Giallo Dostoevskij

Giallo Dostoevskij


di Paola Bonazzi (Università di Firenze)

C’è giallo e giallo. C’è un giallo festoso della natura, come quello dei cespugli di ginestre che si staglia contro l’azzurro del cielo di maggio, delle siepi di forsizia o dei fiorellini di tarassaco sui prati primaverili, o quello soffice degli alberelli di mimosa che già a febbraio rallegrano qualche cortile riparato nelle periferie delle nostre città. C’è il giallo caldoprofondo e sensuale della curcuma e dello zafferano, o quello fresco e pungente della buccia di un limone maturo.

Poi c’è un giallo artificiale, piatto e insolente, come il giallo primario che colora i grovigli di tubi, le assi e i pancali degli impianti industriali nei dipinti di Fernand Leger, così simili alle immagini dei gasdotti pieni di rubinetti che ogni giorno si affacciano nei teleschermi europei con la minaccia incombente di essere chiusi. E c’è un giallo che offende e che umilia, il giallo degli adesivi che sono comparsi in questi giorni in Russia sulla porta di qualche dissidente al regime: “Qui vive un traditore” (“la Repubblica”, 23 marzo 2022); dove il colore è usato come simbolo di tradimento, contrassegno per emarginare, bollare, accusare: un triste richiamo alla stella gialla imposta agli ebrei dalla Germania nazista, rivisitazione dell’antico sciamanno giallo introdotto dal IV Concilio Lateranense nel 1215 per gli ebrei che vivevano nei paesi cristiani.

Il colore giallo come stigma di ghettizzazione, marchio d’infamia che col tempo si estende ad altre componenti sociali considerate immorali: ladri e usurai, traditori, prostitute. Giallo era infatti il fazzoletto imposto nella Venezia del quattordicesimo secolo alle meretrici e nell’impero zarista a quest’ultime veniva consegnato, in sostituzione del passaporto, un documento dalla copertina giallo limone, come si impara da Fëdor Dostoevskij (Mosca, 1821 – San Pietroburgo, 1881) nelle pagine di Delitto e Castigo (1866). “Quando l’unica figlia mia andò la prima volta a fare quello che fanno le donne col biglietto giallo, […] Perché mia figlia vive col biglietto giallo” racconta a Raskol’nikov l’ubriacone Marmeladov. L’umile e generosa Sonja infatti, per supplire all’estrema indigenza in cui vive la famiglia, si è data alla prostituzione, vive cioè con il “biglietto giallo”, marchio d’infamia per le donne alle quali non rimaneva altra scelta che guadagnarsi da vivere vendendo il proprio corpo.

Ma il giallo del biglietto non è solo quello che tinteggia le pagine del grande scrittore russo, anzi è il colore che domina nei suoi romanzi. Una tonalità che quasi mai è il giallo allegro dei fiori, ma piuttosto un giallo impuro, opaco, nerastro, un giallo noir potremmo dire, e non perché le storie che popolano i romanzi di Dostoevskij, ispirate spesso a fatti di cronaca nera, siano anche assimilabili, sebbene in modo riduttivo, a tale genere narrativo – legge e crimine, castighi e delitti, psicologia di personaggi moralmente corrotti – ma proprio perché è quella la nuance della sua tavolozza: il giallo cupo della tappezzeria polverosa e consunta di squallide stanzette, il giallo sporco della dannata macchia sui pantaloni dell’uomo del sottosuolo, l’ocra smorta sulle facce malate dei personaggi, le ossa dei morti, gialle come la cera. Pigmento nero mescolato alla tempera gialla per tinteggiare l’intonaco di tristi falansteri, un colore degradante persino per una casa: nel racconto lungo Le notti bianche (1848), durante le sue passeggiate il protagonista ammira una “casettina di pietra assai bella, color rosatenero”; ma un giorno scopre con doloroso sconcerto – e la scoperta gli induce un travaso di bile – che la sua piccola “amica”, la casetta, era stata dipinta di giallo: “Malfattori! Barbari! Non hanno risparmiato niente, né le colonne né le balaustre…”.

Certamente la tinteggiatura gialla era riservata a miseri edifici, testimoni di nefandezze e vergogne. Di un colore giallo sudicio è la casa malconcia dove è esposta la macabra insegna di un fabbricante di bare e nel cui cortile la vecchia megera ubriaca maltratta con spietata ferocia l’orfana che si è messa in casa con intenti non certo umanitari (Umiliati e offesi, 1861). E l’infermeria della katorga, il luogo più infame di tutto il reclusorio siberiano in cui alloggiano ammassati i detenuti malati o reduci da feroci punizioni corporali, dove l’aria è mefitica, soffocante, irrespirabile, pullulante di gemiti e di febbri, “era un lungo edificio a un piano, dipinto di giallo. D’estate, quando si facevano i lavori di restauro, veniva usata un’enorme quantità di ocra” (Memorie da una casa di morti, 1861).

Statua di Fëdor Dostoevskij al Parco delle Cascine a Firenze

Nei Demoni (1871), la vergogna della fustigazione degli operai in rivolta (“Che vergogna!” avrebbe esclamato la vecchia dell’ospizio fattasi strada fra i curiosi) è anticipata da un altro simbolo: una manciata di fiorellini gialli, stretti ancora in pugno da Sua Eccellenza, raccolti poco prima in un campo spoglio dove “gemeva il vento, facendo ondeggiare i miseri resti di certi fiorellini gialli ormai morenti”.

In Delitto e Castigo (1866) il giallo compare in diverse forme: nella casa della vecchia usuraia, la piccola stanza è tappezzata di giallo e tutta illuminata dalla luce (gialla) del tramonto; durante il suo delirio, Raskol’nikov, febbricitante, fissa la carta da parati ingiallita che fodera la sua stanza; e al dito di Lužin, uomo ricco ma meschino e moralmente depravato, brilla un anello con una pietra gialla. Un colore infame e infamante quindi, che si attacca alle cose e alle persone, tanto più gialle quanto più in basso sono cadute. Tale la madre di Olja, la ragazzina che muore suicida per la vergogna subita, che così viene descritta in L’Adolescente (1975): “Era una donna non ancora vecchia, sotto i cinquant’anni, bionda anche lei, ma con gli occhi e le guance infossati e grossi denti gialli irregolari. E tutto, in lei, aveva un che di giallo: la pelle del viso e delle mani somigliava a una pergamena; l’abito scuro, logoro, era ingiallito anche quello e, non so perché, la donna aveva l’unghia dell’indice della mano destra ricoperta accuratamente di cera gialla.

Nelle Memorie dal sottosuolo (1864), la prima parte si conclude mentre “sta scendendo una neve quasi fradicia, gialla, torbida”. Un uso del colore espressionistico (quando mai la neve che scende dal cielo può essere gialla?) che prelude ai ricordi, che riaffiorano alla mente del protagonista, di cui si compone la seconda parte del romanzo. È quella “neve fradicia, gialla, impura” che richiama alla memoria del protagonista dei fatti infamanti della sua vita culminati nello stupro, atto violento dell’uomo corrotto nei confronti di una Liza disarmata e innocente nell’animo – come la Sonja di Delitto e castigo – malgrado il suo avviarsi, per necessità, sulla strada della prostituzione. Neve fradicia e gialla, sporca, fangosa, incapace di nascondere la terra stuprata dalla guerra. Campi fradici, devastati, minati, violentati da pachidermi metallici, che affondano i loro membri nella soffice terra indifesa. Campi che aspettavano l’estate per vestirsi di giallo, il giallo buono dei frutti della terra – l’avena, la colza, il grano, i girasoli –, il giallo del sole.