Lucette & Céline

Lucette & Céline

J’ai toujours dormi ainsi dans le bruit atroce depuis décembre 14.

J’ai attrapé la guerre dans ma tête. Elle est enfermée dans ma tête.

(Louis-Ferdinand Céline, Guerre, 2022)


di Stefano Lanuzza 

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Dopo il libro di Sandra Vanbremeersch, La Dame couchée (2021), tradotto in Italia nel 2022 da Marta Morazzoni col titolo di Buongiorno, madame Céline, seguono in Francia la seconda edizione (2022) di Madame Céline, autore David Alliot, e Guerre (2022) di Louis-Ferdinand Céline.

Il primo libro e il secondo riguardano la vedova di Céline, Lucette Almanzor; il terzo, uscito il 5 maggio 2022 in 80mila copie chez Gallimard (che lo presenta come “pezzo capitale nell’opera dello scrittore”), è un inedito ritrovato: un testo che, in mancanza di dati filologici convincenti, potrebbe adombrare un romanzo a parte, elaborato, forse, nel 1934; oppure, più verosimilmente, costituire uno stralcio del Voyage au bout de la nuit (1932) finito nelle mani del giornalista Jean-Pierre Thibaudat e rimasto inedito per molti anni… Più probabilmente – asserisce Pierluigi Pellini –, “Guerre è un abbozzo scartato del Voyage, scritto fra il ’30 e il ’31[…]. Dev’essere stato espunto dall’autore per la sua oltranza pornografica” (“Alias/il manifesto”, 26 giugno 2022).

Circa la ritardata pubblicazione del libro (che rinnova l’attenzione per un autore complesso, fin troppo scostante epperciò ben poco letto), un’ipotesi cinica ma probabile è che gli eredi di Céline, morto nel 1961, abbiano atteso la scomparsa della vedova per fruire appieno dei diritti editoriali.

Danzatrice di professione conosciuta da Céline nel 1935 e sposata nel 1943, Lucette sopravvive al marito giungendo all’età straordinaria di 107 anni. La coppia, lasciato nel 1944 l’appartamento di Rue Girardon a Montmartre, parte da Parigi sfuggendo alla rappresaglia di alcuni partigiani che, senza poter produrre prove certe, suppongono collaborazionista filonazista un Céline antisemita come, all’epoca, molta parte degli europei anche di opposte ideologie. All’epoca non era ancora emerso come l’antisemitismo céliniano, peraltro non privo di contraddizioni, fosse stato soprattutto uno specchio della storica, ipocrita intolleranza nei confronti degli ebrei.

La maison di Céline e Lucette

Giunti a Sigmaringen (1945), Lucette e Louis-Ferdinand si ritrovano poco dopo esiliati in Danimarca (1945-’47) e a Körsor sul Baltico dal 1948 fino al giugno del ’51 allorché tornano in Francia relegandosi, dopo una breve permanenza a Parigi, in una vecchia villa con un giardino scosceso nella periferia parigina di Meudon: un mondo isolato che, condiviso con pletore di animali da compagnia, s’avvolge in mitici aloni di decadenza.

Dopo avere ricordato le parole di Céline che alla moglie, di venti anni più giovane, diceva grato: “Tu es un petit ange de génie et de fidélité”, Alliot elabora notizie d’archivio per poi concentrarsi sulla descrizione del carattere indomito di Madame: è una gran donna, Lucette, che dopo la fine del suo Louis, come da lei chiamato, non cessa di difenderne la memoria e le opere coi visitatori accorsi a Meudon dalla Parigi letteraria, curiosi di conoscere fatti che la vedova dispensa con eleganza e discrezione, ma che poco aggiungono al risaputo. Poco a poco, per il biografo, Lucette prende ad assumere un ruolo di ‘donna dello schermo’ che, com’era inevitabile, mostra in filigrana la sconvolta facies céliniana.

Dal 2000 e per quasi vent’anni c’è poi la badante part-time Vanbremeersch ad assistere la singolare, valetudinaria per l’età ma sempre elegante Dame couché Lucette che, dal suo vecchio letto a baldacchino, quasi cieca, accoglie nella sua modesta abitazione i visitatori desiderosi di conoscerla e d’evocare le vicende dello scrittore. Coi nomi cambiati, vi compaiono, tra gli altri, l’avvocato François Gibault, amministratore delle rendite di Lucette, lo specialista céliniano Vitoux, il ballerino Perrault, Véronique e l’assiduo Nabe: talora rappresentati non senza tratti incresciosi. Si addolcisce, l’autrice, descrivendo la morte di Lucette avvenuta l’8 novembre 2019 e seguita dalla più mesta delle sepolture.

Pagine manoscitte di Guerre

Marcati dalla rapida, impressiva grafia céliniana, sono 250 i fogli manoscritti ritrovati insieme a molto altro materiale (seimila carte) abbozzato e inconcluso; da cui, a cura di Pascal Fouché, si ricava il resoconto autobiografico-romanzato Guerre, 192 pagine introdotte da Gibault. Mentre si deve a Fouché la scelta, relativamente appropriata, del titolo del libro: corredato, oltre che della prefazione, d’una nota editoriale, dell’indice dei personaggi, d’un ampio glossario, di illustrazioni e appendici.

Riferito all’epoca della Prima guerra mondiale al pari del Voyage, Guerre, libro della convalescenza d’un ragazzo-soldato e del suo corpo desiderante, consta di sei parti ed è una specie di fenomenologia en poète, carica d’un erotismo allucinatorio reso per espressioni argotiche, non privilegiatamente della guerra bensì delle disperate condizioni del protagonista che dai combattimenti ha ricavato ferite al braccio destro e alla testa che lo affliggeranno per l’intera esistenza.

L’incipit descrive il ventenne corazziere maréchal de logis Ferdinad Bardamu/Louis-Ferdinand Dostouches, futuro Céline, che, colpito in battaglia a Poelkappelle in Belgio il 27 ottobre 1914, giace sul terreno tra soldati morti o agonizzanti pure per fame e sete. I suoi sensi restano accesi se lamenta “un braccio ridotto a una spugna di sangue” e risente di continui acufeni causatigli dal rimbombo degli obici (“Mi sono preso la guerra nella testa”).

Quando si rimette in piedi incamminandosi tra cadaveri e rovine incontra dei militari inglesi, uno dei quali lo accompagna nell’ospedale militare di Peurdu-sur-la-Lys, nella realtà Hazebrouck in Francia, non lontano dal fronte. Nell’ospedale fa la conoscenza con l’attempata infermiera L’Espinasse, caritatevole quanto lubrica infermiera che si prodiga a consolare eroticamente i feriti, i mutilati e pure i morti; e con la quale, manco a dirlo, intratterrà una relazione sessuale descritta in pagine di rara lascivia, sfoghi pornografici che assumono una funzione compensativa dell’orrore incombente su tutto: orrore senza riscatto che il giovane coscritto disgustato per sempre della guerra inscrive nel proprio animo e accresce nelle opere successive.

Segue, per diversi capitoli caratterizzati dall’immediatezza jazzistica della scrittura e da uno stile che conferma senza equivoci il talento d’uno scrittore inimitabile, l’apologo crudamente sessista dei rapporti con la prostituta Angèle che lo abbandonerà per fuggire con un ufficiale inglese. Guarito ed esonerato dal servizio militare attivo a causa delle ferite riportate, Destouches s’imbarcherà per l’Inghilterra dove, grazie alla sua conoscenza della lingua inglese, ottiene un impiego nell’Ufficio Visti presso il Consolato francese a Londra.

Il tono drammatico con scarti satirici e gli scenari tragici dell’opera – resi con linguaggio espressionistico e flussi di coscienza talora ripetitivi, con nei fogli originali cancellature, spazi bianchi e rari segni d’interpunzione – non hanno mancato di suscitare in Francia l’entusiasmo unanime di “Le Monde” (un “miracle”), “Le Point” (“un gran texte”) o del “Journal du Dimanche” (“époustouflant”).

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