Il wu wei della poesia contro le guerre n.31: Flora Restivo, “Fiori di sangue”. Lettura di Fabiola Filardo

Il wu wei della poesia contro le guerre a cura di Antonino Contiliano e Fabiola Filardo.

Flora Restivo, “Fiori di sangue”. Lettura di Fabiola Filardo


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Il wu wei della poesia contro le guerre

a cura di Antonino Contiliano e Fabiola Filardo

In questo pianeta – “bella d’erbe famiglia e d’animali” (e unificati solamente dalla logica economica e finanziaria, dalla ragione dei profitti e dallo stupro del degrado ambientale) –, la “banalità del male”, la “povertà del mondo”, la volgarità di pensiero, l’eccidio della biodiversità, le morti per violenza, fame e sete (guerre o non guerre siano le cause), le logiche di dominio e di spartizione del mondo capitalistiche, la mercificazione della parola e della comunicazione stessa sono ormai in crescita esponenziale.

In questa voragine dissennata e criminale però, allora, c’è una ragione in più (tante) per essere con/per la vita, contro la morte e la varietà dei degradi colpevole e impunita. Non ci appartengono né i paradisi fiscali né quelli di altre metafisiche evanescenti e svianti.

Un altro ordine è possibile, l’impossibile. La poesia è la politica dell’impossibile!

Noi prendiamo posizione con la voce dei poeti e della poesia! E non si dà tregua! Siamo con chi le guerre, il dolore, la morte e le povertà, (pro-vocate ad hoc) colpisce più di una volta e ancora. Fuori ogni pietosa e acritica immedesimazione, Noi-con-altri-Noi (voce plurale, e ancora priva d’ascolto) vogliamo essere sempre capaci di sentire nel profondo “ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo” (Ernesto Che Guevara). Ed è per questo che diamo voce egualmente – anche se gridassimo forte e nessuno ci sentirebbe – al respiro, agli echi e all’azione della poesia. Poesie contro le guerre, i mistificatori di ogni luogo e tempo, i nuovi blocchi del terrore di famiglia contrapposti e la ballata coloniale degli asservimenti politici e sociali chiamati democratici.

Non abbiamo bisogno di soggetti che usano la pace come metafora di guerra.