LEGACCETTI (recensioni come ricordi): Francesco Paolo Botti, “Scritti su Leopardi”

Francesco Paolo Botti, Scritti su Leopardi, Salerno Editrice («Studi e Saggi», 67), Roma 2021, 160 pp., 18 euro.

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di Luciano Curreri* (ULIEGE, Belgique)

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Francesco Paolo Botti, a inizio anni Settanta, poco più che ventenne, scrive saggi su Leopardi che entrano nel dibattito allora in corso. L’Umberto Carpi di Il poeta e la politica. Belli, Leopardi, Montale (1978) li cita praticamente tutti, commentandoli positivamente e più di una volta in nota. Quando – nelle benemerite «Le forme del significato» (Mazzacurati, Palermo, V. Russo) di Liguori (indimenticabili le copertine), in cui esce il libro di Carpi ora ricordato – gli studi di Botti vengono raccolti e pubblicati in La nobiltà del poeta. Saggio su Leopardi (1979), il libro è giudicato «interessante» e «serio», pur accompagnato dai soliti ‘ma’ dei Maestri, rispettivamente nella quarta edizione di La protesta di Leopardi (1982, la prima è del 1973) di Walter Binni e in Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana (1982 e 1985) di Sebastiano Timpanaro.

Dopo averci offerto, all’inizio del nuovo secolo e millennio, Leopardi e il destino della poesia (Libreria Dante & Descartes, Napoli 2002), Botti ci dà un’ulteriore prova della sua fedeltà con questi Scritti su Leopardi, editi in seno alla consueta eleganza da Salerno. Da non sottovalutare l’Appendice, che punta bene il dito su Il leopardismo autobiografico di De Sanctis e circolarmente tende un po’ ad accordare le incipitarie annotazioni del primo capitolo, La lirica impura, dedicato alle Ricordanze, a quelle finali dell’Appendice, per l’appunto, sullo «statuto impuro, ibrido» del «genere» autobiografico e critico di quei magnifici incompiuti, non-finiti, che sono La giovinezza e lo Studio su Giacomo Leopardi, precipitati in una sorta di scambio osmotico che fa della narrazione una saggistica e della saggistica una narrazione. E così ci immergiamo una volta di più nel contesto di una critica in cui un grande lettore poteva indicarci, discreto ma appassionato, «un rapporto [quello con Leopardi] segnato dall’impronta esistenziale del più intenso coinvolgimento autobiografico». Stile tardo, Said? Botti ammicca fugace e poi si incammina per quella che già Mario Sansone intuiva come «la via […] napoletana, dell’interpretazione della poesia di Leopardi»: via «orientata ad estrarne a tutti i costi una valenza ottimistica», commenta l’autore sulla scia di una bella citazione dal famoso saggio desanctisiano su Schopenhauer e Leopardi. Ovviamente le analisi di Francesco Paolo Botti sono, nel dettaglio, ben più succulente, argomentate e aggiornate di queste mie righe, legaccetti di poco conto che provano a tenere insieme quel recensire e ricordare che ci regalano, pur in sintesi, ancora un po’ di piacere e di passione, n’est-ce- pas ?


*Luciano Curreri (Torino 1966), ordinario di Lingua e letteratura italiana all’Université de Liège dal 2008, fa parte della redazione di «Retroguardia 3.0» ed è attivo soprattutto come saggista e narratore. Recentissimi due esperimenti sostanzialmente impuri ed ibridi: Il non memorabile verdetto dell’ingratitudine. Seguito dai «Sei pensieri grati e gratis», InSchibboleth («Margini», 6), Roma 2021, e Tutto quello che non avreste mai voluto leggere – o rileggere – sul fotoromanzo. Una passeggiata, con Michel Delville e Giuseppe Palumbo, Comma 22, Bologna 2021. In seno al 150° anniversario della Commune de Paris, da ricordare infine e almeno il birichino e fortunato La Comune di Parigi e l’Europa della Comunità? Briciole di immagini e di idee per un ritorno della Commune de Paris (1871), Quodlibet («Elements», 20), Macerata 2019.

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