Luciano Curreri, “Il mondo come teatro. Storia e storie nelle narrazioni di Ernesto Ferrero”

Luciano Curreri, Il mondo come teatro. Storia e storie nelle narrazioni di Ernesto Ferrero, Firenze, Olschki, 2021, 124 p., € 10,00


di Vittorio Frigerio (Dalhousie University)

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In questo agile volumetto, Luciano Curreri propone o ripropone una decina di saggi – o piuttosto, come ben dice l’autore stesso, “micro-saggi” – in parte già apparsi altrove, tra i vari volumi da lui sparsi generosamente ai venti della critica, o affidati a siti internet, ma qui rivisti e raccolti in modo da porre in valore l’unicità di una visione che, per quanto prima disseminata, è ora marcata in modo chiaro e riconoscibile da un carattere che è anche un sistema, o perlomeno funziona eccellentemente in quanto tale. In questi “rivoli di entusiasmo” (espressione eccessivamente modesta) è per prima cosa e per l’appunto l’entusiasmo a dominare e straripare: quel fervore, quella partecipazione che porta il critico a lanciarsi alla scoperta dell’opera senza remore e un tantino allo sbaraglio, trascinando seco il lettore, fiducioso che le porte che si troveranno dinnanzi avranno l’accortezza di lasciarsi aprire senza opporre soverchia resistenza – al contrario del portone del castello di Barbablù, con cui si comincia.

Non dunque, come avverte infatti l’autore, “una vera monografia” (15), ma piuttosto una “cartina di tornasole” (14), o anche diremmo noi una cartina tout court, di quelle che ogni turista avveduto non dovrebbe scordare quando s’appresta a scoprire lande incognite. È nella discussione di Gilles de Rais e del libro che Ferrero gli ha consacrato (come delle sue riedizioni con titolo leggermente ma significativamente differente), che la complessità della cartina comincia a farsi evidente. All’“ampia erudizione storiografica” (26) di Ferrero, secondo Alessandro Barbero, qui citato, si aggiunge l’ampia erudizione critica di Curreri, che amplifica Gilles de Rais. Delitti e castigo di «Barbablù» (1975), all’epoca già lodato, peraltro, da Pasolini, contestualizzandolo ulteriormente e aggiungendo ai “tanti e differenti stimoli che giungono a Ferrero” (28) i tantissimi che giungono a lui. Tra letteratura, cinema e politica si accennano strade che dal Quattrocento in poi non hanno cessato d’essere frequentate, talvolta più di quanto si sarebbe voluto. Permanenza di un tempo che non passa forse mai, o che finge solo di passare, ma dal quale si può almeno cercare di trarre, come in certe pagine di Ferrero, qualche insegnamento, senza pretendere peraltro che esso porti alla scorciatoia che permetterebbe di sfuggire sul serio al percorso obbligato che è stato ed è fatalmente il nostro.

In effetti, con Cervo bianco siamo a un vero e proprio romanzo: un romanzo del 1980, per noi “un mondo lontano e vicino a un tempo” (33), che è visto non tanto in parallelo al lavoro di Umberto Eco – via il contemporaneo Nome della rosa – quanto a quello di Sciascia, confluente in Il teatro della memoria (1981 [pp. 34-36]), e in funzione tanto della cronaca dell’epoca quanto del percorso professionale di Ernesto Ferrero e delle sue attività presso l’editore Einaudi. Sulla scia, è il discorso, leggero e allusivo, su N., il romanzo Premio Strega 2000 che si vuole un insieme di Memorie su Napoleone all’isola d’Elba e un gioco prettamente autobiografico, a partire da quell’epigrafe che evoca un altro imperatore: Giulio Einaudi. Il gioco si trova tutto “in quell’arrovellarsi […] sulla maschera, sull’identità” (41), che forma l’ossatura essenziale di questa parabola, alla base della quale, certo, c’è il Napoleone che Ferrero ritrova ancora vent’anni dopo, in seno all’anniversario celebrato con Napoleone in venti parole (2021). E in quest’ultimo Curreri trova lo spunto per raccogliere, come i sassolini bianchi di Pollicino, le tracce napoleoniche attraverso gli scritti diversi di Ferrero, tesi a disegnare un progetto discreto il cui fine ultimo resta il “disvelamento della natura umana” (45): una discussione sul potere e sulla parola, su ciò che si deve o si può dire, o talvolta si finisce, non sempre per scelta, per tacere.

Dal confronto narrativo sotto forma di Memorie con la Storia, anche con la S maiuscola, si passa a quel “romanzo storico” – perlomeno così definito da Paolo Di Stefano – ambientato negli ormai a quanto pare lontanissimi anni Sessanta del Novecento, I Migliori anni della nostra vita. Qualche decennio solamente, e si è già nel mito, in una specie di “Eden perduto” (49) animato da un’irresistibile attività culturale che ha lasciato segni profondi e durevoli, e da un ottimismo generalizzato che guardato dai nostri lidi attuali pare realmente appartenere a un passato remoto. Ma ancora una volta la storia si mischia all’autobiografia, e persino al romanzo di formazione, e Curreri, con l’abituale – giusta e gioiosa – abbondanza di parallelismi, rinvii e suggerimenti, innesta sul suo soggetto una dissertazione sul tema del lavoro, del prestigio e del potere, che non perde mai di vista il suo punto di partenza ma si spinge anche più in là, verso considerazioni quasi atemporali.

Considerazioni invece saldamente datate e radicate in un momento e un tempo certi, sono quelle che vengono al critico nel presentare Disegnare il vento. L’ultimo viaggio del capitano Salgari. Ci troviamo, in effetti, di fronte a un incontro che non poteva non fare scintille, sapendo quanto l’esegesi salgariana sia importante nel percorso critico di Curreri, che al “capitano” ha consacrato numerosi studi ed edizioni critiche. È dunque il fascino di una certa “’ontologia’ salgariana giocata sempre a ridosso della fine” (58) che porta qui a un dialogo a distanza dove si tenta di tratteggiare i confini di una sorta di verità penultima che emergerebbe nel caso salgariano – e non solo – da quegli scritti che ancora arrivano quando il calamaio si è ormai quasi asciugato. Appare allora un Salgari-personaggio, utile chiave di lettura per istigare altri viaggi, tra oceani di carta. Riprendendo certi suoi tracciati ermeneutici e tematici, Curreri può allora parlare di un “ritorno” di Salgari, che attraverso Ferrero serve anche per illustrare quei luoghi dai quali il buon Emilio avrebbe voluto partire: le città che ispirano, che rendono essenziale la partenza. E letterariamente, il confronto tra Ferrero – che “abita nel condominio che fu l’ultima casa torinese di Salgari” (67) – e quest’ultimo, permette anche riflessioni più dirette e per nulla scontate sulla meta-narrazione, sui rapporti tra lo scrittore e le sue fonti, sulla ricerca che affiora nel romanzo e sull’importanza centrale dei prestiti; anche su quella di un generoso saccheggio che finisce per dare pure più di quanto prende. Belle pagine, queste, sul “povero, dissennato, audace Emilio” (69), che riscalderanno il cuore di coloro che hanno ancora l’innocenza (o la fedeltà) che ci vuole per ricordarsi di lui.

Dai grandi (anche relativamente grandi) spazi salgariani si passa al minuscolo ‘Eden’ lombardo di Storia di Quirina, di una talpa e di un orto di montagna (2014), romanzo che offre al critico, tessendo rapporti con altre opere di Ferrero, e in particolare con N., l’opportunità di chiosare sull’impossibilità della pace e dell’isolamento, ma anche sulla necessità dell’esistenza di un avversario, un imprescindibile e inevitabile antagonista che permette attraverso la sua presenza il solidificarsi dell’identità attraverso il confronto con l’altro. E da qui, passando al Piemonte, si arriva a “quell’esperimento saggistico e narrativo a un tempo che è l’Amarcord bianconero (2018)” (81), ode alla Juventus, se si vuole, ma soprattutto a un’idea del calcio che in fondo ha ben poco a che vedere con autentici campi verdi e in cui trionfano piuttosto il bianco e nero dei ricordi televisivi di una volta, le parole dei commentatori (viene in mente Gianni Brera) e il discorso (anche letterario) che lo crea e lo nutre, il football, facendolo passare dalla chiacchiera banale al mito. Ed è attraverso la storia d’un calciatore chiamato, neanche a farlo apposta, Parola, che il “micro-saggio” fluisce tra cultura, storia e politica. E se parlando di Ferrero, Curreri loda il “saggista-flâneur” (85), il lettore avvertito sente, forse qui più che altrove, che si tratta di un ‘dialogo-palleggio’ intorno al ‘libro-campo’ cui egli è invitato a partecipare, a giocare, mescolandosi a una buona compagnia senza troppe remore e dubbi.

Il penultimo capitoletto è dedicato all’ultima opera, almeno per ora, di Ferrero, Francesco e il sultano (2019), e permette di nuovo al critico di tornare su “quel plurale e ambiguo sovrapporsi di Storia e storie che pur differentemente nutrono tutte le narrazioni” del suo scrittore (90). Tra impostura, invenzione (viene voglia di dire fake news in termini contemporanei), scrittura e riscrittura, ironia e autoironia, Curreri evoca giustamente Calvino e Sciascia per sottolineare l’importanza di uno scambio e di un dialogo che attraversano buona parte della narrativa del Nostro, e che qui risaltano in modo particolare.

Se questi capitoli sono stati tutti, in fondo, e a volte anche in superficie, confronti tra l’autore e il suo soggetto, il decimo lo è realmente. Qui la voce del critico passa in sordina e la parola che domina è quella di Ferrero, nel quadro d’uno scambio amichevole quanto proficuo. Lungi da noi il desiderio di rovinare il piacere dei lettori, che ci auguriamo numerosi, di questo libro, anticipandone troppi passaggi. Le riflessioni dello scrittore sulle trasformazioni del paesaggio letterario nel corso degli ultimi sessant’anni, la scomparsa dei “maestri” e l’industrializzazione crescente della critica, dove le giovani reclute sono spinte ad essere “catena di montaggio di te medesimo” (99) sono più che condividibili, così come molti altri spunti tanto chiari quanto concisi ed elegantemente espressi.

Tra le varie piccole perle che si possono trovare in questo libricino, ve n’è una che il libro stesso contraddice: “scrivere sulla letteratura è una scusa, per non scrivere sulla vita” (64). Abbiamo invece una prova che le due scritture possono benissimo tenersi la mano e avanzare di pari passo, lungo sentieri ameni, dove il lettore (reale, avvertito e divertito) potrà perdersi, e al contempo ritrovarsi, con piacere; con molto piacere.