Primo Levi

(27 gennaio Giorno della Memoria. Quando il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa, che avanza verso la Germania, libera il campo di concentramento di Auschwitz)

Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case, / Voi che trovate tornando a sera / Il cibo caldo e visi amici: // Considerate se questo è un uomo…” (P. Levi, Shemà, 10 gennaio 1946); “[…] guardavamo i soldati tedeschi che passeggiavano per le vie con aria innocua, e ci capitava di osservare fra noi: ‘Eppure sono uomini che ci rassomigliano: come possono fare quello che fanno?’. Eravamo fieri di noi, perché riuscivamo a non capirli” (J.-P. Sartre, Prefazione a H. Alleg, La Question, 1958).


di Stefano Lanuzza 

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Italianista, critico letterario, filologo e autore di poesie nel vernacolo del nativo paese di Piossasco nel nord-ovest piemontese, Giovanni Tesio pubblica recentemente, con Lindau, il romanzo di formazione Gli zoccoli nell’erba pesante (2018) e, per le edizioni novaresi Interlinea, un personale, sapiente “sillabario” (Parole essenziali, 2014) seguito dai versi dialettali con autoriale testo italiano Nosgnor (2020). Fino al magnifico volume di saggi La luce delle parole (2020), propizia dichiarazione d’un “amore mai deluso” – per cosa se non per la letteratura?

S’aggiungano le impegnate antologie Nell’abisso del lager. Voci poetiche sulla Shoah (2019) e Nel buco nero di Auschwitz. Voci narrative sulla Shoah (2021), sistematica dilogia redatta sulla scorta d’una confraternita di testimoni – narratori e poeti che prendono la parola smentendo l’intemerata di Adorno secondo cui, dopo Auschwiz, non avrebbe più senso scrivere poesie… Invece non si censura la poesia che, secondo l’oggi negletto Benedetto Croce, è autonoma, scevra d’ogni condizionamento e perfino definizione: ché altro essa non sarebbe se non sé stessa o ‘cosa in sé’.

Ora, nato a Torino nel 1919, c’è Primo Levi che, sospendendosi al dilemma di essere poeta (lo è guardando un po’ a Gozzano, non lo è similmente a un Dostoevskij), compone strofe (L’osteria di Brema, 1975; Ad ora incerta, 1984) che, scevre d’ogni lirismo, divengono in La tregua (1963) epigrafi memorande: “Sognavamo nelle notti feroci / Sogni densi e violenti / Sognati con anima e corpo: / Tornare; mangiare; raccontare. / Finché suonava breve sommesso / Il comando dell’alba: / ‘Wstawać’ [Alzarsi in piedi! Sveglia!] / E si spezzava in petto il cuore”. Parole di un sopravvissuto che, al pari del Superstite della poesia eponima, non s’affranca dal senso di colpa per una sopravvivenza press’a poco da ‘giustificare’: “Non ho soppiantato nessuno, / Non ho usurpato il pane di nessuno. / Nessuno è morto in vece mia. Nessuno. / […] / Non è mia colpa se vivo e respiro / E mangio e bevo e dormo e vesto panni”… C’è in Levi – inferisce Tesio – “una ‘vergogna’ mai interamente assorbita, metabolizzata, […,] una ferita mai del tutto risarcita”; e, implacabile, “una ‘colpa’, che in qualche modo s’insinua e rode”… Scrivere non è salvarsi.

Esce intanto di Tesio, sempre con Interlinea, il gremito e risolutivo, nato da un’assidua cura e perfettamente accademico Primo Levi. Il laboratorio della coscienza (2022, pp. 244, € 20) dove l’autore tiene a premettere la propria disposizione esegetica basata sceltamente sulla congenialità col protagonista del proprio studio… Critico – si vuol dire – è il lettore consono a un omologo “scrittore ideale” concorde con la “vocazione di medietà, di ottimismo moderato e relativo [, prossimo a un modello] di scrittura densa e chiara, nutrita però da qualche vena d’estro lessicale” esposto con dosata “capacità di discrezione”. Un ispirato estro che, a tentare qui una comparazione, lo scrittore ammira nel barocco-espressionismo con ‘parlato’ ibrido del suo ariostesco contemporaneo e coetaneo, eppure da lui diverso, Stefano D’Arrigo (Alì Marina, 1919 – Roma, 1992), artefice del romanzo Horcynus Orca (1975): per Levi, “un libro esuberante, crudele, viscerale e spagnolesco, dilata un gesto in dieci pagine, […] non mi stanco di rileggerlo e ogni volta è nuovo. Lo sento internamente coerente, arte e non artificio” (La ricerca delle radici, 1981, ricco di riferimenti agli autori maggiormente formativi; senza citare “Dante né Manzoni, proprio perché” commenta Tesio “più ovviamente frequentati”).

Se Levi è scrittore che, costantemente, fonda come pochi altri il proprio discorso sui rapporti tra letteratura e scienza, sull’argomento non è, sempre per comparazione, da trascurare il secondo romanzo di D’Arrigo Cima delle nobildonne (1985) riguardante le sperimentazioni dei laboratori scientifici.

Poi Tesio concentra l’attenzione sulla coerenza degli scritti di Levi, contraddistinti da applicati controlli dello stile e da una classica “volontà di chiarezza e d’ordine, di moralità e di ragione”; con riferimenti a fatti vissuti da cui non sono esclusi dei risvolti sapidi, giocosi e perfino umoristici, presto caricati di rigorosa serietà e blanditi dal temperante “riso delle storielle ebraiche” (Levi, L’altrui mestiere, 1985): a dimidiare o esorcizzare la stessa angoscia storica dell’esperienza del lager rivissuta da un “ebreo più di ritorno che di partenza, ma ebreo in ogni caso, quantunque integrato”. Integrato e tuttavia “marginale rispetto alla repubblica letteraria” (Tesio).

Se gli scritti di Levi e lo stesso autore non sono da assumere “come una sorta di monolito e come una sorta di icona” dall’identità esemplare ovvero invariata, si guardi anche alla ricchezza linguistica della sua opera sostenuta da un’antica saggezza manifestata, oltre che in un codice italiano loico e trasparente, con meditati ricorsi a parole della scienza e ad allegorie, “arcaismi, neologismi, dialettismi”: ciò a itinerante distanza, appunto, da quel culto della “separatezza tra cultura scientifica e cultura letteraria” che reprimerebbe i plurimi, naturali rapporti della scrittura con l’esperienza quotidiana, l’etica e un’attenta visione delle cose… Non meno che per la letteratura – spiega Tesio – in Levi restano sostanziali, con un discreto disdegno per la rigida erudizione, gli interessi per la logica scientifica, per la chimica suo principale mestiere, oltre che per l’etologia, la zoologia, la fisica, la linguistica, la tecnica informatica.

Configurare pragmaticamente “l’ardua unità […] tra letteratura e vita” affidandosi a una volontà conoscitiva riottante con l’inconoscibile o l’inspiegabile pare, allora, lo scopo e la stessa chiave di lettura dell’opera di Levi, un “moralista classico” che ricerca cogenti conoscenze anche quando s’addentra in quelle storie di “quotidiana ‘fantabiologia’” e fiction che sostanziano, per esempio, le quindici magnetiche Storie naturali (1967) o la raccolta di racconti fantatecnologici Vizio di forma (1971).

Se, inoltre, c’è in Levi un gusto classico per lo ‘scrivere bene’, esso nasce dalla dedizione alla chiarezza della frase, a una parola aderente alle cose, ai fatti e alla forma piena di contenuto, ordinata in un’indefettibile razionalità basata su un ‘senso’ da rivelare in lucidi ed essenziali assunti. E avrebbero mai un senso le leggi razziali e i campi di sterminio nazisti? Innegabilmente, nella loro abissale assurdità, nessun senso; ma almeno da refertare con la ‘memoria’ di un’offesa irredimibile, rilevata da Tesio nel “testamentario” I sommersi e i salvati (1986), ultimo scritto di Levi che approfondisce il callido nonsenso del lager dove ogni Abele rimane attonito davanti alla malvagità dei Caini e, nella propria coscienza, coinvolto: “Le più approfondite e le più indagate dinamiche della memoria in generale e della memoria del lager in particolare” osserva Tesio “sono contenute nei Sommersi e i salvati”, una metafora della Creazione che il Male nazista volge in impostura e Olocausto distruttore dell’umano.

Antefatto di tale compendiosa opera – la maggiore di Levi, una scesa agli inferi che ricerca un modello nelle bolge senza salvazione dell’Inferno dantesco –, è, come sospeso nel tempo, Se questo è un uomo, apparso nel 1947 con l’editore De Silva e silenziato a lungo prima della pubblicazione con l’Einaudi nel 1958.

Secondo il critico, è a Italo Calvino che Levi può accomunarsi considerandone “l’interesse profondo per la ‘materia’ […o] per la necessaria e sapiente congiunzione di mente e di mano, […per] le avventure della scienza e della tecnica, per le vertigini del cosmo, per gli ibridismi del fantastico” nonché per il ‘lavoro’ coniugato con la “volontà di gioco, e di gioco linguistico, patafisico – potentiel – alla Queneau […, e] per l’idea che con la scrittura si possa dare ordine al caos del mondo”.

Preceduto da Il sistema periodico (1975), tra i più importanti ‘romanzi di lavoro’ della letteratura italiana, illuministicamente ordinato per capitoli e secondo una metaforica Tavola periodica, è La chiave a stella (1978) con al centro, più del mero personaggio letterario, la ‘persona’ dell’operaio montatore meccanico Faussone viaggiatore per lavoro, artefice di ponti e montaggi di gru e tralicci. “Amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi)” scrive Levi “costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono”. Osta l’epigrafico motto “Arbeit Macht Frei” (“Il lavoro rende liberi”) che, marcato all’ingresso dei campi di lavoro nazisti, induce lo scrittore a riflettere più profondamente, in La tregua, séguito di Se questo è un uomo, sul “sacro dovere” civile del lavoro quantunque diviso, vilipeso, distorto, rovesciato, non solo dal totalitarismo nazista, in disumano sfruttamento e coazione della libertà.

Italiano ma ebreo” (Levi) sospeso da mite non credente, o in modi perplessi, alla tradizione ebraica, comunque laico per la sua oggettiva “necessità di testimoniare” (Tesio), Levi accetta e assume per una parte alquanto rilevata un’originarietà che nei precordi trattiene la cognizione del destino di esodo e sterminio patito dal popolo ebraico. Ateo con spirito religioso, egli – denota Tesio – “si è progressivamente avvicinato alla cultura ebraica […,] il cui frutto si può avvertire nel saggismo breve di raccolte fondamentali come Lilìt e altri racconti [1981] e L’altrui mestiere [1985] o, più flagrantemente, nel romanzo Se non ora quando? [1982]” ambientato nei primi anni Quaranta e con le salienti figure di Mendel o del capo-partigiano Gedale. Questo libro assai ampio, un estremo rifiuto delle invalse idee di ‘razza’, racconta di partigiani ebrei, polacchi e russi decisi, in nome d’una Giustizia che non ammette deroghe, a vendicarsi dei persecutori nazifascisti secondo l’universalizzato principio dell’Antico Testamento “Occhio per occhio, dente per dente”. Altresì tenendo conto di quei disarmati “retinenti” che alle leggi razziali opposero “un principio di resistenza almeno intellettuale” simile a quella del Giobbe biblico, quel Giusto umiliato dalla stessa ignominia dei suoi persecutori risaltante in La ricerca delle radici (1981), anche un florilegio di congenialità – dagli scribi della Bibbia a Omero, Lucrezio, Rabelais, Darwin, Swift, Parini, Melville, Conrad, Th. Mann […] – cui Levi rivolge una speciale gratulatoria.

Su Levi, häftling (prigioniero) marchiato nel 1944 ad Auschwitz col numero 174517 cucito sul petto e fatto salvo nel 1945 dall’arrivo dell’Armata Rossa, Giovanni Tesio conclude il proprio libro facendo riferimento all’esasperazione, alle latenze depressive di chi si sente ‘straniero’, a quel “male oscuro” che, insieme a un malinconico, ritornante ‘senso di colpa’, incompiutezza e fallimento, si suppone sia stato la causa del suicidio dello scrittore precipitato nella tromba delle scale della sua casa… “Quasi tutti siamo usciti dal Lager con un senso di disagio e a questo disagio abbiamo applicato l’etichetta di ‘senso di colpa’ […]. È la sensazione di essere vivi al posto di un altro” (I sommersi e i salvati, cit.).

Ora Tesio rammenta la sua collaborazione al progetto di biografia avviato da Levi divenutogli, nel tempo, amico: “Dopo il secondo dei nostri tre incontri, al momento del congedo sulla soglia di casa – cosa mai successa in ogni altro nostro appuntamento – lui mi abbracciò”. Fu un saluto affettuoso, oppure un segno d’addio nato da un fatale tormento psicologico, o anche da un umiliante malessere fisico poco dopo avere subito un intervento chirurgico? Ricercando qualche spiegazione tra la munita serie di note che nell’intero libro assumono una sostanziosa rilevanza, Tesio mette a confronto diverse opinioni, talune propense a ritenere attendibile il rinunciatario suicidio ed altre a suggerire la malaugurata idea d’una disgrazia.

Allorquando, riportata dal settimanale “Sette” (21 gennaio 2022), si legge una dichiarazione della scrittrice ebrea-ungherese in lingua italiana Edith Bruck, prigioniera (nr. 11152) a tredici anni nei campi di Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen e liberata nel 1945: “Primo Levi mi chiamò al telefono quattro giorni prima di morire. Era depresso, cercai di consolarlo. ‘Era meglio ad Auschwitz,’ mi disse ‘adesso non c’è più speranza’. Da qualche tempo si era operato, assisteva la madre cieca. E lo angosciava il negazionismo [né poteva ignorare come nell’Italia permanesse il pregiudizio verso gli ebrei, bollati, fin dal dopoguerra, quali “deicidi” uccisori di Cristo dal giornale cattolico e brutalmente antisemita “La voce della giustizia”, una bieca perversione del cristianesimo]. ‘Ti rendi conto’ esclamava ‘negano già ora che siamo in vita’. Io sono tra chi crede che si sia suicidato. Quando seppi che era morto, mi arrabbiai. Come se non avesse avuto il diritto di togliersi la vita, perché apparteneva alla storia. Forse per la prima volta fece un volo libero”… E chissà se l’idea del suicidio gli aveva permesso di ‘sopportare’, prima, la straziante vita nel lager, poi le reminiscenze, le lucide disillusioni, lo spleen morboso confliggente con l’esistenza d’un Dio, l’amara idea dell’umanità che detesta sé stessa e della mancanza di futuro d’un degenerato sistema occidentale votato all’autodistruzione.

Senonché Tesio, meno categorico della Bruck, non sembra escludere l’ipotesi dell’incidente cui Levi sarebbe incorso a causa d’una vertigine sporgendosi a capofitto dal pianerottolo della sua abitazione nel Corso Re Umberto 75.

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