Antonio Franchini, “Leggere possedere vendere bruciare”

Antonio Franchini, Leggere possedere vendere bruciare, Marsilio Editore, 2022, pp.128, € 15,00


di Gabriele Lastrucci

.

Ho appena finito di leggere il nuovo libro di Antonio Franchini (Marsilio Editore): Leggere possedere vendere bruciare.

L’ho letto d’un fiato, come si faceva da ragazzi, con l’urgenza tipica di chi vuole “bruciare” il tempo, appunto, più che viverlo con la tenace pazienza che la vita, a volte, merita. A volte…

Solo uno scrittore di razza come lui, colto e selvaggio allo stesso tempo, oggi direttore editoriale del gruppo Giunti-Bompiani – ma con un trentennale passato, quasi di trincea, trascorso come curatore per la narrativa italiana in Mondadori – poteva avere l’autorevolezza necessaria per spalancare le abissali quinte di un mondo che spesso, dal di fuori, appare così oscuro e infernale, almeno per molti aspiranti autori. Forse non proprio spalancare, ma aprire un varco, permettere un flebile spiraglio di luce che si fa via via impercettibile oracolo ai nostri occhi, così implacabilmente notturni. Desacralizzare il sistema della “scelta editoriale” ma, insieme, conservarne l’umana dignità di un lavoro, quando lo è, ben fatto: mi pare sia l’importante esito a cui è giunto. L’atmosfera di amorevole disincanto che emana il testo, il morso di fatica e di lunare smarrimento che trasudano i suoi racconti sul mestiere di Editor, sul suo lungo percorso di facitore editoriale, il raggiunto senso di cinismo (mai compiaciuto o sprezzante ma sempre necessario e sofferto) sono il fecondo lascito di queste pagine bellissime. Una rocciosa scrittura, sempre tenuta e tesa ma anche vibrante, come il mantice che infuoca la sublime fucina di un fabbro inesausto, la profonda, piangente ironia delle storie che racconta e che si ciucciano avidamente come sulfuree caramelle d’intrecci, di vita, di memoria, tanto futuribili da essere un eterno presente cui affidarsi, in cui perdersi: fanno sentire il lettore più libero, un po’ meno deluso da se stesso, non più vinto, ma semplicemente segnato e corroso da una strada che era ed è soltanto la propria, così come quella di ognuno.

Tuttavia, l’importanza di questo lavoro non sta soltanto nelle gustosissime e irresistibili figure, più o meno letterarie, che lo popolano, ma, a mio avviso, nella trovata sensibilità quasi sapienziale dell’autore, nel suo rabdomantico istinto nel cogliere le sfumature (spesso contraddittorie) delle cose, nel suo essere sempre se stesso ed un altro (o l’Altro), coma diceva Rimbaud.

C’è qualcosa che riporta al Qoelet, in questo libro, più che al disperato urlo di Giobbe.

Il filo narrativo dell’ultimo lavoro di Franchini, si riannoda inesorabilmente con quell’humus culturale e vivifico di quello che per me è un apice dello scrittore: Cronaca della fine (Marsilio 2003, 2019). Ma c’è anche, in una chiave più personale ed esistenziale, la bruciante atmosfera “postemingueiana” del suo recentissimo: Il vecchio lottatore (NN Editore, 2020 – vincitore del Premio Cesare Pavese per la narrativa nel 2021). D’altronde la scrittura, come la vita, è sudore e lotta, più che pacifica meditazione.

Antonio Franchini ci ricorda, in fondo, che ogni nostra piccola, insignificante stilla di tragedia personale, vive sempre all’interno di una più grande e incommensurabile e profondissima “commedia umana”.