Nero Carlo Levi

Carlo Levi. Autoritratto, 1945
(Roma, Fondazione Carlo Levi)

Nero Carlo Levi


di Paola Bonazzi (Università di Firenze)

Quando troverò un colore più scuro del nero, lo indosserò. Ma fino a quel momento, mi vestirò di nero” era solita proferire Coco Chanel. Da più di un secolo il nero è entrato nella moda come una tinta elegante, minimalista, persino sensuale. Ma il nero è stato, e lo è ancora, anche simbolo delle tenebre, della notte senza lume, il colore della miseria e morte. Nella sua assenza di colore, l’archetipo del nero allude all’assenza, e perciò al lutto, che di tutte le assenze è la più dolorosa. Il nero evoca anche l’universo prima che fosse nato, il caos primordiale avvolto in un manto di oscurità, prima della materia, prima della luce: il nero primordiale al tempo zero, ricco di potenzialità generatrici, come fecondo è il ventre oscuro della terra fertile e madre dove il seme, al buio, germoglia.

Il nero come simbolo di un tempo arcaico, il suo pulsare negli antichi riti di magia e di morte, è il nero che tanto frequentemente ritroviamo nell’opera di Carlo Levi (Torino, 1902 – Roma, 1975): un nero che sottolinea quasi ossessivamente il carattere dei luoghi, aspri e primitivi, e di chi, uomini e animali, in quei luoghi vi conduce l’esistenza, suo malgrado. È il nero degli abiti delle donne, dei loro occhi pungenti, un nero doloroso, asciutto, profondo: “occhi neri, che i pianti di infinite vigilie fatto han vuoti, guardate nel profondo dell’anima”, scriveva nel 1935 durante il suo confino in Lucania, terra al principio del tempo, dimenticata dagli uomini e dove Dio non è mai arrivato (Cristo si è fermato a Eboli, 1945).

Fin dalle prime pagine del romanzo autobiografico che Levi ha scritto molti anni dopo l’esperienza del confino, ogni dettaglio è bistrato di nero: c’è un uomo dal fisico asciutto e “dai baffi neri a punta a riceverlo il giorno del suo arrivo a Gagliano (nome di fantasia per Aliano), un paese arrampicato sui brulli dirupi argillosi in cui “le porte di quasi tutte le case […] erano curiosamente incorniciate da stendardi neri […], sì che tutto il paese sembrava a lutto, o imbandierato per una festa della Morte”. Carlo Levi è appena arrivato nella casa della vedova dove alloggerà i primi tempi: è seduto in cucina, dove “migliaia di mosche anneravano l’aria”, quando subito vengono a cercarlo dei contadini – “vestiti di nero, con i cappelli neri in capo, gli occhi neri pieni di una particolare gravità”affinché visiti un malato. Si è sparsa la voce che il nuovo arrivato è medico e la sua presenza genera speranza nei contadini, e diffidenza nei due medici del paese, avidi di guadagni e poco preparati. Ecco uno di loro, traboccante di astio, che si aggira solitario “come un nero can barbone diabolico, nella piazza che si è riempita dei notabili del luogo, curiosi di conoscere il nuovo confinato. “Porta gli occhiali, una specie di cilindro nero in capo, una redingote nera spelacchiata, e dei vecchi pantaloni neri lisi e consumati. Brandisce un grosso ombrello nero”. Appare come il misero simulacro di un truffaldino mago da avanspettacolo, un uomo che non conosce la scienza medica ma neppure comprende l’arcaica potenza degli incantesimi, un sapere che in quella terra è riservato alle streghe, arcaiche detentrici di rituali segreti, dispensatrici di cure, di filtri, di barbare delizie, dedite all’amore – che con le pratiche magiche in quei luoghi molto si confonde. Guarigioni e legami d’amore affidate alla magia, piogge e prosperità del raccolto alla madonna dal viso nero,divinità sotterranea, nera delle ombre del grembo della terra”.

Nella tavolozza pittorica di Carlo Levi, quella delle sue tele a olio del periodo del confino, i colori si mescolano, si impastano, si accavallano con moti ondosi fondendosi in imprevedibili nuances, dai timbri cromatici prevalentemente chiari: ma nella sua scrittura ogni dettaglio – “la ciocca di capelli nerissimi lisci e unti”; “gli occhi a mandorla, neri e opachi”; “i neri stendardi” appesi alle case – definisce nitidamente una campitura di colore preciso, uniforme e delimitato. Le ombre, che conservano trasparenza e colore sulle tele, diventano campiture nere nelle parole: i “cortili neri d’ombra nei passaggi stretti fra le case”, il “fango nero delle officine” nelle periferie industriali delle città sovietiche (Il futuro ha un cuore antico. Viaggio nell’Unione Sovietica, 1956). È senza sfumature il nero assoluto delle vesti svolazzanti come le ali di grandi uccelli neri, corvi che fuggono gracchiando per l’aria. Donne come uccelli, “nere come sacchi di carbone”, come la magnifica cornacchia che lo scrittore porta con sé dal viaggio in Sardegna, “dal lungo becco nero, dagli occhi nerissimi e selvatici, assai simile nell’aspetto e nel carattere a una selvatica donna di Sardegna […] chiusa nelle sue penne, come sotto i veli neri” (Tutto il miele è finito, 1964). Fiere e orgogliose le donne, fieri, e anch’essi paragonati a uccelli, i “preti negri dai visi infantili, fierissimi del loro abito nero e delle loro facce nere, come delle merle femmine (Le mille patrie. Uomini, fatti, paesi d’Italia, 2000). E poi c’è il nero denso di vendetta e di morte, quello dell’intricato, fiero mistero dei codici barbaricini che Levi incontra nelle strade della Barbagia negli anni ’60, non più come antica faida rurale ma nella forma di un risorto banditismo dalla connotazione confusamente indipendentista: in un paesaggio in bianco e nero, tetro, sotto dense nubi invernali, spari rapine uccisioni, le camionette dell’esercito italiano. Ora, per quelle strade, il ricordo dell’antica desamistade e del banditismo ha assunto i colori del folklore e all’ombra del Supramonte i turisti fotografano i murales inneggianti alla pace per le strade di Orgosolo e di Oliena.

Carlo Levi. Lamento per Rocco Scotellaro, 1953-54 (Roma, Fondazione Carlo Levi)

Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare Storia: è l’incipit di Cristo si è fermato a Eboli. Ma le guerre non finiscono mai. Nel Donbass le persone che non hanno abbandonato le città durante i pesanti bombardamenti si rifugiano nei bunker degli stabilimenti industriali o nelle cantine dei casamenti diroccati. Un numero enorme di edifici è crollato e molti di quelli rimasti su sono danneggiati e andranno demoliti. Strutture scheletriche dove quelle che erano stanze sono ora cechi buchi neri di fumo: “occhi neri che non brillano, come finestre vuote in una stanza buia”. “In un angolo di macerie c’è di tutto. […] una scarpa nera abbandonata, fili di rame, buste di plastica piene di una fuga fallita” (“la Repubblica”, 17 giugno 2022). Macerie su macerie, come furono a Coventry, e poi nelle città della Germania, e in Italia a Reggio Calabria, Taranto, Napoli, Livorno, Pisa, Ancona, Catania, Palermo, Cagliari. Macerie che non volevamo più vedere, ferite protratte a lungo negli anni fra gli strati più poveri della popolazione.

È a Cagliari, la Cagliari povera del dopoguerra, che Levi incontra i senzatetto che hanno trovato dimora fra le rovine del Teatro Romano. Vivono fra le pietre, negli incavi sotto la platea: “il pavimento si apre in crepacci neri, in piccoli precipizi da cui i bambini spuntano come bruchi […]. Dalla parte opposta dell’anfiteatro si affaccia dal suo buco una vecchia nera vestita di stracci neri, avvolto il capo nel velo nero, le sottane, i grembiali, le calze, le scarpe nere, e al dito un anello nero, fatto di un brandello di straccio arrotolato”.

Grida un lamento, per la morte di un figlio.

Firenze, 6 luglio 2022