RETROTECA: Antonio Pizzuto e il romanzo Ravenna


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Il wu wei della poesia contro le guerre n.4: Sonia Caporossi, “Ricordamelo tu, se proprio vuoi, chi sono”

Il wu wei della poesia contro le guerre a cura di Antonino Contiliano e Fabiola Filardo.

Sonia Caporossi, “Ricordamelo tu, se proprio vuoi, chi sono”. Lettura di Fabiola Filardo.


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Il wu wei della poesia contro le guerre

a cura di Antonino Contiliano e Fabiola Filardo

In questo pianeta – “bella d’erbe famiglia e d’animali” (e unificati solamente dalla logica economica e finanziaria, dalla ragione dei profitti e dallo stupro del degrado ambientale) –, la “banalità del male”, la “povertà del mondo”, la volgarità di pensiero, l’eccidio della biodiversità, le morti per violenza, fame e sete (guerre o non guerre siano le cause), le logiche di dominio e di spartizione del mondo capitalistiche, la mercificazione della parola e della comunicazione stessa sono ormai in crescita esponenziale.

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UGO OJETTI, “Alla scoperta dei letterati” (GIOVANNI VERGA)

UGO OJETTI, Alla scoperta dei letterati. Colloquii con Carducci, Panzacchi, Fogazzaro, Lioy, Verga, Praga, De Roberto, Cantù, Butti, De Amicis, Pascoli, Marradi, Antona-Traversi, Martini, Capuana, Pascarella, Bonghi, Graf, Scarfoglio, Serao, Colautti, Bracco, Gallina, Giacosa, Oliva, D’Annunzio, Fratelli bocca editore, Milano, 1899

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GIOVANNI VERGA.

Milano, agosto del ’94.

Vedo che sfortunatamente questi miei colloquii vanno perdendo la poesia del luogo: dai verdi fiumi e dalle azzurre montagne della valle vicentina son venuto a cadere qui tra il caldo estivo e i costumi cittadineschi. Cosi spesso per appagare la memoria mia, mentre parlo coi miei interlocutori, cerco — se li amo — di figurarmeli in un paese capace di loro, fuori dai velluti del caffè Savini o dal giardinetto posticcio del Cova.

E appunto al Cova ho parlato col Verga, e io pensavo a un bel paesaggio siciliano un po’ selvaggio adatto alla Cavalleria rusticana o alla Lupa; e invece i camerieri attorno mormoravano con pronte moine la minuta del pranzo e un’ orchestruccia nascosta lamentava proditoriamente i casi di Leonora e del Trovatore.

Qui al Cova, sebbene l’estate decimi ogni radunata, si riuniscono a desinare in una bella tavolata, il Verga, il Boito, i Treves, il de Roberto, il Torelli-Viollier, il Butti e qualche altro che per un giorno o due gli affari urbani distolgono dalla quiete dei laghi o delle alpi.

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Il wu wei della poesia contro le guerre n.3: Santo Calì, “Un Cristo nudo”

Il wu wei della poesia contro le guerre a cura di Antonino Contiliano e Fabiola Filardo.

Santo Calì, “Un Cristo nudo”. Lettura di Fabiola Filardo.


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Il wu wei della poesia contro le guerre

a cura di Antonino Contiliano e Fabiola Filardo

In questo pianeta – “bella d’erbe famiglia e d’animali” (e unificati solamente dalla logica economica e finanziaria, dalla ragione dei profitti e dallo stupro del degrado ambientale) –, la “banalità del male”, la “povertà del mondo”, la volgarità di pensiero, l’eccidio della biodiversità, le morti per violenza, fame e sete (guerre o non guerre siano le cause), le logiche di dominio e di spartizione del mondo capitalistiche, la mercificazione della parola e della comunicazione stessa sono ormai in crescita esponenziale.

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Il wu wei della poesia contro le guerre n.2: Bertolt Brecht, “Mio fratello aviatore”

Il wu wei della poesia contro le guerre a cura di Antonino Contiliano e Fabiola Filardo.

Bertolt Brecht, “Mio fratello aviatore”. Lettura di Fabiola Filardo.


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Il wu wei della poesia contro le guerre

a cura di Antonino Contiliano e Fabiola Filardo

In questo pianeta – “bella d’erbe famiglia e d’animali” (e unificati solamente dalla logica economica e finanziaria, dalla ragione dei profitti e dallo stupro del degrado ambientale) –, la “banalità del male”, la “povertà del mondo”, la volgarità di pensiero, l’eccidio della biodiversità, le morti per violenza, fame e sete (guerre o non guerre siano le cause), le logiche di dominio e di spartizione del mondo capitalistiche, la mercificazione della parola e della comunicazione stessa sono ormai in crescita esponenziale.

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LEGACCETTI (recensioni come ricordi): Giose Rimanelli, “Tiro al piccione”

Approssimazioni a Giose Rimanelli (1925-2018), Tiro al piccione [Milano, Mondadori, 1953], Introduzione di Sheryl Lynn Postman, Postfazione di Anna Maria Milone, Soveria Mannelli, Rubbettino («Velvet»), 2022, 268 pp., 18 euro1.


di Luciano Curreri* (ULIEGE, Belgique)

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I.

Che lo si voglia ammettere o non, Marco Laudato – narratore interno protagonista del romanzo Tiro al piccione, uscito per la prima volta nel 1953 da Mondadori in «La Medusa degli italiani» (e anche, nello stesso anno, se non ricordo male, da Trevi, nella collana «I Miti», in un’edizione non autorizzata, ancora ristampata nel 1974) – è l’alter ego dell’autore, Giose Rimanelli.

Come quest’ultimo, nato il 28 novembre del 1925, ha ancora diciassette anni quando in Italia, a partire dall’autunno del 1943, la Repubblica sociale italiana, altrimenti detta Repubblica di Salò, spacca il paese e le coscienze in due. Fare una scelta è già dura, fare la scelta considerata giusta dai vincitori futuri, con meno di vent’anni, lo è ancora di più. Meno di vent’anni significa – a quell’altezza temporale – aver conosciuto solo il fascismo imperante, in Italia, specie se abiti in un paesino, Casacalenda, di una regione del Sud, il Molise, e se appartieni a una famiglia sostanzialmente povera, che non ha strumenti e che spera di poterti tracciare un altro orizzonte di vita in seno a un seminario, a un collegio di religiosi; un collegio che non è un rifugio per antifascisti ma un luogo in cui un primo tempo della seconda guerra mondiale, dal 1939 al 1943, viene quasi congelato in un lustro di canti, preghiere e studi. Quando ne scappi, insieme al tuo migliore amico, Guido, non hai punti di riferimento utili e il conflitto mondiale si è come raddoppiato, in Italia, in seno a una guerra civile che ne accompagna la fine tra autunno 1943 e primavera 1945. Quel che capita ai due amici, ai due «abati» (p. 248), come li chiama il barbiere del paese, è significativo: Marco scappa al Nord, a Venezia, aiutato da due tedeschi che gli danno un passaggio su un camion, mentre Guido, poco dopo, da tedeschi in più tragica e distinta ritirata, sarà ammazzato proprio mentre al saluto mortale dei tedeschi tenta di sottrarsi.

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Il wu wei della poesia contro le guerre n.1: Salvatore Quasimodo, “Uomo del mio tempo” (podcast)

Il wu wei della poesia contro le guerre a cura di Antonino Contiliano e Fabiola Filardo.

Salvatore Quasimodo, “Uomo del mio tempo”. Lettura di Fabiola Filardo

Dipinto su Youtube di Giacomo Cuttone


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Il wu wei della poesia contro le guerre

a cura di Antonino Contiliano e Fabiola Filardo

In questo pianeta – “bella d’erbe famiglia e d’animali” (e unificati solamente dalla logica economica e finanziaria, dalla ragione dei profitti e dallo stupro del degrado ambientale) –, la “banalità del male”, la “povertà del mondo”, la volgarità di pensiero, l’eccidio della biodiversità, le morti per violenza, fame e sete (guerre o non guerre siano le cause), le logiche di dominio e di spartizione del mondo capitalistiche, la mercificazione della parola e della comunicazione stessa sono ormai in crescita esponenziale.

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Una rivista ‘enciclopedica’

Una rivista ‘enciclopedica’


di Stefano Lanuzza 

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Consta di quasi 500 pagine il numero 253 (2022) di Fermenti, una delle poche sopravviventi riviste letterarie italiane cartacee; e che, diretta da Velio Carratoni, mantiene la sua periodicità annuale adunando una folla quanto mai varia di collaboratori – critici narratori poeti e artisti figurativi.

Dopo l’editoriale di Carratoni sospeso tra analisi sociale, concentrazione di aforismi e una serie di sue poesie dominate dai temi della ‘maschera’ e della metamorfosi, è di grande interesse il saggio dell’epistemologo Alberto Artosi sulla Colonia digitale e il programmato sistema di controllo e coazione dei soggetti.

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Per un’est-etica-politica militante s-militarizzata de-localizzazione

Verso Kabul- acrilico su tela 40×40- di Giacomo Cuttone

Per un’est-etica-politica militante s-militarizzata de-localizzazione


di Antonino Contiliano

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Scarica il saggio in formato pdf

i russi russi timeo Cri-mea

e cri cri in suso i Nato-fusi

dona ferentes e tombaroli sono

e dell’archeologia insapiens usura

Steli

Non è né insolito né nuovo che – in funzione analitico-intellettuale – i quadri concettuali e il lessico teorico-conoscitivo trasmigri da un campo ad altro del sapere. Così il concetto di isotopia dal linguaggio della fisica passa a quello della poesia; l’onda sonora armonica di Louis De Broglie dalla musica passa alla fisica quanto-relativistica; l’equivalenza dalla geometria e dall’economia passa alla scrittura poetica. Egualmente, poi, le similitudini, le metafore, le analogie e le anomalie … dalla produzione letterario-poetica passano a quella delle indagini conoscitive e della scienza (in genere). Dal canto nostro pensiamo, invece, di far trasmigrare il termine “delocalizzazione” dal campo dell’economia-finanziaria (propria al pensiero unico del neoliberismo capitalistico globalizzato) a quello (in genere) dell’estetica, dell’arte e della poesia: lo riscriviamo come de-localizzazione. Come dire che le parole non si possono brevettare (non c’è il copyright). Non sono proprietà esclusiva del linguaggio del modello di un sistema (capitalistico o altro …). Parafrasando “Humpty Dumpty”, interrogato da Alice sulle parole che hanno significati così diversi (Lewis Carrol, Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò), Humpty Dumpty ribatte che il problema è uno solo. Prendere posizione. Chi decide che! Chi è il padrone della lingua? Tutto qui! Così può succedere che chi – sotto il dominio di un regime identitario (Herbert Marcuse, Arte e rivoluzione) – dice pace, libertà e autonomia per mettere fine a una sporca guerra, in realtà significhi altro (vedere l’attuale guerra giocata in Crimea…). Il mettere fine alla guerra, infatti, significa «esattamente ciò che il governo belligerante sta facendo, anche se può essere in realtà tutto il contrario, e cioè intensificare il massacro invece che estenderlo; la libertà è esattamente ciò che il popolo ha sotto l’Amministrazione, anche se può essere in realtà tutto il contrario»1.

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Anteprima: Il wu wei della poesia contro le guerre (podcast)

[Prossimamente NUOVI PODCAST sulla nostra rivista e sui canali Youtube e Spotify, a cura di Antonino Contiliano e Fabiola Filardo. Di seguito l’introduzione al progetto (f.s.)]


Il wu wei della poesia contro le guerre

a cura di Antonino Contiliano e Fabiola Filardo 

In questo pianeta – “bella d’erbe famiglia e d’animali” (e unificati solamente dalla logica economica e finanziaria, dalla ragione dei profitti e dallo stupro del degrado ambientale) –, la “banalità del male”, la “povertà del mondo”, la volgarità di pensiero, l’eccidio della biodiversità, le morti per violenza, fame e sete (guerre o non guerre siano le cause), le logiche di dominio e di spartizione del mondo capitalistiche, la mercificazione della parola e della comunicazione stessa sono ormai in crescita esponenziale.

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Antonio Franchini, “Leggere possedere vendere bruciare”

Antonio Franchini, Leggere possedere vendere bruciare, Marsilio Editore, 2022, pp.128, € 15,00


di Gabriele Lastrucci

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Ho appena finito di leggere il nuovo libro di Antonio Franchini (Marsilio Editore): Leggere possedere vendere bruciare.

L’ho letto d’un fiato, come si faceva da ragazzi, con l’urgenza tipica di chi vuole “bruciare” il tempo, appunto, più che viverlo con la tenace pazienza che la vita, a volte, merita. A volte…

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Ordet, la parola

Ordet, la parola

Ovvero: la “scuola di cristianesimo” di Carl Theodor Dreyer e Søren Kierkegaard


di Gustavo Micheletti

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 La sceneggiatura di Ordet (La parola), un film di Carl Theodor Dreyer del 1955, è ispirata ad un lavoro teatrale di Kay Herald Munk, uno dei più noti drammaturghi danesi, nonché eroe della resistenza del suo paese, ucciso dai tedeschi nel gennaio 1944. Sia l’opera di Munk sia il film di Dreyer contengono ripetuti riferimenti alla concezione del cristianesimo di Søren Kierkergaard, tanto da renderne più evidenti e intuitive le implicazioni anche per un pubblico che non conosca direttamente le sue opere.

La storia narrata è quella di un uomo che è convinto di essere Cristo. Potrebbe trattarsi della convinzione di un folle, e in un certo senso lo è, se non fosse che per Kierkegaard ogni vero cristiano deve essere anche folle, perché la sua fede è paradossale. Il desiderio che anima la follia di Johannes è quello d’imitare Cristo fino alle estreme conseguenze, fino alla completa identificazione con lui.

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