Scrittori inglesi e americani nel cuore della “patria della bellezza”

Paolo Fantozzi, Anglo-Toscana. Scrittori inglesi e americani nel paesaggio toscano, Apice libri, 2022, pp. 256, 15 euro


di Gustavo Micheletti

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Scrittori inglesi e americani nel cuore della “patria della bellezza”.

Quando Percy Bysshe Shelley salpò dal porto di Livorno a bordo della sua imbarcazione, il Don Juan, per recarsi a Lerici era l’otto Luglio del 1822. Durante quell’estate particolarmente calda ebbe così inizio il suo ultimo viaggio e la storia del suo naufragio. Il suo corpo, già in stato di putrefazione, fu ritrovato sulla spiaggia di Viareggio e venne riconosciuto solo perché aveva ancora in tasca un volume delle poesie di John Keats. George Gordon Byron e altri amici assistettero sul posto alla cremazione del corpo di Shelley pensando alla grandezza e alla desolazione che quei luoghi gli avevano sempre ispirato e videro il suo cadavere aprirsi davanti ai loro occhi fino a scoprire il cuore.

A Viareggio, non lontano dal molo, una grande piazza alberata è ancora intitolata al poeta, che pare fosse solito passare ore a osservare le lucciole. Così almeno riporta Leigh Hunt in una lettera, e una notte a questo caro amico del poeta venne da chiedersi se qualcuna delle particelle che aveva lasciato sulla terra non alimentasse la loro leggiadra e amorevole luce.

Ma gli inglesi che vissero a lungo in Toscana e che manifestarono ammirazione o amore per questa regione costituiscono una lunga e variegata scia della quale il recente libro di Paolo Fantozzi, (Anglo-Toscana, Apice libri) ci permette di assaporare l’alone. Mary Shelley rimase a lungo in Toscana dopo la morte del marito, innamorandosi della sua lingua, dei suoi costumi e della sua letteratura, orbitando principalmente tra Pisa, Livorno e Firenze e facendo lunghe passeggiate a cavallo tra S. Giuliano e Vicopisano. Nel proporre l’opera di sua moglie a un editore londinese Percy Bysshe Shelley sottolineò che “tutti gli usi, i costumi, tutte le opinioni del tempo vi trovano luogo, tutte le superstizioni, le eresie, le persecuzioni religiose vengono rappresentate, non senza omettere, una volta, le più minute circostanze dei costumi italiani di allora”.

Sia che si tratti di scrittrici innamorate delle colline della Garfagnana e della Val di Lima, come Mrs. Elisabeth Clotilde Stisted, o di scrittori e poeti francescani, come il console britannico Montgomery Carmchael, o della sua amica Maria Louse de la Ramée, meglio nota come Ouida, la varietà dei personaggi di assoluto rilievo umano e letterario che decisero di venire a vivere in Toscana negli ultimi secoli è davvero sorprendente.

Walter Savage Landor, un poeta ribelle molto apprezzato da Ezra Pound, dopo il suo primo soggiorno a Firenze nel 1821 non riuscì mai ad allontanarsene troppo e la stessa Ouida trascorse un lungo periodo della sua vita in una villa a S. Alessio, nei pressi di Lucca, mentre Margaret Fuller, inviata dal New York Daily Tribune in Europa a intervistare personalità di spicco della cultura e amica di Giuseppe Mazzini, che la descrive come una donna entusiasta “per ogni cosa bella, grande e santa”, dirà di essere stata accolta dall’Italia “as a long lost child, come una figlia da tempo perduta”.

Tra gli scrittori più illustri della letteratura angloamericana non si possono non ricordare Hermann Melville e Nathaniel Hawthorne. A Milano, Melville formulerà il seguente commento davanti all’Ultima cena di Leonardo da Vinci: “le gioie del banchetto fanno presto a finire. Uno mi tradirà, uno di voi – Gli uomini sono così falsi – Lo splendore dell’amicizia è così evanescente, l’egoismo così durevole”. A Firenze, visitò poi, oltre al Duomo, gli Uffizi, le piazze e le strade del centro, anche Villa Palmieri, dove si suppone Boccaccio avesse ambientato il Decamerone. A Pisa, compose invece alcuni versi sulla Torre pendente (Pisa’s Leaning Tower), “che pensa di gettarsi… ma esita, /Si tira indietro… eppure volentieri si lascerebbe scivolare, /Si trattiene… vorrebbe lasciarsi andare;/Esitando, rabbrividisce sull’orlo, /Un suicida mancato”.

A Firenze, dove arrivò con la famiglia il 31 Luglio 1858, Hawthorne rimase all’inizio un po’ frastornato dalle centinaia di opere e artisti che incontrò agli Uffizi, ma venne rapito dalla bellezza della Madonna della seggiola di Raffaello, “che definì il più bel quadro del mondo”. Per paura della malaria, si trasferì poi sulla collina di Bellosguardo, a Villa Montalito, dove aleggiava ancora la leggenda che riguardava il Savonarola, che lì era stato imprigionato. Secondo quanto la tradizione riferisce, “c’è una stanza dove si può trovare il fantasma del reverendo prigioniero”.

Thomas e Frances (o Fanny) Trollope, lui avvocato non di grande successo e lei una della più prolifiche scrittrici dell’età vittoriana, nonché genitori di Antony Trollope, abitarono a lungo a Firenze dove ricevevano amici e conoscenti illustri, quali Charles Dickens, Thomas Hardy, George Eliot, il professor Pasquale Villari e Giuseppe Garibaldi. Trascorsero però dei lunghi periodi anche a Bagni di Lucca, conducendo anche lì una vita sociale intensa, sospesa tra feste da ballo, terme e teatro.

Di Firenze Mark Twain fu invece l’ospite più irriverente, e del resto dall’autore di Tom Sawyer potevamo aspettarcelo. Con la sua solita usuale ironia di fronte ai lungarni dichiarò infatti: “sarebbe un fiume plausibile se ci pompassero dentro dell’acqua. Lo chiamano fiume, e onestamente pensano che lo sia davvero. Aiutano l’illusione costruendovi sopra dei ponti”. Come se non bastasse, giudicò la Venere del Tiziano “il quadro più vizioso, volgare e osceno del mondo”, lamentandosi poi del fatto che non avrebbe mai potuto descrivere quella posa, perché l’arte aveva conservato dei privilegi che la letteratura aveva invece perso. Alla sua partenza, il 28 Giugno 1904, ammise comunque che a Firenze era stato per qualche tempo felice.

In Toscana soggiornò più volte e a lungo anche John Ruskin, il più grande storico dell’arte del XIX secolo, fonte d’ispirazione per Tolstoj e Gandhi. Giunto in Italia nel 1840 visitò Genova, Lucca Pisa e Firenze, che in un primo momento non gli piacque, ma che poi immortalò in Mattinate fiorentine (Mornings in Florence). Nemmeno di Lucca ebbe all’inizio una buona impressione, ma poi rivide radicalmente il suo giudizio: “tutto ciò che resta in piedi, a Lucca, – scrisse – ha un sapore genuino; è ormai diruto, è vero, ma si può ripercorrere la storia, e non c’è rudere che non tocchi l’anima”. Dipinse molte chiese e piazze della città e nella cattedrale, di fronte al Monumento funebre di Ilaria Del Carretto di Jacopo della Quercia, appuntò questo commento: “I suoi capelli, raccolti in ricche trecce, incorniciano la fronte pura ed incantevole; i suoi dolci occhi, dai sopraccigli arcuati, son chiusi; l’assenza del dolce sorriso su quelle labbra graziose mostra che il soffio della vita è cessato, e tuttavia non è né morte né sonno, ma un puro casto ricordo”.

Francesca Alexander – una scrittrice amica di Ruskin e da lui molto apprezzata, tanto che scrisse anche una prefazione al suo Roadside Songs of Tuscany – lo informerà poi che il luogo natale di Santa Zita, sulla quale l’illustre amico stava da tempo cercando documenti e informazioni, si trovava a Monsagrati, sulle colline tra Lucca e Camaiore, e anche questo particolare mostra come molti dei visitatori inglesi della Toscana conducessero “un’analisi attenta dei luoghi e delle persone” e quanto fossero interessati a vedere i paesaggi dove avevano vissuto.

Ma la lista dei grandi scrittori che soggiornarono mesi o anni in Italia, ovvero in quella che Henry James ebbe a definire, nel 1869, la “patria della bellezza”, e in particolare in Toscana, è ancora lunga, e comprende, tra molti altri, Thomas Hardy, che tra Pisa e Livorno si mise alla ricerca dell’anima di Shelley, e Charles Dickens, che rimase impressionato dalle cave di marmo a Carrara, riflettendo sul fatto che molte squisite opere d’arte, “colme di grazia”, erano uscite in realtà dalla sofferenza, “dal sudore e dalla tortura”. Anche David Herbert Lawrence fu impressionato da queste montagne, che gli apparvero “come soldati sulla difensiva”; e anche Aldous Huxley, che le descrisse invece così: “quattro o cinque miglia dal mare, si alzano le montagne, erte e improvvise, le Alpi Apuane. Le creste più alte sono di natura calcarea, attraversate qua e le con strisce di marmo bianco che porta prosperità alle piccole città che stanno in basso: Massa, Carrara, Seravezza, Pietrasanta. Metà delle tombe di tutto il mondo sono state estratte da queste nobili rupi. I fianchi bassi sono grigi di olivi, verdi di boschi di castagne. Su quelle cime riposano le enormi masse scolpite dalle nuvole”.

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