stata rivolta a questo genere d’impegno l’accusa di arroganza – rovinosa attitudine che renderebbe antipatica gran parte della cultura di opposizione.

Ho sofferto molte volte nel vedermi accusato di voler riuscire simpatico a tutti i costi, così che lo scoprirmi antipatico mi riempie d’orgoglio e di virtuosa soddisfazione.

Ma curiosa è questa accusa, come se ai loro tempi si fosse imputato (si parva licet componere magnis) ai Rosselli, ai Gobetti, ai Salvemini, ai Gramsci, per non dire dei Matteotti, di non essere abbastanza comprensivi e rispettosi nei confronti del loro avversario.

Se qualcuno si batte per una scelta politica (e nel caso in questione, civile e morale), fatto salvo il diritto-dovere di essere pronti a ricredersi un giorno, in quel momento deve ritenere di essere nel giusto e denunciare energicamente l’errore di coloro che tendono a comportarsi diversamente. Non vedo dibattito elettorale che possa svolgersi all’insegna dell'”avete ragione voi, ma votate per chi ha torto”. E nel dibattito elettorale le critiche all’avversario devono essere severe, spietate, per potere convincere almeno l’incerto.

Inoltre molte delle critiche giudicate antipatiche sono critiche di costume. E il critico di costume (che sovente nel vizio altrui fustiga anche il proprio, o le proprie tentazioni) deve essere sferzante. Ovvero, e sempre per rifarsi ai grandi esempi, se vuoi essere critico di costume, ti devi comportare come Orazio; se ti comporti come Virgilio, allora scrivi un poema, magari bellissimo, in lode del Divo regnante.

Ma i tempi sono oscuri, i costumi corrotti, e anche il diritto alla critica viene, quando non soffocato con provvedimenti di censura, indicato al furor popolare. Pubblico pertanto questi scritti all’insegna di quella antipatia positiva che rivendico.

[ Umberto Eco, A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico, Bompiani, 2006, pagine 364, euro 17.50]