Il poeta scrive col cuore. Marco Palladini, “Via memoriae / Via crucis”

Marco Palladini, Via memoriae / Via crucis (Roma, gattomerlino, 2022, pp. 74, € 15,00


di Stefano Lanuzza

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Mai libro di Marco Palladini, poligrafo tra i maggiori protagonisti d’una ‘scuola romana’ indeterminata quanto ricca di fermenti innovativi, fu più accorato di Via memoriae / Via crucis (Roma, gattomerlino, 2022, pp. 74, € 15,00), raccolta di versi e apologhi poematico-prosastici che reca in copertina un cuore colante, offerto su un piatto da due anonime mani sorte dal fogliame mimato da una carta da parati.

È un libro esperienziale dove il ‘ri/cordare’ è ‘ri/condurre al cuore’ (re-cordis), a un poetante ‘scrivere col cuore’ senza retorici epicedi e senza sospirare il passato vissuto dai soggetti rammemorati, ma dialogando intimamente con questi mantenendoli presenti: compreso un Giorgio de Chirico con la sua “metafisica discontinua” di enigmatici manichini e “straniti paesaggi”, ma poi di baroccheggianti, ancor più singolari, “sontuosi ghirigori versicolori”. Festevolmente vi si accorda una debita “standing ovation ultima” per Maradona, “el pibe Dieguito”, piccolo fuoriclasse unico e irripetibile, giganteggiante “nell’Olimpo del mondo pallonaro”.

Teso fra memoria autobiografica e cronaca sociale, pensiero e poesia conoscitiva, è un entropico Secondonovecento prolungato nel nostro presente – un tempo trasformato in spazio – quello che l’autore, pure superfluamente datando, mai tralascia mettendo in fila nomi a mo’ di simboliche stazioni di posta d’una perpetuata “via crucis”: anche convocando il poeta italo-americano Lawrence/Lorenzo Ferlinghetti che compie cento anni nel 2019 e muore nel 2021, sopravvivente ai Kerouac Ginsberg Burroughs e scanzonato superstite di una Beat generation – svecchiatrice della letteratura non solo americana – del “pensare / veloce, parlare veloce, scrivere veloce, guidare veloce, vivere / veloce per provare a dare forma ai sogni di liberazione”.

Non c’è comparazione possibile fra il secolo vissuto con lieto understatement dall’anarchico Ferlinghetti e il prosastico, conflittuale poema Cent’anni di comunistitudine dove Palladini coniuga, in “10 frammenti cogitabondi” e insolubili, eventi pandemici, conflitti, rivoluzioni cinesi e cubane, bolscevismi e fascionazismi, fino agli errori di un comunismo italiano votatosi, “beckettianamente”, a fallire: “fallire di nuovo, / fallire ancora, fallire meglio”. Magari considerando, come fa il “comunista con l’anima” Louis-Ferdinand Céline in Mea culpa (1936), il preventivo e generale fallimento d’un comunismo ineluttabilmente metamorfosato nel ‘fascismo rosso’ dell’Unione Sovietica di Stalin.

Una crucciata interpretazione per interposta persona, un esistenzialistico atto unico è quello visionariamente recitato da Palladini in Céliniana (remix), argotica-colloquiale mimesi della riluttanza e dell’odio irredimibile riversato dallo scrittore francese sui sistemi del potere, della guerra, del capitalismo, delle tirannie schiavizzatrici. Subitamente chiosando: “Statemi bene a sentire: non sono i tiranni a fare gli schiavi, / ma gli schiavi a fare i tiranni”. I poveri? “Non sono altro che scimmie frustrate, / feroci, schifose tanto quanto i ricchi…”.

Nella sua trascendente disperazione, vorrebbe dimenticarsi ed essere dimenticato, quel Céline che, tra le due guerre mondiali, fu antisemita non più di tanta parte degli europei; mentre, oppresso dal suo Io paranoico e doloroso, si lagna delle persecuzioni e sofferenze patite, dell’aspra miseria e infine d’una società che, come non bastasse, condannerebbe all’ostracismo lui e il suo ultimo libro fin troppo trascurato dall’editore, pieno di refusi tagli censure: “Il libro, il mio povero libro mi sembra messo proprio male, / abbandonato al tavolino di un bar, / finirà in mano a froci, plagiatori e camerieri!”.

Invano vuol giocare a fallire, ‘depensarsi’, perdere la “memoria di esserci stato” Carmelo Bene che, certo perseguendo l’immortalità, si professa “mai davvero nato” e, in apertura della raccolta di Palladini, celebra la sua inedita “phoné” di “altroparlante” e “oltrerecitante”. Né su tale incarnato spirito del… bene e del male della scena giammai si stende l’oblio avvolgente, invece, Giorgio Cesarano poeta-filosofo latore di scritti d’essenziale qualità letteraria, tra cui il diario-romanzo, composto in presa diretta, I giorni del dissenso (1968), testimonianza cogente della contestazione sessantottesca e di un’utopia delusa che, gravata da un oscuro male di vivere, forse spinge l’autore al suicidio nel 1975.

Come un sollecito, assonanzato controcanto appare allora il poemetto Ballata del Sessantotto d’un tempo “mai ri-trovato o semplicemente dissipato”, che, prontamente visionando il pasoliniano stigma antisessantottesco che oppone i celerini figli di proletari agli “studenti figli di papà”, l’autore di Via memoriae coniuga con le “mille e mille voci” che sull’argomento “si azzuffano, / si arruffano, altercano e rammemorando si scordano / pure di sé stesse”.

È, la convulsa rottura critica e di rivolta generazionale, un flusso spurio che, sull’onda della ribellione giovanile degli Stati Uniti, poi del Maggio francese e della tedesca Rote Armee Fraktion, alimenta in Italia “l’autunno caldo” del 1969. Seguono la “strategia della tensione” culminante con la strage di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969); l’introduzione, nel 1970, dello Statuto dei lavoratori e il tentativo di golpe di Junio Valerio Borghese; l’autonomia del Pci dalla dominanza dell’URSS con la strategia di Berlinguer che nel 1973 teorizza un “compromesso storico” per avvicinare alle forze laiche i progressisti cattolici al fine di governare nel cambiamento la società e la politica nel Paese; il referendum del 1974, il primo dell’Italia repubblicana, che conferma la Legge sul divorzio; nello stesso anno, la strage di Piazza della Loggia a Brescia e, nel 1980, l’eccidio della stazione di Bologna…: congerie di referenti che insistono nel sottofondo della poetica contrastiva, eretica e protestataria di Palladini.

Il nostrano Sessantotto / si chiama anni Settanta… dura un intero decennio il movimento”. Senonché, risultando un’atemporale, non transitoria e ormai deideologizzata ‘rivoluzione permanente’, “il Sessantotto non ha conclusione”: quantunque, a intermittenza, accadano interruzioni provocate da chi “si affretta a mettere le bombe, / a promuovere la strategia delle stragi”, sancendo, per l’opposizione di identificabili forze terroristiche, la caduta del disegno governativo del comunismo berlingueriano… E, tra l’imperversare delle eterne mafie, ecco succedersi i regimi partitocratici; con tangentopoli, la Lega, i governi tecnici, lo sbracato berlusconismo. Il conseguente “sterminio delle illusioni è come / l’autunnale ciclone che frulla via tutto / I colori della vita appassirono e rifluirono / […] / “camminare consumare, sorridere acquistare / respirare non pensare, disvivere dimenticare”.

Ma alcunché si può dimenticare se tutto sussiste con effetti di contemporaneità e s’oppone all’angosciosa morte-disvalore, va al di là della morte, libera la vita dalla morte. Del resto, l’oblio come dimenticanza o vizio di memoria non è contegno che il poeta pratichi se gli scomparsi amici e compagni (“amicompagni” celiava serio Gianni Toti, virtuosista linguistico sfuggito al florilegio di Palladini) restano per lui gli astanti testimoni del suo fervore declinato nel richiamo a ripresentate, comuni vicende umane letterarie politiche.

Vaganti e inobliabili, mai blanditi e talora svelati nella verticalità dell’acrostico, attraversano un variegato milieu di fantasmatiche presenze quel Giuseppe Mario Moses, nome d’arte del poeta fiumano Valentino Zeichen, “regale nullatenente” vissuto in una baracca romana in via Flaminia come un clochard, incapace di sentirsi infelice della propria condizione; Simone Carella, “poeta senza avere mai scritto un verso” bensì organizzatore di eventi di poesia per tutti, “en plein air”; il poeta sonoro Arrigo Lora Totino “anticanone lirico e antitutto”; il marxista-gramsciano, maestro d’una generazione di letterati, Mario Lunetta con un’opera sterminata (poesia, narrativa, saggistica, drammaturgia, critica militante) prodotta all’insegna di un’“antiretorica avanguardia”; lo sconsolato Luigi Rigoni, attore che ha dissolto il proprio talento in un alcolico, rimbaudiano “battello ebbro”; Alberto Toni, poeta e vocato insegnante rimasto nell’animo dei propri allievi; Francesco Gambaro e Giuseppe Panella, Cosimo Cinieri e Riccardo Reim, Carlo Bordini, Maria Jatosti e Désirée Mariottini, abitatori d’una necropoli che vive, d’una “geografia delle tenebre” redenta dal loro luminescente, “rapsodico umano esserci”… Furono e sono dei poeti, chissà se della propria stessa vita, con prerogative diverse dalle idee algidamente funzionali d’un Nanni Balestrini: “Chiesi a un poeta chi era un poeta / e Nanni mi rispose che era soltanto qualcuno / che sapeva combinare bene assieme le parole”. A simile “stratega nella vita e nell’arte / […,] / sardonico e riservato, appassionato e gelido”, al mero, ineffabile praticone del ‘montaggio’ e collagista tortuoso di parole altrui resterebbe appena da eccepire che ‘la poesia è un’altra cosa’. “Gli sono stato più volte vicino, / ma mi rimase sempre distante” si rincresce Palladini per quel tardodadaista manipolatore di “un proto-computer” impiegato “a comporre poesie che lui non aveva voglia di scrivere”.

Diversamente da un Elio Pagliarani, “Hélios” en poète, che con la sua voce “un po’ rauca e incredibile” di “orco buono”, col suo “fiato sperimentale arcano come un tuono”, ha cadenzato e ritmato “il passo della poesia” nel memorabile poema La ragazza Carla (1978). È come un viatico, la poesia potentemente affabulatoria di Pagliarani, quasi un kantiano ‘tu devi’, un impulso a proseguire Il cammino, todavía – come va intitolando Palladini. Anche se, andando avanti, la beneamata avanguardia dei Novissimi (dello stesso Pagliarani, coi Sanguineti Balestrini Porta Di Marco et alia) “invecchia e si tramuta in retroguardia” perdendo il proprio futuro (“Che lo perda il suo futuro, che lo perda…”). “Ma non è un disastro suggerisce Maurice Blanchot / è semmai un dis-astro, ossia un cambiamento d’astro / secondo una stella che rinasce dal suo stesso buco nero”.

Nel sue pagine modulate anche per espressioni sonore, con ballate, canzoni, esitanti congedi, attivate riflessioni, lotta e disaccordo con gli eventi della Storia, infine Palladini non manca di volgere la mente alla pretesa guerra-lampo russa iniziata nel febbraio 2022, con risibili pretesti di “denazificazione”, contro un’Ucraina con città e villaggi ridotti a cumuli di macerie dalle armi d’un despota paranoico e sanguinario uscito dal Consiglio d’Europa e dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo. Smaccatamente, quell’ex poliziotto della Čeka, loscamente ricco e avido di potere, ostile all’organizzazione di sicurezza della NATO, si dimostra, davanti alle depotenziate nazioni europee, un espansionista peggiore dell’americano gendarme del mondo.

La Russia ha già avuto governanti di questa risma. Ed è finita in tragedia. In un bagno di sangue. In guerre civili. Io non voglio che accada di muovo. Per questo ce l’ho con un tipico čekista sovietico che ascende al trono di Russia incedendo tronfio sul tappeto rosso del Cremlino” scrive in La Russia di Putin (2004), un mondo da incubo, Anna Politkovskaja assassinata a Mosca il 7 ottobre 2006. Addita, la Politkovskaja, un autocrate di stampo nazista che da tempo fa perseguitare incarcerare sopprimere i propri oppositori, rinnega, ispirato dal filosofo asiatista e seguito dal farneticante patriarca ortodosso Kirill, l’intrinseco europeismo della grande cultura russa, ostenta coi suoi manutengoli la vieta ideologia d’un impero euroasiatico e, seguendo l’estrema prassi guerresca, mente sfacciatamente sui propri scopi egemonici. “La violenza si allea immancabilmente con la menzogna” ammonisce il Nobel per la Letteratura (1970) Aleksandr Solženicyn nell’appello Vivere senza menzogna del 12 febbraio 1974; anticipato da una preveggente Lettera ai dirigenti dell’Unione Sovietica (5 settembre 1973): “Spero […] che non fondiate i vostri calcoli su una guerra-lampo vittoriosa”.

Conclude, vieppiù accorato, Palladini: “Vicino al confine si radunano uomini armati in divisa / che rastrellano casa per casa”, depredano, violentano, fucilano in massa innocui civili lasciandoli per le strade o gettandoli dentro fosse comuni scavate nelle località distrutte. Frattanto, “alla periferia le donne col muso di cerva / stillano lagrime, ma continuano a sgravare neonati / che strillano sotto le bombe che scoppiano”.

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