Nero Carlo Levi

Carlo Levi. Autoritratto, 1945
(Roma, Fondazione Carlo Levi)

Nero Carlo Levi


di Paola Bonazzi (Università di Firenze)

Quando troverò un colore più scuro del nero, lo indosserò. Ma fino a quel momento, mi vestirò di nero” era solita proferire Coco Chanel. Da più di un secolo il nero è entrato nella moda come una tinta elegante, minimalista, persino sensuale. Ma il nero è stato, e lo è ancora, anche simbolo delle tenebre, della notte senza lume, il colore della miseria e morte. Nella sua assenza di colore, l’archetipo del nero allude all’assenza, e perciò al lutto, che di tutte le assenze è la più dolorosa. Il nero evoca anche l’universo prima che fosse nato, il caos primordiale avvolto in un manto di oscurità, prima della materia, prima della luce: il nero primordiale al tempo zero, ricco di potenzialità generatrici, come fecondo è il ventre oscuro della terra fertile e madre dove il seme, al buio, germoglia.

Il nero come simbolo di un tempo arcaico, il suo pulsare negli antichi riti di magia e di morte, è il nero che tanto frequentemente ritroviamo nell’opera di Carlo Levi (Torino, 1902 – Roma, 1975): un nero che sottolinea quasi ossessivamente il carattere dei luoghi, aspri e primitivi, e di chi, uomini e animali, in quei luoghi vi conduce l’esistenza, suo malgrado. È il nero degli abiti delle donne, dei loro occhi pungenti, un nero doloroso, asciutto, profondo: “occhi neri, che i pianti di infinite vigilie fatto han vuoti, guardate nel profondo dell’anima”, scriveva nel 1935 durante il suo confino in Lucania, terra al principio del tempo, dimenticata dagli uomini e dove Dio non è mai arrivato (Cristo si è fermato a Eboli, 1945).

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Essere un altro, nei sogni di altri

Essere un altro, nei sogni di altri


di Gustavo Micheletti

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Nell’introduzione a Lo specchio che fugge, il volume di racconti di Giovanni Papini pubblicato in traduzione italiana ne La biblioteca di Babele, la storica collana di Franco Maria Ricci curata dallo stesso Borges, quest’ultimo spiega le ragioni della sua ammirazione per uno degli autori che, insieme a Dante e a Croce, lo indusse a imparare l’italiano e che oggi è spesso relegato, anche in molti manuali liceali, entro desolanti spazi marginali.

A somiglianza di Poe, che senza dubbio fu uno dei suoi maestri, Giovanni Papini non vuole che i suoi racconti fantastici appaiano reali. Il lettore sente dall’inizio l’irrealtà dell’ambito di ciascuno. Ho citato Poe; – continua Borges – potremmo aggiungere che questa tradizione è quella dei romantici tedeschi e delle Mille e una Notte. Questa convinzione di irrealtà corrisponde a ciò che sappiamo del suo destino, sempre insidiato dall’agguato dell’incubo, che inesorabilmente lo accerchiò negli ultimi anni”.

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Daniela Baroncini, “Pascoli e la vertigine del nulla”

Daniela Baroncini, Pascoli e la vertigine del nulla, Bologna, Pàtron, 2022, pp.168, € 20,00

di Manuele Marinoni (Università degli studi di Firenze)

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In un foglio manoscritto, conservato nell’Archivio di Castelvecchio, nel Cartone LXXIII, busta 1, a suo tempo descritto e catalogato da Giuseppe Nava nell’edizione critica di Myricae (1974) leggiamo due versi di Giovanni Pascoli assai significativi: «E tutto è morto e piango io solo avanti il nulla» e «È vano ch’io gridi, vano/ tutto. E questo è un deserto, di viventi vuoto». Facile rimandare a Leopardi; meno scontato il nome di Beckett a suo tempo pronunciato da Giuseppe Leonelli. In ogni caso, in questi due versi sono presenti due parole-tema che non è solito associare alla poesia pascoliana: «vano/ tutto»; «nulla»; «deserto» e «vuoto». Se pensiamo invece al Novecento sono infiniti i nomi da appellare per tale preciso bagaglio semantico: da Ungaretti a Caproni, da Montale a Sereni, poi giù sino a Cattafi, Viviani, e tanti altri. Si tratta, in sostanza, del macrotema del “nulla”, che non è sempre stato propriamente al centro dell’attenzione negli studi dedicati al Pascoli.

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Dicibile e indicibile tra fisico e metafisico. Le “Elegie duinesi” di Rilke e la figura dell’Angelo. Saggio di Manuele Marinoni

Dicibile e indicibile tra fisico e metafisico. Le Elegie duinesi di Rilke e la figura dell’Angelo


di Manuele Marinoni (Università degli studi di Firenze)

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C’è una netta sinergia tra ciò che è il riflettente (lo «specchiante», per dirla con Baltrušaitis)1 e la sostanza dell’oltre che di per sé non può mostrarsi nelle forme. Si tende a dire, secondo un certo codice ermeneutico, che se è fruibile una parola che dia e dica l’indicibile2, senza doversi limitare all’entelechia della stessa, essa deve compararsi a quella gamma in-determinata dell’ontologico nella quale rientrano tutte le distopie della materia (che, in ultima istanza, altro non sono che un non-essere immanente all’essere). Il principio di fondo è quello della presentificazione3: per sub-determinare un’esperienza, nella sostanza, in-esperibile occorrono forze ed alleanze metaforiche e metonimiche tutte ricavate dal tempo e da figure della temporalità.

Uno dei Sonetti a Orfeo di Rainer Maria Rilke, per la precisione il 27 della II serie, Gieb es wirklich die Zeit, die zerstörende?, soccorre al nostro dialogo e permette, nel cristallizzante senso di tensione fra micro e macrotesto, e così tra figure e controfigure, che contrassegna quest’opera rilkiana, alcune puntualizzazioni sul principio che scinde e disarticola ciò che sta nell’immanenza, nel percepibile, e ciò che si sottrae ad essa, ubicandosi nell’eterno: ossia il problema del tempo. Un tempo come senso delle cose, come margine della fragilità dell’esserci che diventa interrogativo di sostanza («Sind wir wirklich so ängstlich Zerbrechiche,/ wie das Achicksal uns wahr machen will?», 5-6)4.

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Scritti di utopia? “In viaggio per l’Europa” (1981-1988) di Mario Rigoni Stern. Saggio di Luciano Curreri

Pubblichiamo in anteprima, su «Retroguardia 3.0», un intervento di Luciano Curreri al Convegno di studi “Il ritorno” di Mario Rigoni Stern (con l’approvazione dell’organizzatrice, Elena Ledda, che ringraziamo).

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di Luciano Curreri* (ULIEGE, TRAVERSES, CIPA)

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Scritti di utopia? “In viaggio per l’Europa” (1981-1988) di Mario Rigoni Stern.

A Elena e Angelo ritrovati,

e a Giuseppe, trovato tout court.

I.

L’idea sottesa a questo intervento è quella di partire da una entrée en matière poco frequentata nella scrittura di Mario Rigoni Stern (1921-2008), e cioè dalle prime ottanta pagine di Il magico “kolobok”e altri scritti (uscito nell’aprile 1989), intitolate In viaggio per l’Europa, e contenenti articoli apparsi su “La Stampa” fra il 26 giugno 1981 e il 29 dicembre 1988: immagino questo ‘viaggio’ come una specie di ‘testo minore’ che ci aiuti a scoprire, scegliere e fors’anche a spiegare un ‘altro’ Rigoni Stern. E quel minimo sindacale di ambizione critica datata, vintage, che alcuni potranno scorgervi, non vuole evadere polemicamente il mondo dell’Altipiano né quello, più vasto, della guerra, ma, ben al contrario, servirsene (senza assolutizzarli, e in altro modo richiamarli).

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Giallo Dostoevskij

Giallo Dostoevskij


di Paola Bonazzi (Università di Firenze)

C’è giallo e giallo. C’è un giallo festoso della natura, come quello dei cespugli di ginestre che si staglia contro l’azzurro del cielo di maggio, delle siepi di forsizia o dei fiorellini di tarassaco sui prati primaverili, o quello soffice degli alberelli di mimosa che già a febbraio rallegrano qualche cortile riparato nelle periferie delle nostre città. C’è il giallo caldoprofondo e sensuale della curcuma e dello zafferano, o quello fresco e pungente della buccia di un limone maturo.

Poi c’è un giallo artificiale, piatto e insolente, come il giallo primario che colora i grovigli di tubi, le assi e i pancali degli impianti industriali nei dipinti di Fernand Leger, così simili alle immagini dei gasdotti pieni di rubinetti che ogni giorno si affacciano nei teleschermi europei con la minaccia incombente di essere chiusi. E c’è un giallo che offende e che umilia, il giallo degli adesivi che sono comparsi in questi giorni in Russia sulla porta di qualche dissidente al regime: “Qui vive un traditore” (“la Repubblica”, 23 marzo 2022); dove il colore è usato come simbolo di tradimento, contrassegno per emarginare, bollare, accusare: un triste richiamo alla stella gialla imposta agli ebrei dalla Germania nazista, rivisitazione dell’antico sciamanno giallo introdotto dal IV Concilio Lateranense nel 1215 per gli ebrei che vivevano nei paesi cristiani.

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I “Piani” del sofo e dello zar

I “Piani” del sofo e dello zar


di Stefano Lanuzza 

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Eccellenze, gentiluomini, nobili, cittadini! Che cos’è dunque il nostro Impero Russo? Il nostro Impero Russo è un’entità geografica, ossia una parte d’un noto pianeta. L’Impero Russo comprende: in primo luogo la Grande, la Piccola, la Bianca e la Rossa Russia; in secondo luogo i regni di Georgia, Polonia, Kazàn’ e Àstrachan’; in terzo luogo… Ma eccetera eccetera eccetera. Il nostro Impero Russo consiste in una moltitudine di città: capitali, provinciali, distrettuali, autonome; e inoltre: nella metropoli e nella madre delle città russe. La metropoli è Mosca; e la madre delle città russe è Kiev (Andrej Belyj, Pietroburgo, 1916).

In considerazione del fatto che in ogni futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi mettono in pericolo la continuazione dell’esistenza dell’umanità, noi rivolgiamo un pressante appello ai governi di tutto il mondo affinché si rendano conto e riconoscano pubblicamente che i loro obiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale, e li invitiamo, di conseguenza, a cercare mezzi pacifici per la soluzione di tutte le questioni controverse (dalla “Dichiarazione sulle armi nucleari” firmata da Albert Einstein e da altri scienziati, e inviata il 9 luglio 1955 ai capi di Stato e di governo degli Stati Uniti, URSS, Cina, Gran Bretagna e Francia).

Una mattina mi son svegliato / o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao / una mattina mi son svegliato / e ho trovato l’invasor (Bella ciao. Inno della Resistenza, s. d.).

ALEKSANDR DUGIN

Elaborazioni di pensiero con prevalenti toni messianici rigidamente dogmatici o solo apodittici, talora prepotenti “piani” sono quelli prospettati da Aleksandr Dugin (Mosca, 1962), sofo-politologo russo, nazionalista nostalgico dell’imperialismo zarista e d’una Russia composita multietnica sconfinata, autoritaria conflittuale repressiva, avidamente imperialista eppure supremamente presente nella cultura europea con la sua letteratura, la musica classica, la danza, l’arte figurativa, l’architettura, i musei, il folklore.

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Nei dintorni del «Trionfo della morte» di d’Annunzio. Romanzo, malattia e musica

Nei dintorni del «Trionfo della morte» di d’Annunzio. Romanzo, malattia e musica


di Manuele Marinoni (Università degli studi di Firenze)

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L’esplorazione dell’interiore formalizza, dalla planimetria dei nervi e dal conseguente universo patologico, nella seconda metà dell’Ottocento, nuovi protocolli ermeneutici utili alla memoria narrativa, nella più ampia observation clinique. Se ciò ha permesso a Bertrand Marquer di parlare, su vasta scala, di romans de la Salpêtrière1 è perché una moderna sinergia disciplinare s’è canalizzata verso un orizzonte storico preciso, al servizio di limiti e sconfinamenti della Nervenschreiben.

E così, individui nevrastenici, ipersensibili, alienati, sonnambuli, e quant’altro, sono divenuti soggetti di ispezioni del profondo; di analisi che tramutano i risvolti del patologico in una vera e propria rêverie. Tutto ciò, nella cultura fin-de-siècle, non produce alcun attrito né cortocircuiti, anzi fornisce ulteriori alibi all’estetica del corpo diafano, della psiche notturna, dell’animo fuorviato e, ancor più significativo, regala altri sistemi d’appoggio alle simmetrie del simbolico. La suite della decadenza trova in tal modo nuovi spazi e nuove ragioni per approfondire e scomporre le fuggevoli corruzioni che s’insinuano tra piacere e dolore2.

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Alex Bardascino e Luciano Curreri, “100 anni di Mario Rigoni Stern”

Alex Bardascino e Luciano Curreri, 100 anni di Mario Rigoni Stern, Mimesis, 2021, 136 pp., € 12,00


di Francesco Sasso

Sono in leggero ritardo con questo libro, che ho letto con interesse e che qui segnalo. Il libro in questione è 100 anni di Mario Rigoni Stern, edito da Mimesis nel 2021, di Alex Bardascino e Luciano Curreri.

Analizzare le opere letterarie di uno scrittore, lungo l’arco complessivo del suo svolgimento, è discorso particolarmente complesso, profondo e allusivo. Il più delle volte, l’opera letteraria appare singolarmente proteiforme, slitta sui significati, si accoppia al tempo presente generando sottili e nuovi rimandi, dando vita a interpretazioni mai univoche.

È forse per questo motivo che gli autori di 100 anni di Mario Rigoni Stern decidono di non vestire l’abito da sera dello scienziato-filologo, convinti di poter dominare il testo, ma di indossare l’abito sportivo, reversibile e a più entrate di lettori appassionati e devoti.

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Per una rilettura di Frontiera di Vittorio Sereni. Appunti tematici: gli oggetti, il tempo, il mito e la natura. Saggio di Manuele Marinoni

Per una rilettura di Frontiera di Vittorio Sereni.

Appunti tematici: gli oggetti, il tempo, il mito e la natura


di Manuele Marinoni (Università degli studi di Firenze)

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Testo e contesto

Nel 2013, presso la prestigiosa «Biblioteca di scrittori italiani» della Fondazione Pietro Bembo, è comparso a stampa il commento, per le cure di Georgia Fioroni, di Frontiera e del Diario d’Algeria di Vittorio Sereni1. Commenti parziali alle raccolte si leggevano, precedentemente, nelle antologie sereniane curate l’una da Dante Isella, con la collaborazione di Clelia Martignoni, e l’altra da Luca Lenzini, con introduzione di Gilberto Lonardi2. Si tratta di commenti prevalentemente tematici e di carattere intertestuale. Dal punto di vista filologico, come ben noto, è indispensabile l’edizione critica a cura dello stesso Isella, risalente al 19953. Ricordo anche il prezioso volumetto in due tomi, sempre per le cure iselliane, contenente la ristampa anastatica della princeps della prima raccolta (Milano, Corrente, 1941) e il Giornale di «Frontiera», per l’editore milanese Rosellina Archinto, del 1991. È all’impegno filologico e critico di Isella che si deve anzitutto la precisa collocazione del primo laboratorio sereniano all’interno della cultura gravitante attorno alla rivista «Corrente»4. A tutti questi titoli s’aggiunga infine il poderoso volume Poesie e prose curato da Giulia Raboni per la Mondadori nel 2013. Tuttora in corso è il recupero di fondamentali carteggi che il poeta ha intrattenuto con amici e colleghi (ai ben noti scambi con Vigorelli, Parronchi, Saba, Ungaretti, Anceschi si sono aggiunti di recenti quelli con Benzoni, Luzi, Caproni, Bodini, Betocchi, e molti altri).

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I bambini di Louis-Ferdinand Céline. Luisa Crismani, “Hardi petit!”. Attraverso i bambini, Céline

Luisa Crismani, “Hardi petit!”. Attraverso i bambini, Céline, Trieste, Asterios, 2021, pp. 230, € 29,00


di Stefano Lanuzza 

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Così il dottor Destouches (Louis-Ferdinand Céline, 1894-1961) è ricordato dall’amica pittrice Éliane Bonabel: “Non aveva modi arroganti come a volte altri medici. Quando arrivava [in ambulatorio] salutava tutti, era quasi sempre allegro, gioviale, la sua gentilezza e la sua disponibilità verso i bambini sembravano inesauribili” (Ricordi di Clichy, 2002). Sono i bambini su cui Luisa Crismani, pedagogista e letterata, orienta il suo “Hardi petit!”. Attraverso i bambini, Céline (Trieste, Asterios, 2021, pp. 230, € 29,00): non saggio, non biografia, ma diario di un “incontro” e d’un “colloquio” passando dal “Vous Monsieur Céline” all’affettuoso “Tu”, nei toni d’una lunga lettera, si dica pure ‘d’amore’, scritta con mimetica empatia e senza smancerie, stando ai fatti e affidandosi all’immaginazione intesa – è spiegato – “come strumento di conoscenza”.

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Appunti sulla «funzione-Pirandello»: percorsi nel romanzo. Gli sconfinamenti della verità

Appunti sulla «funzione-Pirandello»: percorsi nel romanzo

Gli sconfinamenti della verità


di Manuele Marinoni (Università degli studi di Firenze)

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Esiste, innegabilmente, nella narrativa italiana del Novecento una «funzione Pirandello»1. Scorrendo le pagine di uno dei libri di critica letteraria più importanti del secolo scorso, Novecento passato remoto di Luigi Baldacci2, è facile imbattersi in appunti, definizioni, concettualizzazioni che fanno carico al sistema pirandelliano, il quale non è solo un punto di partenza, una sorgente di temi o motivi a cui abbeverarsi, ma è anzitutto un modello ermeneutico utile a discernere i perimetri di dicibilità e di veridicità del reale e, ancor più nel dettaglio, è una fondamentale bussola per orientarsi nell’intricato rapporto dell’individuo con le cose del mondo. Ed è proprio questo l’addendo nevralgico che giustifica il senso per cui Pirandello ha provocato circuiti paradossali di conoscenza validi per discriminare luci e ombre che il soggetto intravede nell’orizzonte del reale, soprattutto nell’epoca moderna3. Luci e ombre che, indistintamente, appartengono tanto alla realtà esterna quanto a quella dell’ipertrofico e disgregato soggetto4.

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Stefano Lanuzza, “‘900 out. Scrittori italiani irregolari” e “Senza storia. ‘900 e contemporanei della Letteratura italiana”

Stefano Lanuzza, ‘900 out. Scrittori italiani irregolari, Fermenti editrice, 2017, pp.294, € 24,00

Stefano Lanuzza, Senza storia. ‘900 e contemporanei della Letteratura italiana, Oèdipus edizioni, 2021, pp.288, €17,50


di Francesco Sasso

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Stefano Lanuzza in questi ultimi anni ha pubblicato una corposa e chiara cartografia della letteratura italiana del Novecento: ‘900 out. Scrittori italiani irregolari (Fermenti editrice) e Senza storia. ‘900 e contemporanei della Letteratura italiana (Oèdipus edizioni).

Non è facile scrivere una storia della letteratura italiana del Novecento: c’è dietro la grande tradizione storiografica e una concezione alta dell’opera d’arte. Inoltre, la letteratura non è semplice linguaggio oppure insieme di opere stampate, pubblicate e diffuse; recepite come tali, prima di tutto, proprio in quanto scritte. È persino ovvio dire che un’opera non assume a dignità letteraria dal semplice fatto di essere scritta e pubblicata. Un’opera letteraria deve essere letta e riletta. E qui si spalanca una voragine: il problema della ricezione delle opere letterarie e di come il pubblico sia condizionato e influenzato da alcuni stereotipi del sistema culturale a individuare e accettare come capolavori determinate opere e scartarne altre, non corrispondenti alle attese, ai gusti e ai valori della comunità leggente.

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Tra esistenzialismo e antropologia. Moravia e il romanzo italiano del Novecento: il caso della Noia

Tra esistenzialismo e antropologia

Moravia e il romanzo italiano del Novecento: il caso della Noia


di Manuele Marinoni (Università degli studi di Firenze)

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Ha scritto Jean Bloch-Michel che l’Alberto Moravia della Noia è uno scrittore che «in una forma perfettamente tradizionale, e ignorando completamente gli sforzi e i tentativi del nouveau roman, con maggior vigore, con superiori qualità estetiche e con un più grande potere di evocazione, ha espresso precisamente tutto ciò che il nouveau roman cerca di dire barricandosi entro regole, divieti e rifiuti»1. Partirei da questa considerazione per circoscrivere il problema del rapporto tra narratore e realtà, tra soggetto e realtà nel romanzo moraviano.

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Primo Levi

(27 gennaio Giorno della Memoria. Quando il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa, che avanza verso la Germania, libera il campo di concentramento di Auschwitz)

Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case, / Voi che trovate tornando a sera / Il cibo caldo e visi amici: // Considerate se questo è un uomo…” (P. Levi, Shemà, 10 gennaio 1946); “[…] guardavamo i soldati tedeschi che passeggiavano per le vie con aria innocua, e ci capitava di osservare fra noi: ‘Eppure sono uomini che ci rassomigliano: come possono fare quello che fanno?’. Eravamo fieri di noi, perché riuscivamo a non capirli” (J.-P. Sartre, Prefazione a H. Alleg, La Question, 1958).


di Stefano Lanuzza 

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Italianista, critico letterario, filologo e autore di poesie nel vernacolo del nativo paese di Piossasco nel nord-ovest piemontese, Giovanni Tesio pubblica recentemente, con Lindau, il romanzo di formazione Gli zoccoli nell’erba pesante (2018) e, per le edizioni novaresi Interlinea, un personale, sapiente “sillabario” (Parole essenziali, 2014) seguito dai versi dialettali con autoriale testo italiano Nosgnor (2020). Fino al magnifico volume di saggi La luce delle parole (2020), propizia dichiarazione d’un “amore mai deluso” – per cosa se non per la letteratura?

S’aggiungano le impegnate antologie Nell’abisso del lager. Voci poetiche sulla Shoah (2019) e Nel buco nero di Auschwitz. Voci narrative sulla Shoah (2021), sistematica dilogia redatta sulla scorta d’una confraternita di testimoni – narratori e poeti che prendono la parola smentendo l’intemerata di Adorno secondo cui, dopo Auschwiz, non avrebbe più senso scrivere poesie… Invece non si censura la poesia che, secondo l’oggi negletto Benedetto Croce, è autonoma, scevra d’ogni condizionamento e perfino definizione: ché altro essa non sarebbe se non sé stessa o ‘cosa in sé’.

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«Il pirata! Giammai!»: parola di negriero. Una causerie sull’universo piratesco salgariano a partire da “Gli scorridori del mare” (1900)

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L’intervento seguente è stato presentato agli Amici e Colleghi del panel 4/ «Pirati» e del gruppo di ricerca internazionale e interuniversitario animatore del Seminario «Altri briganti»*, il 18 gennaio 2022, in seno a una mezza giornata di studi on line di cui trovate qui sotto, dopo il mio articolo, il programma della stessa, e qui a lato la locandina del ciclo nel quale s’inseriva, insieme alle università e ai centri interuniversitari che sono alla base di questa bella iniziativa corale, collettiva, che dovrebbe poi finalizzarsi ulteriormente in un convegno, dal vivo, in quel di Bari, nel corso di un 2022 che tutti speriamo diverso e maggiormente frequentabile e percorribile in tutti i sensi.

Per rendere la mia causerie più leggibile si è prodotta una sola nota (il testo spiega il perché) e si sono ridotti al minimo i rinvii bibliografici, inseriti nel discorso stesso. Detto questo, mi permetto di rinviare fin d’ora alla densa Postilla bibliografica, che esplicita e completa i rinvii bibliografici del mio saggio introduttivo, I cannóni del cànone salgariano, a Emilio Salgari, Il ciclo del Corsaro Nero. Il Corsaro Nero, La Regina dei Caraibi, Jolanda, la figlia del Corsaro Nero, Introduzione di Luciano Curreri, Einaudi («ET Biblioteca», 56), Torino 2011, pp. XXIII-XXVIII.

Una bozza di questo intervento è stata caricata su ORBI per una decina di giorni, a partire dal 14 gennaio 2022, in accesso ristretto, cioè a disposizione dei colleghi dell’ULIEGE e, a richiesta, per tutti i colleghi e amici interessati, del Seminario e non, per un centinaio di visite tra visualizzazioni e telescaricamenti (e ringrazio in particolare, per il feedback, Gianluca Albergoni, Alex Bardascino, Alberto Maria Banti, Willy Burguet, Fabio Danelon, Lea Durante, Roberto Fioraso, Vittorio Frigerio, Gian Luca Fruci, Claudio Gallo, Stefano Jossa, Andrea Montanino, Fabrizio Scrivano, Gianni Turchetta, Michele Ziviani).

L. Curreri (Aywaille, Belgium, 24 gennaio 2022).

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A proposito de “L’ultima poesia” di Gilda Policastro

A proposito de “Lultima poesia” di Gilda Policastro

la poesia insieme generico e libere scelte

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di Antonino Contiliano

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I rapidi mutamenti che caratterizzano lo spazio-tempo del nuovo millennio pongono sempre una domanda assillante: è l’ultimo, il definitivo? Non sembra che ci possa essere però una risposta determinata e ultima. L’instabilità è di casa. La parola fine è incompatibile con le aperture e le fratture che, inevitabilmente e contingentemente, il tempo e la storia portano con sé. Non c’è ambito storico della vita e del sapere scientifico e letterario (per stare dentro a una classica dicotomia) che non ne sia attraversato. Così Gilda Policastro (L’ultima poesia. Scritture anomale e mutazioni di genere dal secondo novecento ad oggi, Mimesis, Milano, 2021) scrive che le mutazioni poetiche sono posizioni continue e anomale molteplicità linguistico-semiotiche (“scritture anomale”). Un insieme eteronomo non standardizzabile. Del resto l’anomalo, come ricordato da Gilles Deleuze e Felix Guattari (Mille piani-Capitalismo e schizofrenia), non è l’“a-normale”. Questo è definibile in rapporto alla presenza di una regola specifica o generica. L’anomalo (aggettivo) è legato invece all’anomalia quale sostantivo. Un sostantivo che designa «l’ineguale, il ruvido, l’asperità, la punta di deterritorializzazione. […] una posizione o un insieme di posizioni in rapporto a una molteplicità, dove l’anomalo, all’interno di una muta (molteplicità), situa così (corsivo nostro) le posizioni dell’individuo eccezionale. È sempre con l’anomalo, Moby Dick o Giuseppina, che si fa alleanza per divenire-animale»1. Nel caso, l’insieme delle “scritture anomale” (i testi delVentiVenti” del XXI secolo) di cui all’Ultima poesia del libro di Gilda Policastro. Un insieme che non pone fine alla sperimentazione e alla ricerca poetica ma ne segnala, appunto, la continuazione che di volta in volta, usando gli stimoli dei nuovi linguaggi, ne dice il nome, le emergenze, gli elementi e i limiti che ne indicano la definizione come indice di riconoscimento determinato all’interno della molteplicità delle forme emerse finora. In tal senso, a mo’ di elenco, prelevando dall’appendice («Glossario ragionato delle procedure sperimentali (1960-2020)», ne riportiamo i nomi:

Asemic writing, Cut-up, Easdropping, Flarf, Foud poetry, Googlismi, Language poetry, Loose writing, New Sentence, Prosa in prosa, Scrittura concettuale, Source code poetry, Spoken Word, Sought poem.

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D’Annunzio e il non-finito. Appunti di lettura sulla “Violante dalla bella voce”

D’Annunzio e il non-finito. Appunti di lettura sulla Violante dalla bella voce.

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di Manuele Marinoni (Università degli studi di Firenze)

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Assai di recente è stato edito un manipolo di appunti dannunziani dedicati a una progettata e mai portata a termine raccolta di Studi su Gesù. Ci informa il curatore dei testi che «l’insieme di scritti, appunti, taccuini, parabole […] specificamente dedicati a Gesù» copre «un arco di scrittura che va dagli esordi giornalistici a Il libro delle Vergini del 1884 e su fino al Libro segreto del 1935»1. Non è certo questo il primo caso di una costellazione testuale a cui il poeta si è dedicato per decenni lasciando in sospeso il progetto di partenza. L’esempio richiamato mostra in modo evidente uno degli aspetti più complessi del cantiere dannunziano. Sappiamo infatti molto bene che il non-finito è una delle caratteristiche più importanti di tale cantiere, e che, al di là di ogni eventuale – difficile da credere – progettualità del caso (da confrontarsi, invece, il caso Gadda)2, è possibile rinvenire una casistica assai ampia di processualità creative che proprio del non-finito rappresentano l’evoluzione interna.

Da quando la filologia si è adoperata al fine di perlustrare le molteplici aree del lavoro dannunziano (Ciani, Gibellini, Riccardi, Montagnani, etc.)3 è emersa l’immagine di uno scrittore che dava al testo prima ancora che un valore simbolico (certo fondamentale) un valore, diremmo, empirico. Anche pochi appunti, poche frasi, magari in stile nominale, persino costituiti da soli elenchi di sostantivi, o da piccole descrizioni rubate allo spirito di osservazione, come esercizi della memoria, potevano occorrere in momenti di nuova spinta creativa anche a distanza di parecchi lustri. I primi testimoni di tutto ciò, come ben noto, sono da anni i due ponderosi volumi dei Taccuini, accanto ai quali vanno tenute le infinite lettere. Senza scomodare ulteriormente la teoresi di Genette, o di chi per lui, sappiamo anche che la maggior parte di queste testimonianze racchiude di per sé un valore testuale molto alto. Non credo, per fare un esempio, sia possibile leggere per intero i taccuini dannunziani come leggiamo un Journal di fine ottocento, o un diario novecentesco, ma questo assunto, se ricondotto a una precisa dialettica, non nasconde l’ipotesi che nei taccuini siano presenti felici tratti di scrittura che, di per sé, non esiteremmo a ricondurre a stile e forma degli stessi Journaux o ad altri esemplari diaristici. Sono, per lo più, appunti visivi, talvolta già declinati secondo l’indice simbolico, campioni di plurime possibilità del descrittivo, sottratti a una predilezione per il particolare plastico. I Taccuini sono, in effetti, un esempio concreto di «memoria materiale» che, in quanto tale, torna all’uso ogni qualvolta d’Annunzio ha sentito la necessità di recuperare immagini, campioni visivi o tessere descrittive.

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Domenico Rea, il ‘neo-neorealismo’ e l’immaginario barocco

Domenico Rea, il ‘neo-neorealismo’ e l’immaginario barocco

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di Stefano Lanuzza 

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Anticipa il Convegno su Domenico Rea e il Novecento italiano, tenuto all’Università Federico II di Napoli (9-11 novembre 2021) in occasione del centenario della nascita dello scrittore, la preziosa antologia critica, curata da Francesco G. Forte, Domenico Rea nel canone del Novecento (Oedipus, 2021, pp. 142, € 14,00).

Il volume accoglie saggi di Walter Pedullà (La scrittura magra di Domenico Rea), Renato Barilli (Purché vi sia il neo…) e Domenico Scarpa (Le 99 disgrazie di Pulcinella…); con, in aggiunta, un capitolo sul critico teatrale Giuseppe Bartolucci studioso di Rea (Il ghigno amaro, la risata terribile), seguito da un’Appendice (Le ragioni di Nofi) includente tre essenziali interviste con lo scrittore condotte da Forte, Corrado Piancastelli e Alessandro Baricco.

Dopo il felice esordio con Spaccanapoli (1947), racconti espressionistico-dialettaleggianti che nell’ambiente letterario italiano dell’immediato dopoguerra suscitano viva curiosità per l’originale debuttante, è soprattutto a partire dal 1950, con la stampa della raccolta, ancora di racconti, Gesú, fate luce (Premio Viareggio 1951), che, anche grazie alla prestigiosa prefazione di Francesco Flora, Rea ottiene il serio riconoscimento della critica e, viste le riedizioni succedutesi anno dopo anno, un successo notevole presso lettori finalmente interessati al primo innovatore della tradizione del realismo: un ‘neo-neorealista’ progressivo, ricco d’estro e di talento.

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“D’Annunzio tra Lombroso, Ribot e Dostoevskij. L’esperimento del Giovanni Episcopo”. Saggio di Manuele Marinoni

D’Annunzio tra Lombroso, Ribot e Dostoevskij. L’esperimento del Giovanni Episcopo

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di Manuele Marinoni* (Università degli studi di Firenze)

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Raggiunta la fama internazionale, divenuto ormai maestro indiscusso dell’antropologia criminale, Cesare Lombroso si chiedeva, al tramontare del secolo, quali fossero le ragioni per cui «il vero si accetta dai romanzieri e non dagli scienziati»1. Lo studioso era in tal senso conscio della diffusione di un genere allora di grande successo, quello che Carlo Dossi circoscriveva nelle formule del «romanzo criminale» e della «cronaca ergastolina». E che, dai protocolli della nuova disciplina scientifica, addirittura Dante venisse dichiarato epilettico, e che a Cristo venissero diagnosticate «allucinazioni acustiche», sono argomenti che non devono certo stupire, ripensando l’estatica fascinazione che il teatro dei nervi offriva alle più inquiete e acute sensibilità della cosiddetta fin-de-siècle. Sono la rêverie dell’allucinazione, l’attenzione per un formulario dell’eccesso e del periferico della coscienza, l’interesse per le zone umbratili della psiche – in sintesi la retorica del delirio, per dirla con Juan Rigoli2 – a rinfocolare i palinsesti narrativi di una letteratura tanto aperta quanto disposta a polemizzare con tensioni e proposte scientifiche coeve, specie quelle radicate nel bisogno di osservare e analizzare il comportamento individuale e collettivo dei campioni sociali.

Dai registri criminologici proveniva così una casistica di fenomeni comportamentali, individuali e collettivi di fondamentale importanza per la metamorfosi del personaggio di romanzo di quel periodo. E se da un lato le nuove prassi scientifiche garantivano puntuali prospetti comportamentali, tra allucinazioni, dissociazioni, alienazioni, vagabondaggi patologici, riduzioni del senso morale, e quant’altro, dall’altro sovvenivano dettagliate ispezioni interiori dalla più moderna e agguerrita narrativa russa, accolta anzitutto in terra di Francia, a corroborare il costituirsi di una ricchissima letteratura della degenerazione3.

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Amore e morte nella “Gerusalemme liberata”

Amore e morte nella “Gerusalemme liberata”

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di Francesco Sasso

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Tasso scrisse la Gerusalemme liberata, poema epico-religioso di venti canti in ottave, cui attese con particolare alacrità nel biennio 1573-75 a Ferrara. Finito che l’ebbe, lo sottopose al giudizio di alcuni dotti perché valutassero alla luce dell’ortodossia aristotelico-cattolica.

Alla Gerusalemme il Tasso si era preparato meditando a lungo sul genere epico e perciò la sua composizione, rigidamente ossequente alle norme letterarie, incornicia, per fortuna senza soffocarlo, ma certo disciplinandolo, il mondo delle sue fantasie. Omero e Virgilio gli fanno da modello: Rinaldo è l’Achille omerico nell’assedio di Gerusalemme, Goffredo arieggia il “pius Aeneas”, ma è contemporaneamente sovrano fra i prìncipi, come Agamennone, Rinaldo e Armidia richiamano Enea e Didone; ma non meno presenti erano al Tasso molti poeti medievali e rinascimentali e specialmente l’Ariosto.

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“Approssimazioni a Itaca e oltre (1982) o di Salgari e Torino” di Luciano Curreri

Abstract:

These approximations are a tribute to Claudio Magris and his Itaca e oltre (1982) but also to Turin, where I became myself, and to Salgari. In my own small way, with my own style, I have attempted to push the boundaries of essay writing that, during the 1980s, was still about discovery, not scholarly archiving (or terminal editing): an essayistic form which did not shun away from drawing attention to itself, in a ‘metacritical’ and ‘interdisciplinary’ sense avant la lettre. I thus concentrated on a large school and said something about two of its less remembered representatives: Marco Cerruti, with his very dense Notizie di utopia (1985), and Pierpaolo Fornaro, whose critical narrative Trapassato presente. L’appropriazione psicologica dell’antico attraverso la narrativa moderna (1989) remains unsurpassed.

in Pellegrini, Ernestina; Fastelli, Federico; Salvadori, Diego (Eds.) Firenze per Claudio Magris (2021)

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ORB (University of Liège)

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Il nido famigliare dei Gerace. Saggio di Benedetta Mastrullo e Matteo Mocerino

Il nido famigliare dei Gerace

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di Benedetta Mastrullo* e Matteo Mocerino*

«fuori del limbo non v’è eliso».

È così che Elsa Morante conclude la dedica e dà avvio al romanzo che le ha garantito la vittoria del premio Strega nel 1957: L’isola di Arturo. Tale verso lapidario racchiude, a nostro avviso, l’essenza dell’intera opera e del conseguente accostamento con il poeta fanciullino per eccellenza, Giovanni Pascoli.
Il destinatario di questa rivelazione è il protagonista Arturo, proiettato fin dall’inizio in un limbo, inteso  ̶ da chi ne ha già consapevolezza  ̶ come stato indefinito di possibilità e potenzialità, fuori dal quale non c’è altro paradiso possibile, e nel quale non è presente una distinzione tra fantasia e realtà. È la fanciullezza, la parte naturalmente ingenua e onesta, lo sguardo vergine sulla realtà, capace di sottrarsi ai meccanismi mortificanti della vita, e che Pascoli ritrova in ognuno di noi. Il filtro del fanciullino sia nel suddetto poeta che nella scrittrice è presente nonostante le voci (dell’io poetico, da un lato, e del narratore, dall’altro) siano adulte e maturate. Se però Pascoli lo lascia emergere nelle sue poesie tramite un io trasparente e autobiografico, Morante preferisce che sia Arturo, con le proprie esperienze, a rappresentarla in tal senso.

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L’economia politica dello sperimentalismo poetico astrazioni determinate e risonanze

Giacomo Cuttone, “Asincronie irreversibili”, mista, 33 x 33, collezione privata, 2007

L’economia politica dello sperimentalismo poetico astrazioni determinate e risonanze

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di Antonino Contiliano

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La semplice esperienza immediata delle cose e della vita – che ognuno può avere per il semplice fatto d’esser-ci e di esistere – non basta a percepirne la complessità. Il mondo della vita è soprattutto quello che intreccia relazioni d’essere nelle sue varie forme amalgamate e nei vari livelli condizionantesi (dal fisico allo psichico, dal biologico al sociologico, dall’individuale al collettivo, dal culturale all’etico-politico-economico, dal locale al globale). E le relazioni per l’elaborazione e l’evoluzione del fenomeno chiamano – crediamo – sia la facoltà del linguaggio, nel suo duplice rapporto di langue e parole, sia i segni strutturati della cura della “differenza” (gli altri soggetti, l’altro), le identità non riducibili al medesimo, all’uno. Nel mondo delle cose e delle relazioni temporali, tra sincronia e diacronia, c’è infatti il pensiero dei soggetti che fa domande e, tra costanti e variabili, costruisce risposte e pratica azioni per cucire le eterogeneità inter-soggettive, e refrattarie agli ingabbiamenti dei modelli culturali e politici dominanti. A tal fine non è molto discriminante (politicamente) se il pensiero e l’azione si muovono sul terreno scientifico o quello letterario. C’è un fuori con cui bisogna fare i conti. È ineludibile. Il “reale” sfugge agli schemi irrigiditi, reificati. Ciò che si para davanti chiede però sempre prove e riprove, sperimentalismo, organizzazione differenziale. Un’irriducibilità alle coordinate che impongono assunzione assoluta (insomma, i buchi neri non mancano) specie delle immedesimazioni emotive (un modo per eludere le identità proprie).

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Per un Dante dappertutto e fuori posto, encore que… Saggio di Luciano Curreri

L’Accademia delle Scienze di Torino, in collaborazione con l’Università degli Studi, il Museo Nazionale del Cinema, la Bibliomediateca RAI-Centro Documentazione «Dino Villani» e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino sono all’origine di una rassegna di iniziative dantesche, intitolata Luce nova. Dante al cinema, che animerà il capoluogo piemontese sino alla fine del 2021.

Il venerdì 8 ottobre 2021, alle ore 17.00, all’Accademia delle Scienze di Torino, il Presidente della stessa, il Prof. Massimo MORI, e il dott. Sergio TOFFETTI, curatori delle iniziative, salutano e presentano la rassegna con:

Prof. Alessandro BARBERO (UPO, sede di Vercelli) che introduce due conferenze di:

– Prof. Luciano CURRERI (ULIEGE), Per un Dante dappertutto e fuori posto, encore que

Prof. Silvio ALOVISIO (UNITO), Il cinema all’inferno.

Qui sotto potete leggere l’intervento di Luciano Curreri, che risponde sostanzialmente alla sua parte di introduzione (paragrafi I-VII, note 1-30) per il dossier monografico, co-diretto da Curreri con Simone Starace, “E allor fu la mia vista più viva”. Il lungo Novecento di Dante al cinema e alla televisione*, di “Immagine – Note di storia del cinema”, n. 24, la cui uscita è prevista a fine 2021.

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Giorgio Manganelli, “Concupiscenza libraria”

Giorgio Manganelli, Concupiscenza libraria, a cura di Salvatore Silvano Nigro, Adelphi, 2020, pp. 454, € 24

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di Francesco Sasso

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«Una antologia è una legittima strage,» scriveva Manganelli nel risvolto di copertina dell’Antologia privata (Rizzoli, Milano, 1989) «una carneficina vista con favore dalle autorità civili e religiose, un massacro commercialmente attendibile». Aveva annotato, nel «Ragguaglio Librario» del dicembre 1949, che non c’è «lavoro più inquietante che scegliere e scartare per fare un’antologia».

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LEGACCETTI (recensioni come ricordi): Carlo A. Madrignani, Verità e narrazioni. Per una storia materiale del romanzo in Italia

Carlo A. Madrignani, Verità e narrazioni. Per una storia materiale del romanzo in Italia, a cura di Alessio Giannanti, Giuseppe Lo Castro, Antonio Resta, Pisa, ETS («La Modernità letteraria», 71), 2020, pp. XXVI, 468

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di Luciano Curreri* (ULIEGE, Belgique)

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Questo legaccetto è più lungo ed è pure un po’ diverso, forse. Forse ci sono un po’ più «io» ma non mi pare che ci sia ragione di vergognarsene, specie alla mia età e in un astratto contesto che vuole scrivere il racconto della tua vita al posto tuo e ‘pulirla’, perché diventi spendibile, visibile, perché possa tradursi tutta in slogan altrui (altruisti mai e giammai) e in curricula leggibili, traducibili.

Bref, rivendico qui quel racconto che spetta a me e a tante altre persone: il racconto di chi non vive bene soltanto in un hortus conclusus accademico o in cordate di progetti europei. Se poi penso, una volta di più, alla recensione come a un ricordo, e quindi anche come a un racconto-saggio che ha il desiderio mai dismesso di partire dalla vita vera, e non solo da un libro – anche se di grande libro si tratta: Carlo A. Madrignani, Verità e narrazioni. Per una storia materiale del romanzo in Italia, a cura di Alessio Giannanti, Giuseppe Lo Castro, Antonio Resta, Pisa, ETS («La Modernità letteraria», 71), 2020, pp. XXVI, 468 –, devo dirVi che sono ancora più convinto di poter tentare qui una recensione diversa da quella che feci alla prima raccolta saggistica postuma di Carlo A. Madrignani – Verità e visioni. Poesia, pittura, cinema, politica, a cura di Alessio Giannanti e Giuseppe Lo Castro, con uno scritto di Antonio Resta, Pisa, Ets («La Modernità letteraria», 39), 2013, pp. 200 – e che finì su «Filologia e critica», III, 2013, pp. 477-478, per i buoni uffici di Claudio Gigante.

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Leopardi e i costumi degli italiani

Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, a cura di Vincenzo Guarracino, La nave di Teseo, Milano, 2021, pp. 416, € 17,10

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di Renato Minore

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Qualunque sia la loro classe di appartenenza, le “classi superiori” non meno che il “popolaccio”, gli italiani sono oggi i più cinici del mondo. “Ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione”. “Il più savio partito è quello di ridere indistintamente e abitualmente d’ogni cosa e d’ognuno, incominciando da sé medesimo”, celando la propria disperazione dietro una maschera, se non di tetra indifferenza, almeno di dolente impassibilità e spaesamento, di fronte a un quadro disarmante di arretratezza. Si potrebbe continuare sulla stessa lunghezza d’onda: così la pensava Giacomo Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, breve trattato di filosofia politica, in cui analizza qualità e vizi che contraddistinguono il nostro carattere nazionale. Vitaliano Brancati lo considerava un “piccolo capolavoro” paragonabile al Principe di Machiavelli,“ un modello di saggistica, di prosa vigile e acuta”.

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LETTI QUASI PER CASO, SCRIBACCHIATI PER UNA QUALCHE NECESSITÀ: Filippo La Porta, “Come un raggio nell’acqua. Dante e la relazione con l’altro”

Rubrica senza cadenza e scadenza ovvero Fustino letterario di Lucio Lontano*.

L’idea di questa rubrica birichina sta nel titolo e sottotitolo della stessa, che non necessitano di ulteriori spiegazioni, a nostro avviso. L’unica cosa che val forse la pena precisare è che si è pensato di far leggere lo scarabocchio – prima ancora che venga pubblicato – all’autore del libro da cui si parte, dando a quest’ultimo la possibilità di aggiungere, in coda, anche solo qualche riga, una parola, un’ipotesi di dialogo.

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A partire da: Filippo La Porta, Come un raggio nell’acqua. Dante e la relazione con l’altro, Salerno Editrice («Piccoli Saggi», 75), Roma (febbraio) 2021, 144 pp., 16 euro.

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di Lucio Lontano*

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L’ultimo saggio pubblicato da Filippo La Porta è una laica preghiera critica ed è l’opera di un pensatore, libero e metodico a un tempo, ancorato, come tutte e tutti noi, a una «generazione», a una storia (e Storia), ma senza pregiudiziali forti di natura ideologica né accademica. Certo, lo dice che è della sua generazione ma non lo fa pesare, almeno non qui, e anzi chiede scusa quando si fa prendere la mano da qualche digressione. Una, molto bella, tra le altre, tutte felici, è quella «cinematografica», raccolta in due dense pagine in cui l’Empireo di Dante è accostato a Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick: l’idea che la sottende è la sospensione della comprensione a tutti i costi, ovvero di quell’esorcismo del «giudizio» che la stessa vuole proporre a ogni verso, a ogni fotogramma, come se non potesse farne a meno. Si consiglia la lettura, la visione di un dormeur évéillé che rispetti e salvaguardi una «traccia di esperienza conoscitiva» resa libera dalla cultura tutta. E si cerca quindi di far capire che la letteratura – pure quella che ci appare più lontana – ha conquistato libertà non solo per fini didattici o estetici ma per trasmettercene il DNA, finanche attraverso le rivisitazioni che altre arti ne hanno fatto lungo i secoli e fino ai nostri giorni. Se la intendiamo davvero come tale, la letteratura, forse possiamo ancora essere liberi, anche noi, anche oggi, e dirci davvero tali, senza far pagare dazio all’alterità di una rappresentazione che ci sfugge e che soprattutto sfugge a quel «nostro io, infaticabile e indispensabile artefice, impegnato a praticare il bene full time», ovvero anche procedendo per paradigmi etico-conoscitivi coatti, predicanti l’obbedienza.

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LEGACCETTI (recensioni come ricordi): Francesco Paolo Botti, “Scritti su Leopardi”

Francesco Paolo Botti, Scritti su Leopardi, Salerno Editrice («Studi e Saggi», 67), Roma 2021, 160 pp., 18 euro.

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di Luciano Curreri* (ULIEGE, Belgique)

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Francesco Paolo Botti, a inizio anni Settanta, poco più che ventenne, scrive saggi su Leopardi che entrano nel dibattito allora in corso. L’Umberto Carpi di Il poeta e la politica. Belli, Leopardi, Montale (1978) li cita praticamente tutti, commentandoli positivamente e più di una volta in nota. Quando – nelle benemerite «Le forme del significato» (Mazzacurati, Palermo, V. Russo) di Liguori (indimenticabili le copertine), in cui esce il libro di Carpi ora ricordato – gli studi di Botti vengono raccolti e pubblicati in La nobiltà del poeta. Saggio su Leopardi (1979), il libro è giudicato «interessante» e «serio», pur accompagnato dai soliti ‘ma’ dei Maestri, rispettivamente nella quarta edizione di La protesta di Leopardi (1982, la prima è del 1973) di Walter Binni e in Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana (1982 e 1985) di Sebastiano Timpanaro.

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Resistenza, resilienza, desistenza dei poeti

Montale e Vittorini alle “Giubbe Rosse”

Resistenza, resilienza, desistenza dei poeti

al Caffè letterario delle Giubbe Rosse

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di Stefano Lanuzza
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La città  [Firenze] è buia alle dieci e si dà  il naso nei passanti. Lampadine a pila, azzurrate, come lucciole. Ci sono Montale ingrugnato, la Mosca ospitale, il conte Landolfi giocatore pazzo, il Luzi, il Bigongiari, mentre Carlo Bo fa il soldato a Genova, con facoltà  di lettura di Malebranche in fureria. Verso sera la solita seduta alle Giubbe Rosse (ora bianche con controspalline rosse) dove il Poeta siede, in tre sedute (mattutina, vespertina e serale) quattro ore al giorno da tredici anni a questa parte, senza essere ancora morto di noia. Poi si mangia riuniti nella bettola di Bruno, col Poeta, col Conte, coi minori, col Rosai enorme, con tutte le gomita sulla tavola, col grifo nel piatto, orrendi intingoli e miserandi pezzi di palombo ed infinita fagioleria” (C. E. Gadda, Lettera a P.G. Conti, luglio 1940).

Un argomento circa la resistenza, la resilienza e poi la desistenza, ossia la perseveranza, la capacità di sopportazione o, infine, la rinuncia dei poeti a Firenze – città dove, a proposito del Primonovecento letterario, sembra che tutto cominci e tutto finisca – può proporsi anche da quando la questione della qualità della poesia diviene un fatto di quantità. Infatti, col proliferare di libri di versi, stampati, deplorevolmente, quasi sempre a spese degli stessi autori, quanto emerge di più non è la poesia bensì una poltiglia di confluenze, forme, linguaggi, codici autodesignatisi ‘poetici’ e fin dal loro nascere destinati alla disattenzione, alla non-lettura o all’indifferenza.

Si dice che il pubblico della poesia sia costituito dagli stessi poeti, ma ciò è vero solo in astratto perché accade che gli stessi poeti e presunti tali, pur conoscendosi (o proprio per questo), nemmeno si leggano fra loro… Va denotato che non esisterebbe la crisi dell’editoria di poesia se ogni poeta acquistasse almeno qualche libro di versi. Ne consegue che la poesia fallisca il proprio scopo conoscitivo ripiegando su un’onnicomprensiva autoreferenzialità dove i versificatori inscenano un isolamento individuale che metaforizza un’incurabile solitudine collettiva… Temi, questi, riguardanti anche il rapporto tra gli scrittori e l’ambiente dello storico Caffè fiorentino delle Giubbe Rosse in un tempo come quello attuale caratterizzato dall’obsolescenza delle ideologie e dalla vanificazione dell’impegno politico e socio-culturale.

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LETTI QUASI PER CASO, SCRIBACCHIATI PER UNA QUALCHE NECESSITÀ: a cura di Maddalena Rasera, “Letteratura italiana e Grande Guerra un anno dopo il Centenario” & Vittorio Roda, “Da Carducci alla Grande Guerra. Studi di letteratura italiana”

Rubrica senza cadenza e scadenza ovvero Fustino letterario di Lucio Lontano*.

L’idea di questa rubrica birichina sta nel titolo e sottotitolo della stessa, che non necessitano di ulteriori spiegazioni, a nostro avviso. L’unica cosa che val forse la pena precisare è che si è pensato di far leggere lo scarabocchio – prima ancora che venga pubblicato – all’autore del libro da cui si parte, dando a quest’ultimo la possibilità di aggiungere, in coda, anche solo qualche riga, una parola, un’ipotesi di dialogo.

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Da ‘bastian contrario’ ma ‘fedele alle amicizie’. Appunti e spunti, domande e dubbi, ricorsi e riverberi a partire da: Letteratura italiana e Grande Guerra un anno dopo il Centenario, Atti del Convegno di studi (Verona, 23-24 ottobre 2019), a cura di Maddalena Rasera, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2020 (dicembre), 114 pp., e da Vittorio Roda, Da Carducci alla Grande Guerra. Studi di letteratura italiana, Bologna, Pàtron, 2019 (febbraio), 280 pp.

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di Lucio Lontano*

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Scrivendo un saggio narrativo dei miei dedicato a Storia di Tönle (1978) di Mario Rigoni Stern (1921), ho provato a spiegarmi così il racconto della Grande Guerra nelle pagine di quel libro: «Il racconto, qui, non è la vendetta ma il suo contrario: il perdono. Perché questo non è un libro di guerra ma di pace, di speranza. E se la «baita» non c’è più, perché ne puoi solo più vedere – e da lontano – le rovine fumanti, se «lassù» non resta «più niente da distruggere, e più niente per poter vivere», a casa ci si ritorna lo stesso, perché il mondo è la nostra casa e la nostra casa è il mondo. […] Tönle è un antidoto umano alla guerra disumana; è un uomo che sa scegliere i tempi e gli spazi per andare al pascolo e riposare, per viaggiare e fermarsi, per fuggire e star fermo, quasi come un filosofo antico».

Eppure, mi dico ora, anche questo testo rientra nella grande famiglia della ricezione letteraria della Grande Guerra. E mi viene anche da farmi – e da farvi, cari lettori – una domanda.

Quale è la guerra ‘italiana’ più ‘coperta’ dalla letteratura italiana in tempo più o meno reale, ovvero nei dintorni più o meno immediati della stessa? Forse una guerra che se ne porta dietro altre e che finisce quasi per riprenderle e poi riassumerle e sintetizzarle nel suo seno, ammesso e non concesso che l’espressione appena citata possa confarsi a un contesto patriottico che è davvero poco materno e – metaforicamente e non solo – mutilato assai. La Grande Guerra, in effetti, ha un noto ‘portato risorgimentale’, quello delle tre guerre d’indipendenza almeno, che non a caso giungono a rinominarla da ‘prima guerra mondiale’ a ‘quarta guerra d’indipendenza’. Et pour cause: i sette decenni che anellano via via il 1848 al 1918 fanno un po’ pensare a una nostrana «guerra dei settant’anni», dove il tutto si dilata – copertura e ricezione letteraria compresa, ovviamente – magari mentre si infila nella «guerra civile europea» colta da Enzo Traverso, nel 2007, tra il 1914 e il 1945… E allora chissà quante guerre dei cent’anni abbiamo vissuto, pensando di essere in pace…

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Stendhal in Sicilia. Per amore di Stendhal, Sciascia diventa napoleonico

Stendhal in Sicilia. Per amore di Stendhal, Sciascia diventa napoleonico

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di Francesco F. Forte

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«Non la finiremo mai con Stendhal» (Paul Valéry); «Ha saltato un secolo intero, il diciannovesimo» (Stefan Zweig); «un Eden delle passioni in libertà» (Julien Gracq); «O si è stendhaliani o non lo si è» (Émile-Auguste Chartier-Alain); “Stendhal for ever”: ex libris ricordato da Sciascia (si ama tutto di Stendhal»); «romanzo puro, e Stendhal ne è, giustamente, il campione, affabulatore mai domo» (Giovanni Macchia); «nella scrittura domina, travolgente e incontrastato, il puro gusto del racconto, della narrazione: uno stile da Mille e una notte» (Francesco Flora).

Per Leonardo Sciascia, ancora, «la gioia che dà Stendhal è imprevedibile quanto la vita, quanto le ore di una giornata e quanto le giornate di una vita». Una gioia che accompagna lo scrittore di Racalmuto attraverso gli stadi della giovinezza, della maturità e dell’affacciarsi della vecchiaia. In un testo del lontano 1978, apparso su Mondo Operaio, scrive, a proposito dei tre gradi dello stendhalismo: «Il più bel libro di Stendhal è l’Henry Brulard. Ci sono tre gradi dello stendhalismo. In un primo si crede che il più bel libro di Stendhal sia Il rosso e il nero; poi ci si converte alla Certosa di Parma; in un terzo grado, quando lo stendhalismo è arrivato alla sua perfezione, ci si convince che il suo più grande libro è la Vie de Henry Brulard».

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Lord Byron, un antiromantico travolto dal romanticismo

(c) Newstead Abbey; Supplied by The Public Catalogue Foundation

Lord Byron, un antiromantico travolto dal romanticismo

(“Swept into the camp of the Romantics”)

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di Claudia Cardella

L’epiteto romantico e l’antitesi classico-romantico sono approssimazioni da lungo tempo entrare nell’uso. Il filosofo le mette solennemente alla porta esorcizzandole con logica che non erra, ed esse rientrano chete chete per la finestra, e son sempre lì tra i piedi, elusive, assillanti, indispensabili; il retore cerca di dar loro stato, grado e inamovibilità, ed ecco, alla fine di travagliose costruzioni, s’accorge d’aver trattato ombre come cose salde”.1 Così Mario Praz introdusse un discorso a proposito della funzione e della quasi necessità di due “etichette”, cioè romantico e quella che qui, per comodità, ribattezziamo opposto a romantico. Si tratta di due etichette l’utilità delle quali è innegabile, soprattutto se, come in questo caso, si devono segnalare delle caratteristiche atipiche. Tuttavia, esse tendono a dare l’impressione che si stia parlando di quadri omogenei, nei quali tutto è in armonia con i connotati di una o dell’altra categoria. E invece bisogna tenere presente che queste etichette, solitamente, indicano piuttosto delle caratteristiche comuni, la presenza delle quali mette in relazione un autore, le sue opere, il suo pensiero, con una categoria o con un’altra.

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Introduzione a “La Critica” di Benedetto Croce (1903)

«La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia diretta da B. Croce», 1, 1903

Abbiamo in Italia molte riviste speciali di storia politica, di filologia, di filosofia, di arte, e, specie, di storia letteraria, talune delle quali sotto ogni rispetto ottime. Ma, dovendo ciascuna d’esse tener dietro alla copiosa produzione d’un singolo ramo di studii, ed informare i lettori su tutte le questioni e controversie minute, è naturale che non possano acconciamente soddisfare al bisogno di chi desideri un ragguaglio critico, e come una scelta, dei libri, che si vanno pubblicando, d’interesse generale. Inoltre, appunto per essere specializzate, accade che di parecchi libri, anche dei più importanti, nessuna di quelle riviste si occupi o si occupi a fondo, perché o non entrano nelle specialità già organizzate in riviste o si distendono sulle linee d’incrocio di parecchi campi di studio attigui. Cosi, per spiegarci con un esempio, se una dissertazione su un punto anche particolarissimo della biografia o dell’opera di un antico scrittore italiano troverà ora in Italia per lo meno quattro o cinque recensori competenti, critici ernunctae naris, non si può dir che la stessa sorte sarà per toccare ad un libro, poniamo, Ai storia politica contemporaii o ad un altro che concerna un argomento di letteratura o di storia straniera. Di questi, se mai, tratteranno, più o meno leggermente, le riviste pel gran pubblico; nelle quali la parte critica è di solito assai trascurata, consistendo o in annunzii editoriali di uniforme intonazione elogiativa, o in articoli complessivi e sommarii in cui la critica non ha l’agio d’esplicarsi.

Peggiore è l’inconveniente che delle riviste pel gran pubblico nasce dall’assenza di criterii fermi e di un organico sistema d’idee: onde un’anarchia e un’ineguaglianza di giudizii che le fa somigliare talvolta a botteghe di caffè, dove ciascuno si rechi a dire, o a gridare, la propria opinione od impressione.

Eppure ognuno di noi sente forte il bisogno di non perder di vista i problemi generali e d’insieme, che son tanta parte della vita degli studii, e di dedicare ad essi la stessa attenzione ed intensa cura che si adopera per le idee e i fatti speciali e particolari. 

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ESERCIZI DI LETTURA: Borges, Macedonio e la Belarte

Borges, Macedonio e la Belarte.

Macedonio Fernández «precursore» di Borges in un saggio di Daniel Attala

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di Gustavo Micheletti

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Quando in qualche scritto si parla di Macedonio Fernández è ormai invalsa la consuetudine di chiamarlo per nome, al contrario di quanto si fa normalmente con tutti gli altri autori dotati di un cognome. Si deve probabilmente a Jorge Luis Borges quest’abitudine, che contribuisce a rendere Macedonio subito familiare a chi si avventura nei suoi scritti, sebbene contengano tesi desuete e assai sorprendenti.

Borges eredita l’amicizia di Macedonio da sua padre, ma ancor prima di essere un suo amico, Macedonio fu per lui un maestro influente, tanto da indurlo a rilevare che nessuna persona famosa lo aveva “mai impressionato come lui, neppure in modo analogo. Cercava di nascondere, non di sfoggiare, – scrive Borges – la sua straordinaria intelligenza; parlava come ai margini del dialogo, eppure ne era il centro. Preferiva il tono interrogativo, il tono di modesta consultazione, piuttosto che l’affermazione magistrale. Non pontificava mai: la sua eloquenza era di poche parole e perfino di frasi lasciate a mezzo. Il tono abituale era di cautelosa perplessità”.1 L’insieme di queste ed altre prerogative del suo amico e maestro lo porteranno poi a dire, e lasciar scritto sulla sua tomba, che il non imitarne il canone, letterario e filosofico, avrebbe costituito “un’imperdonabile negligenza”.2

Macedonio, dal canto suo, “paragona Borges al poeta spagnolo J.R. Jimenez: «tanto intelligente quanto dolorante di passione e vita, che sembra preoccuparlo». L’intelligenza è in effetti, secondo Macedonio, l’unico talento di Borges visibile nella sua letteratura; si tratta però, a suo avviso, di “un talento pratico, d’una muscolatura dell’anima senza interesse per l’Arte, né più né meno che le capacità dell’atletismo”.3

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Giovanni Inzerillo, “Dalla vita assassinato alla poesia. Il Canzoniere di puro disamore di Dario Bellezza,”

Giovanni Inzerillo, Dalla vita assassinato alla poesia. Il Canzoniere di puro disamore di Dario Bellezza, Franco Cesati Editore, 2019, pp.80, €10,00

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di Francesco Sasso

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Ad oggi di Dario Bellezza (1944-1996) ho letto rime sparse su riviste e antologie, nonostante da cinque anni un Oscar Mondadori (Tutte le poesie) campeggi intonso nella mia libreria. Lacuna che andrò a colmare presto anche grazie al bel saggio Dalla vita assassinato alla poesia. Il Canzoniere di puro disamore di Dario Bellezza di Giovanni Inzerillo.

Come ci suggerisce l’autore del saggio nell’Introduzione: «Nel condurre questo attraversamento di un’opera poetica vasta e complessa si è scelto di adottare un approccio di tipo cronologico che ne agevoli la lettura e di avvalersi di un’indagine volutamente intertestuale. Oltre a dimostrare come il percorso dell’autore si muova all’interno del panorama poetico di quegli anni e come spesso si distacchi, per poi in un certo senso riavvicinarsi, dalla corrente allora in circolazione, si è tentato di far comprendere come la scrittura dialoghi con gli autori italiani e stranieri di ogni epoca, ereditando soprattutto la recente tradizione di Pasolini e Penna, talvolta affiancandosi ai grandi modelli del passato quali Leopardi e Baudelaire.» (pag.12)

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LETTI QUASI PER CASO, SCRIBACCHIATI PER UNA QUALCHE NECESSITÀ: Claudio Giunta, “Le alternative non esistono. La vita e le opere di Tommaso Labranca”

LETTI QUASI PER CASO, SCRIBACCHIATI PER UNA QUALCHE NECESSITÀ…

Rubrica senza cadenza e scadenza ovvero Fustino letterario di Lucio Lontano*.

L’idea di questa rubrica birichina sta nel titolo e sottotitolo della stessa, che non necessitano di ulteriori spiegazioni, a nostro avviso. L’unica cosa che val forse la pena precisare è che si è pensato di far leggere lo scarabocchio – prima ancora che venga pubblicato – all’autore del libro da cui si parte, dando a quest’ultimo la possibilità di aggiungere, in coda, anche solo qualche riga, una parola, un’ipotesi di dialogo.

A partire da: Claudio Giunta, Le alternative non esistono. La vita e le opere di Tommaso Labranca, Bologna, Il Mulino, «Saggi» (899), 2020, 252 pp., 23 euro.

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di Lucio Lontano*

Il 24 agosto dovrei compiere 54 anni, ma mi sento un po’ come il Tristano di Tabucchi e forse alla fine di agosto non ci arriverò. Il che non vuol dire necessariamente che trapasserò (mi sto toccando). Forse assomiglierà a una resa, della serie: «ci ho provato, ci ho anche creduto, ma adesso andate tutti a quel paese».

E tuttavia, prima di andare a pescare col mio cane nel fiume sotto casa, volevo, come dire, concedermi il lusso di farmi un’idea di un’altra vita, quella di Tommaso Labranca, finita presto, a 54 anni, nell’estate del 2016.

Perché? Perché è vita simile per molti versi alla mia (specie nel meno recente passato, l’altrieri) e insieme completamente diversa (oggi, direi, forse domani): una vita che come la mia ha amato le periferie di una grande città del Nord Italia, le tangenziali, il freddo invernale di quegli spazi urbani ed extraurbani, gli attraversamenti degli stessi, vuoti notturni a piedi, in bici, poi con un mezzo pubblico scassato, infine con una macchina ancora più scassata; una vita che si è nutrita naturalmente della cultura pop in tutte le sue forme (arte e musica contemporanea, canzoni, cinema, commedia all’italiana, pubblicità, televisione, jingle, ma anche fumetto, fotoromanzo, fotografia), per liberarsi dalla cultura ufficiale, universitaria (p. 75), o anche solo per capire che la cultura è esplosione, è fuori, è vita; una vita che ha odiato le vacanze, che non sapeva neanche dove stava di casa il famoso otium e che tuttavia aveva «il senso della frase» (Andrea G. Pinketts, 1961-2018) e a cui bastava «conoscere il ritmo» (Mauro Mao Gurlino, 1971); una vita in cui passano gli anni ma non passano gli affanni e ti sembra sempre di averla sprecata; ma anche una vita riuscita (più che rassegnata a sé stessa), una vita quasi presa al lazzo da una testualità saggistico-narrativa complessa che andrebbe ristampata per capire meglio la trasformazione della società e della cultura in Italia in quel quarto di secolo che va all’incirca dall’inizio degli anni Novanta alla metà degli anni Dieci: Nubigenia. Scoperta e repentina scomparsa di un continente supernubilare (1991), Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash (1994), Estasi del pecoreccio. Perché non possiamo non dirci brianzoli (1995), Chaltron Hescon. Fenomenologia del cialtronismo contemporaneo (1998), Neoproletariato. La sconfitta del Popolo e il trionfo dell’Eleghanzia (2002), Il Piccolo Isolazionista. Prolegomeni a una metafisica della periferia (2006), Da zero a Zero (2009), Haiducii. Romanzo d’appendice rumeno-mediatico (2010), Progetto Elvira. Dissezionando «Il vedovo» (2014), Vraghinaroda. Viaggio allucinante fra creatori, mediatori e fruitori dell’arte (2016), Agosto oscuro (2017).

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Stefano Lanuzza, “Scrittore contro. L’opera di Leonardo Sciascia”

Stefano Lanuzza, Scrittore contro. L’opera di Leonardo Sciascia, Jouvence, 2020, pp.147, € 14,00

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di Francesco Sasso

Non pochi critici hanno analizzato l’opera di Leonardo Sciascia con alterne vicende, ma un buon punto di partenza è senza dubbio Scrittore contro. L’opera di Leonardo Sciascia di Stefano Lanuzza, saggio pubblicato pochi mesi fa presso l’editore Jouvence. Uno studio completo, come quello di Stefano Lanuzza, richiede perspicue doti di analisi storico-culturale. L’autore del saggio analizza l’intera opera dello scrittore siciliano, sia narrativa che saggistica, e coglie, a mio parere bene, gli aspetti di più concreto spessore socio-politico dello scrittore siciliano. Lanuzza ci mostra come Sciascia oscilla fra un dolente scetticismo di remota ascendenza isolana e una sorta di fiducia illuministica nei poteri della ragione, ci segnala come l’opera sciasciana può nell’insieme leggersi come un monumento sulla sconfitta della ragione, ovvero un lungo racconto dell’impari – e perciò fatalmente perdente – lotta che la coscienza intellettuale impegna a difesa del suo mandato etico-civile contro il potere (legale ed illegale).

Il senso di questa estrema sfida è bene analizzato da Stefano Lanuzza in modo puntuale e attraverso una scrittura asciutta e lineare.

f.s.

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[Leggi tutti gli articoli di Francesco Sasso pubblicati su RETROGUARDIA 2.0]

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SNAKE

Il serpente che non può cambiar pelle muore.

Lo stesso accade agli spiriti

ai quali s’impedisce di cambiare opinione:

cessano di essere spiriti.

Friedrich Wilhelm Nietzsche, Aurora.

Sfregandosi insieme queste cose,

ossia nomi e definizioni,

visioni e sensazioni, le une con le altre,

e venendo messe a prova

in confutazioni benevole

e saggiate in discussioni fatte senza invidia,

risplende improvvisamente

la conoscenza di ciascuna cosa.

Platone, Dialoghi.

di Giuseppe Gentile

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INTRODUZIONE

Parlando del più e del meno in una serata senza tempo, una serata che potrebbe essere di ieri come di oggi, e perché no anche di domani, mi ritrovai dinanzi ad una questione che sembrò essere importante per chi mi stava di fronte, ma allo stesso tempo compresi che per me sarebbe stata vitale. Si disquisiva sul colore del tramonto. Vennero fuori tutta una serie di possibili colori: arancio, rosa, rosa tendente all’arancio, amaranto. Nessuno, tuttavia, riuscì a trovare un colore che minimante desse l’idea di quello che stava capitando sotto i nostri occhi: la fine di un giorno.

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Nella ricerca teorico-pratica di Francesca Medaglia l’autorialità showrunner

Francesca Medaglia, Autore/Personaggio: interferenze, complicazioni e scambi di ruolo- Autori e personaggi complessi nella contemporaneità letteraria e transmediale, Lithos, Roma, 2020, pp. 446, € 28

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di Antonino Contiliano

La vie c’est l’ensemble des fonctions

qui résistent à la morte.

Xavier Bichat

Chi volesse incamminarsi fra le pagine dell’opera teorico-critica e metodologica di Francesca Medaglia (Autore/Personaggio: interferenze, complicazioni e scambi di ruolo- Autori e personaggi complessi nella contemporaneità letteraria e transmediale, Lithos, Roma, 2020, pp. 446, € 28), non dovrebbe fare a meno del riferimento al pensiero di Xavier Bichat sulla vita: “La vita è l’insieme delle funzioni che resistono alla morte” (Bichat, per inciso, è l’autore che Gilles Deleuze tira in causa allorquando legge il pensiero dell’amico Michel Foucault per annodare i concetti fondamentali del “filosofo”). Tra questi concetti c’è proprio quello che il pensatore M. Foucault ha articolato nel saggio “Che cos’è un autore” (R. Barthes invece titolava “Qu’est ce que l’auteur?).

Entrambi, a fine Novecento, in altre parole ponevano il problema della morte dell’autore così come era stato prefigurato dalla narratività moderna: istanza primaria e intransitiva rispetto alle identità dei personaggi e dei paesaggi che animavano i loro racconti.

Due modi di vedere la trasformazione dell’identità dell’autore nel suo rapporto con il/i personaggio/i, e tradotto nei termini di una nozione più generale, l’autorialità (F. Medaglia). Tema e questione, questo, che sostanzia il libro della nostra autrice (attualmente, come si legge in quarta di copertina, RTDA in “Critica Letteraria e Letterature Comparate” presso il Dipartimento di Lettere e Culture Moderne, Facoltà di Lettere e Filosofia, Sapienza- Università di Roma). L’autorialità è infatti il luogo-tempo astratto in cui la vita dell’autore come soggetto singolare e unico della modernità è in declino. L’autore si fa personaggio, muore come identità riconoscibile e separata. La sua figura si rinnova all’insegna dell’autorialità diffusa e si ridefinisce come una funzione che pluralizza l’identità autoriale, sì che, capovolgendo la coppia autore/personaggio tradizionale, ora si installa come processo di identificazione personaggi/autori.

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Snob e dandy nella letteratura italiana [Per Giuseppe Panella]

Snob e dandy nella letteratura italiana

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di Stefano Lanuzza
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A “Beppe” Panella per la sua Fenomenologia del dandy (“Retroguardia”, 22 ottobre 2010)

Il dandy è una figura eminentemente letteraria. Su questo, i suoi studiosi concordano da sempre. Il ‘vero’ dandysmo è quello letterario (Giuseppe Panella).

Ci sono snob relativi e snob assoluti. Per assoluti intendo gli snob che sono snob ovunque, in qualsiasi compagnia, da mattina a sera, dalla giovinezza alla tomba, essendo per natura dotati di snobismo; mentre gli altri sono snob solo in certe circostanze e occasioni della vita” (V. M. Thackeray, The Book of Snobs, “Punck”, 1846-1847)

Il dandy crea la propria unità con mezzi estetici. […] Il dandy per sua funzione è un oppositore. […]il dandy non può porsi se non opponendosi” (A. Camus, L’homme révolté, 1951).

Dandismo e snobismo si escludono a vicenda. Lo snob, che non cerca la differenza ma il privilegio, aspira ad aggregarsi a una classe sociale elevata spinto da un malanimo sorto da un sentimento d’inferiorità compensato con l’ambizione e l’attitudine all’autoinganno; il dandy, per il quale non conta ‘differirsi’, è, per destino, un ‘fuori-classe’”.

Alla dominante volgarità, il dandy oppone la sua solitaria eleganza morale fatta di sobrio individualismo artistico e ironia critica. Egli vive contro i dogmi del denaro, del profitto, del successo: esule, straniero, indifferente ai traffici del mondo, niente conta per lui più della nobiltà d’animo e della possibilità di esprimersi con le proprie opere” (S.L., Vita da dandy. Gli antisnob nella società, nella vita, nella letteratura, 1999).

In principio, muovendo dall’Ottocento tardo della letteratura italiana, c’è il conte Andrea Sperelli Fieschi d’Ugenta, perfetto snob spregiatore del generico volgo e convinto che “bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte”. Frequentatore dei salotti del bel mondo romano, l’estetizzante personaggio dell’antinaturalista-antipositivista Il piacere (1889) di D’Annunzio s’innamora della contessa Elena Muti, giovane vedova con cui avvia una relazione: finché la donna non decide di andarsene da Roma non senza, prima, dargli il benservito e provocargli una depressione che lo porta a passare da una donna all’altra fino all’incontro con la casta e timorata Maria Ferres, doti sufficienti per impegnare il ganimede a fare sua la donna.

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LINGUAVIRUS. Ilenia Appicciafuoco, “Nei sentieri della linguavirus”

Ilenia Appicciafuoco, Nei sentieri della linguavirus, Novecento, Roma, 2019, pp. 198, € 15,00

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di Stefano Lanuzza
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[…] ma, per semplificare, / ti aggiungo che, se è vero che, per me (come dico e ridico) è politica tutto, / a questo mondo, non è poi tutto, invece, la politica: […] / amo, così, quella grande politica / che è viva nei gesti della vita quotidiana, nelle parole quotidiane (come ciao, / pane, fica, grazie mille): (come quelle che ti trovi graffite dentro i cessi, / sdraiate sopra i muri, tra uno slogan e un altro, abbasso, viva): / […] (E. Sanguineti, Mikrokosmos, 2004).

Introdotto dall’esauriente Prefazione di Simona Cigliana, il saggio – originariamente una tesi di laurea – di Ilenia Appicciafuoco, Nei sentieri della linguavirus (Novecento, Roma, 2019, pp. 198, € 15,00), specificamente incentrato sull’opera in versi di Marco Palladini dalla fine degli anni Ottanta a oggi, è come un’applicata fenomenologia del poeta ‘militante’, certo l’ultimo e il più fervidamente attivo dopo i romani d’adozione Pasolini e Pagliarani con gli evocabili autori di un’ideale ‘scuola romana’ che avrebbe tra i suoi maggiori protagonisti Gianni Toti poligrafo d’inusitato talento linguistico, Mario Quattrucci giallista gergante in chiave belliana con un occhio al ‘trilussiano’ Mario Marè, e un maestro come Mario Lunetta, romanziere, poeta e critico di cui rimane, ineludibile, un’opera sterminata.

Di Palladini – scrittore dall’acuta sensibilità politica refrattario ai coevi politicanti, già attento all’americana Beat generation (“Beat-a Generazione” lui affabilmente la chiama), critico agguerrito e uomo di teatro con nume tutelare un Artaud più dei Brecht, Beckett o Carmelo Bene –, l’autrice svolge una concentrata e sistematica disamina dei libri di poesia, ognuno di questi caratterizzato dal ricorso a un codice linguistico-lessicale studiatamente alieno dai moduli della comunicazione standardizzata: appunto una “linguavirus” votata, proprio tecnicamente, a intridere demistificare destabilizzare, ma poi anche ‘sanificare’ in modi omeopatici l’intero discorso della poesia italiana novecentesca storicizzata ovvero ‘storificata’ in guise autoreferenziali anzichenò; e che, guardando per esempio all’antologia Poesia italiana del secondo Novecento (1996) di Cucchi-Giovanardi, non hanno il dono dell’obiettività né della simpatia.

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ESERCIZI DI LETTURA n.10: Gioventù e innocenza dell’Idiota. Alcune considerazioni in margine uno scritto di Walter Benjamin su L’idiota di Dostoevskij

W. Benjamin, L’idiota di Dostoevskij, trad. it. in Avanguardia e rivoluzione, Torino, 1973, pp. 74-78.

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di Gustavo Micheletti

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Gioventù e innocenza dell’Idiota. Alcune considerazioni in margine uno scritto di Walter Benjamin su L’idiota di Dostoevskij

All’interno di una raccolta di scritti tradotti con il titolo italiano di Avanguardia e rivoluzione c’è un breve saggio, un piccolo gioiello di critica letteraria e filosofica, che il loro autore, Walter Benjamin, dedica a L’idiota di Dostoevskij.

Dopo aver premesso che la critica dovrebbe tenersi lontana dall’utilizzazione di canoni e categorie tratte dalla psicologia per valutare personaggi e opere della letteratura, per concentrarsi piuttosto sugli aspetti più spiccatamente culturali e metafisici, Benjamin entra subito nel merito, spiegando che il romanzo tratta di un episodio della vita del protagonista, il principe Myškin.

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ESERCIZI DI LETTURA n.9: A scuola da Lev Nikolaevič, con nostalgia e gratitudine

Pietro Citati, Tolstoj, Adelphi, Milano, 1996 (ed. cit. 2007)

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di Gustavo Micheletti

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A scuola da Lev Nikolaevič, con nostalgia e gratitudine. Qualche nota in margine al libro di Pietro Citati su Tolstoj

Non è semplice scrivere un libro su uno scrittore come Lev Nikolaevič Tolstoj senza scadere nel già detto o nello specialismo critico-letterario. La sua personalità e la sua opera sono già state più volte rivoltate e analizzate e dire qualcosa di nuovo, o anche il voler proporre rielaborazioni semplicemente interessanti di quanto già scritto, potrebbe rivelarsi un’impresa vana o troppo ambiziosa.

È vero che Pietro Citati è solito cimentarsi in maniera programmatica con simili imprese (basti pensare, tanto per fare solo qualche esempio, alle monografie su Goethe, Kafka e Leopardi) ma l’impressione è che un progetto tanto impegnativo possa essersi originato in lui solo grazie a un sentimento simile a quello che Vas’ka Morozov, uno degli alunni di Lev Nikolaevič nella scuola di Jasnaja Poljana, nutriva verso il suo vecchio maestro: un sentimento composito di ammirazione, nostalgia e gratitudine. Il ricordo delle giornate trascorse da Vas’ka ad ascoltare i suoi racconti, il giocare con lui a pallate di neve, le passeggiate nei boschi e le lunghe conversazioni sulla terrazza dopo tanti anni risplendevano ancora luminose nelle sua anima e rischiaravano la sua vita.

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ESERCIZI DI LETTURA n.8: Dostoevskij e la fede in un Dio assente. Pietro Citati, “Il male assoluto”

Pietro Citati, Il male assoluto, Adelphi, Milano, 2013

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di Gustavo Micheletti

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Dostoevskij e la fede in un Dio assente

Sull’impossibile morte di Dio in Dostoevskij, tra Delitto e castigo e I Demòni, ne Il male assoluto di Pietro Citati.

Ne Il male assoluto Pietro Citati si sofferma sull’opera di alcuni scrittori del XIX secolo, tra i quali, tanto per citarne solo alcuni, Goethe, Manzoni, Dickens e Hawthorne, sul cui rapporto con la Legge e il Peccato avanza considerazioni particolarmente incisive e illuminanti.

Sebbene tutti gli scrittori di cui si parla nel libro siano accomunati dal non aver mai rinunciato a riflettere, attraverso alcuni dei loro personaggi più significativi, sull’inconfutabile presenza del male nel mondo, la parte del saggio dalla quale sembra di poter desumere il senso del titolo è quella dedicata a Dostoevskij, e in particolare all’autore di Delitto e Castigo e dei Demòni.

Su Rascol’nikov e Sonia, sul loro rapporto e su quello che entrambi hanno rispettivamente con Dio, scrive quanto segue: “Cosa è allora il Cristo predicato appassionatamente da Sonja? Un punto lontanissimo che non si manifesta mai sulla terra, e sta nascosto tra i veli del più lontano futuro. La prova della sua esistenza sta nella sua assoluta irrealtà, nella sua inesistenza visibile. Il regno di Cristo, che avviene non sappiamo dove, forse nemmeno nel cielo, troppo limitato per contenerlo, affonda le sue radici nella disperata disarmonia di questo mondo” (P. Citati, Il male assoluto, Adelphi, Milano, 2013, p. 277).

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ESERCIZI DI LETTURA n.7: ETTORE MAJORANA. IL MITO DEL RIFIUTO DELLA SCIENZA

«Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono

Da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo,

Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto

Un cumulo d’immagini infrante, dove batte il sole,

E l’albero morto non dà riparo, nessun conforto lo stridere del grillo,

L’arida pietra nessun suono d’acque.

C’è solo ombra sotto questa roccia rossa,

(Venite all’ombra della roccia rossa),

E io vi mostrerò qualcosa di diverso

Dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi,

O dall’ombra vostra che a sera incontro a voi si leva;

In una manciata di polvere vi mostrerò la paura.»

T. S. Eliot, The waste land, 1922

Pensi: la scienza… L’abbiamo combattuta tanto! E infine, che scruti la cellula, l’atomo, il cielo stellato; che ne carpisca qualche segreto; che divida, che faccia esplodere, che mandi l’uomo a passeggiare sulla luna: che fa se non moltiplicare lo spavento che Pascal sentiva di fronte all’universo?

Leonardo Sciascia, Todo modo, 1974

ETTORE MAJORANA. IL MITO DEL RIFIUTO DELLA SCIENZA
I limiti della ricerca e delle applicazioni scientifiche

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di Francesca Vennarucci
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Dal 26 marzo 1938 si perdono le tracce del trentunenne fisico siciliano Ettore Majorana: fra la partenza e l’arrivo di un misterioso viaggio per mare da Palermo a Napoli scompare colui che Fermi non esiterà a definire un genio, della statura di Galileo e di Newton. Suicidio, come gli inquirenti dell’epoca vogliono credere e lasciar credere, o volontaria fuga dal mondo e dai terribili destini della scienza?

L’enigma irrisolto nasconde una verità che tenta l’immaginazione di Leonardo Sciascia: nel 1975 egli dedica al caso un breve romanzo, La scomparsa di Majorana, nel quale pur partendo dalla cronaca e dai documenti, giunge fin dentro l’anima del personaggio Majorana.

Sciascia ci fornisce un ritratto articolato dell’inquieta personalità del giovane scienziato e la inserisce nel contesto storico degli anni Trenta, anni ricchi di speranze e scoperte per la fisica atomica, ma anche densi di presagi funesti: anni che vedono l’affermazione dei regimi totalitari in molti Paesi europei e che sfoceranno nella seconda guerra mondiale, durante la quale molti scienziati saranno impegnati nella creazione di ordigni micidiali, tra cui la bomba atomica. Il fatto che Majorana sia scomparso alla vigilia di tali eventi rende più emblematica la sua figura: si può forse immaginare che egli prefigurasse quanto sarebbe successo?

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Il “Sempre” e il “di là di quella” del pensiero leopardiano

Ed è probabile che qui ci sia

qualche segreto da scoprine.

C. S. Peirce

Gaspare Polizzi e Giuseppe Mussardo, L’infinita scienza di Leopardi, Scienza Express, Trieste, 2019

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di Antonino Contiliano

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Il mondo speculativo, il retroterra scientifico-culturale e la stessa produzione poetica (complessiva) di Giacomo Leopardi non finiscono mai di incuriosire (del resto la curiosità è una passione della conoscenza e non ha limiti). Questa volta, la passione esploratrice prende corpo visibile nell’opera L’infinita scienza di Leopardi (Scienza Express, Trieste, 2019). Del volume sono coautori Gaspare Polizzi e Giuseppe Mussardo. G. Polizzi, leopardista (all’attivo già altri lavori pubblicati su Leopardi), storico della filosofia e della scienza. G. Mussardo è prof. di fisica teorica alla “SISSA” – Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati – di Trieste. Di questo fortunato incontro cooperativo dei due sulla formazione e l’opera di Leopardi nella postfazione del libro (p. 188) ne parla Andrea Gambassi, altro “fisico teorico e direttore del Laboratorio interdisciplinare per le scienze naturali e umanistiche della Sissa”. Polizzi e Mussardo, mettendo in parallelo il tempo delle letture (antiche e moderne) e quello delle riflessioni evolutive del pensiero filosofico-poetico del Recanatese, seguono il concetto di infinito e di indefinito.

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ESERCIZI DI LETTURA n. 5: “Il pane che si porta in carcere”. Dante nella poesia di Osip Mandel’stam

Il pane che si porta in carcere”. Dante nella poesia di Osip Mandel’stam

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di Francesca Vennarucci

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Come accade che un ebreo polacco, stretto nella morsa della Russia staliniana, sviluppi una autentica passione per Dante, inizi a studiare l’italiano per leggerlo in lingua originale e, anch’egli poeta, lo elegga a sua guida, a suo nutrimento? Perché? Cosa rappresenta Dante per Osip Mandel’stam? Attraverso il dialogo con Dante, Mandel’stam intesse una fitto colloquio con altri grandi poeti europei che nella vita e nell’opera dell’esule fiorentino cercarono una chiave per comprendere se stessi e i drammatici eventi storici novecenteschi: Eliot e Pound, ma anche Montale e Seamus Heaney. Sappiamo che Mandel’stam, quando iniziò a temere di venire arrestato, portava sempre con sé un’edizione tascabile della Commedia: non poteva tollerare l’idea del carcere senza Dante…e sappiamo anche che la sua ultima raccolta poetica ci è giunta perché la moglie Nadezda aveva imparato a memoria tutti i testi. L’esilio, il pane altrui che sa di sale, le scale da scendere e salire per chiedere aiuto e protezione, ma anche la sublime libertà del cielo, di uno sguardo che oltrepassa il visibile… È la storia di una amicizia, di un intimo colloquio, che, come tutti i veri profondi legami, aiuta a conoscersi e a trovare il proprio posto nel mondo.

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ESERCIZI DI LETTURA n. 4: La purezza del sorriso e il divertimento del nulla

Anna Maria Ortese, Da Moby Dick all’Orsa Bianca, Piccola biblioteca Adelphi, 2011, pp.187

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di Gustavo Micheletti

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La purezza del sorriso e il divertimento del nulla. Gli esercizi di lettura suggeriti – con affetto e gratitudine – da Anna Maria Ortese

L’orsa bianca dello zoo ha appena avuto un figlio e Anna Maria Ortese non riesce a staccare gli occhi di dosso dalla scena, da quell’“immagine sacra”, dalla “cieca grazia del figlio” e dal modo in cui la madre lo accudisce offrendogli un rifugio. Il sospetto che però subito l’attraversa è che noi siamo tutti orfani di quell’orsa, di quella premura così assoluta e avvolgente, prede di un ingranaggio sinistro che rende sempre più automatici e inconsapevoli i nostri gesti e i nostri pensieri, quasi fossimo ormai dei “creditori del nulla” perduti “nel sistema senza orizzonte dell’utile”. E infatti quel bianco dell’orsa le ricorda il bianco di Moby Dick, il placido presagio di morte che incombe sulla vita di Achab, “uomo pieno di rumore e insieme taciturno, ignoto alla Parola, come un insetto, una gigantesca formica. Un uomo – del – Futuro solo in apparenza: in sostanza, Anti-Uomo, Anti-Universo, Anti-Dio”.

Nella visione della Ortese, Achab sarebbe infatti l’anticipatore dell’uomo d’oggi, irrigidito e ossessivo, capace di un odio senza limiti e per questo non più capace di produrre segreti, ma incarnazione di un unico segreto immobile e vorace.

Ma questo è solo uno dei tanti spunti contenuti in questa breve rassegna di ricordi letterari, di recensioni, di schizzi e ritratti a memoria, che ha il solo privilegio di conferire il titolo alla raccolta (Anna Maria Ortese, Da Moby Dick all’Orsa Bianca, Adelphi). Non è facile individuare in essa un filo rosso ulteriore rispetto allo sguardo dell’autrice, uno sguardo che rivela una sensibilità rispettosa verso ogni forma di vita e che s’incarna in uno stile limpido, penetrante e lieve. Le opere e gli autori che in questo libro si legano in un ordito sottile sono i più disparati, tanto che potrebbe risultare assai problematico il vederli comparire insieme all’interno di in uno stesso testo. Qui la Ortese ci parla di Hemingway e De Amicis, di Melville e del Vangelo, e poi ancora di Buzzati e Anna Frank, di Edoardo De Filippo – i cui personaggi le ricordano talora quelli di Gogol – e di Leopardi, di Thomas Mann, di Wilde, della Morante, di Cechov e di molti altri scrittori da lei amati o ammirati con una singolare modulazione d’affetto o di stima, per motivi diversi ma forse anche per una stessa ragione di fondo, che potrebbe consistere in una sorta di trasparenza della loro scrittura, in una piena aderenza della loro vita alla qualità e al timbro della loro prosa o della loro poesia.

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