Stefano Lanuzza, “Una tragica giovinezza. Il Rosso e il Nero di Stendhal”

Stefano Lanuzza, Una tragica giovinezza. Il Rosso e il Nero di Stendhal, Jouvence, 2022, pp.141, €12,00


di Francesco Sasso

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Una tragica giovinezza. Il Rosso e il Nero di Stendhal di Stefano Lanuzza è un saggio a forma di romanzo sulla vita di Henri Beyle/Stendhal. Un’unica esistenza, due anime contrapposte.

Lanuzza ci racconta con finezza e puntualità come Henri Beyle, noto sotto lo pseudonimo di Stendhal (1783-1842), fu dotato di uno spirito di osservazione acutissimo: egli seppe scrutare gli uomini ed il suo realismo è di carattere psicologico. Lo scopo di Stendhal fu di svelare e notare i segreti motivi delle nostre azioni, afferrandone le minime sfumature con sicurezza. Stessa operazione compiuta da Lanuzza in questo saggio su Stendhal/Henri Beyle.

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Lucette & Céline

Lucette & Céline

J’ai toujours dormi ainsi dans le bruit atroce depuis décembre 14.

J’ai attrapé la guerre dans ma tête. Elle est enfermée dans ma tête.

(Louis-Ferdinand Céline, Guerre, 2022)


di Stefano Lanuzza 

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Dopo il libro di Sandra Vanbremeersch, La Dame couchée (2021), tradotto in Italia nel 2022 da Marta Morazzoni col titolo di Buongiorno, madame Céline, seguono in Francia la seconda edizione (2022) di Madame Céline, autore David Alliot, e Guerre (2022) di Louis-Ferdinand Céline.

Il primo libro e il secondo riguardano la vedova di Céline, Lucette Almanzor; il terzo, uscito il 5 maggio 2022 in 80mila copie chez Gallimard (che lo presenta come “pezzo capitale nell’opera dello scrittore”), è un inedito ritrovato: un testo che, in mancanza di dati filologici convincenti, potrebbe adombrare un romanzo a parte, elaborato, forse, nel 1934; oppure, più verosimilmente, costituire uno stralcio del Voyage au bout de la nuit (1932) finito nelle mani del giornalista Jean-Pierre Thibaudat e rimasto inedito per molti anni… Più probabilmente – asserisce Pierluigi Pellini –, “Guerre è un abbozzo scartato del Voyage, scritto fra il ’30 e il ’31[…]. Dev’essere stato espunto dall’autore per la sua oltranza pornografica” (“Alias/il manifesto”, 26 giugno 2022).

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Echi di guerra

Echi di guerra

A Mario Quattrucci (1936-2022), scrittore


di Stefano Lanuzza 

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Leggi anche I “Piani” del sofo e dello zar

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L’invasione illegale russa è una violazione dell’Articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite, che vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale di un altro Stato.

Gli uomini sono mistici della morte dei quali bisogna diffidare. […] Hitler non rappresenta l’apice, ne vedremo di più epilettici […]. L’unanime sadismo attuale muove innanzi tutto da un desiderio del nulla profondamente radicato nell’Uomo e soprattutto nelle masse di uomini, una specie di impazienza amorosa, più o meno irresistibile, unanime, di morire. […] Come distrazione ci sarà lasciato soltanto l’istinto di distruzione” (Louis-Ferdinand Céline, Omaggio a Zola, 1933).

La cartolina qui / mi dice terra terra / di andare a far la guerra / quest’altro lunedì. / Ma io non sono qui, / egregio presidente, /
per ammazzar la gente / più o meno come me. / […] / Per cui se servirà / del sangue ad ogni costo, / andate a dare il vostro / se vi divertirà” (Boris Vian, Le Déserteur, 1956).

Quando la violenza irrompe nella pacifica vita degli uomini, il suo volto arde di tracotanza ed essa porta scritto sul suo stendardo e grida: ‘IO SONO LA VIOLENZA! Via, fate largo o vi schiaccio!’. Ma la violenza invecchia presto, […] e per reggersi, per salvare la faccia, si allea immancabilmente con la menzogna. Infatti la violenza non ha altro dietro cui coprirsi se non la menzogna, e la menzogna non può reggersi se non con la violenza” (Aleksandr Solženicyn, Vivere senza menzogna, 12 febbraio 1974).

Non c’è niente di nobile nell’usare le armi e le arti della guerra per appropriarsi della terra altrui” (Morihei Ueshiba, L’arte della pace, 1992).

talpa cieca / duce di blatte / il mondo prega / che tu / schiatti. / Innaffia di sangue la sorella / la terra del mio cuore. / Si dilapida la Russia spargendo i suoi semi: / denti marci di drago” (Vera Pavlova, Versi del tempo di guerra, in Voci russe contro la guerra, Università di Torino, 2022).

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Il poeta scrive col cuore. Marco Palladini, “Via memoriae / Via crucis”

Marco Palladini, Via memoriae / Via crucis (Roma, gattomerlino, 2022, pp. 74, € 15,00


di Stefano Lanuzza

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Mai libro di Marco Palladini, poligrafo tra i maggiori protagonisti d’una ‘scuola romana’ indeterminata quanto ricca di fermenti innovativi, fu più accorato di Via memoriae / Via crucis (Roma, gattomerlino, 2022, pp. 74, € 15,00), raccolta di versi e apologhi poematico-prosastici che reca in copertina un cuore colante, offerto su un piatto da due anonime mani sorte dal fogliame mimato da una carta da parati.

È un libro esperienziale dove il ‘ri/cordare’ è ‘ri/condurre al cuore’ (re-cordis), a un poetante ‘scrivere col cuore’ senza retorici epicedi e senza sospirare il passato vissuto dai soggetti rammemorati, ma dialogando intimamente con questi mantenendoli presenti: compreso un Giorgio de Chirico con la sua “metafisica discontinua” di enigmatici manichini e “straniti paesaggi”, ma poi di baroccheggianti, ancor più singolari, “sontuosi ghirigori versicolori”. Festevolmente vi si accorda una debita “standing ovation ultima” per Maradona, “el pibe Dieguito”, piccolo fuoriclasse unico e irripetibile, giganteggiante “nell’Olimpo del mondo pallonaro”.

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Il passo ‘danzante’ della poesia. Isabella Horn, “Viandanzando”

Isabella Horn, Viandanzando, Villanova di Guidonia, Aletti Editore, 2022, pp. 64, € 12,00


di Stefano Lanuzza

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Potrei credere soltanto a un dio che sapesse danzare (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883/85)

Tedesca di nascita e madrelingua, autrice di numerosi libri di poesia scritti in italiano (un ‘caso’ letterario tutto da rilevare), Isabella Horn, filologa e traduttrice, nel 2014 cura per Stampa Alternativa la traduzione (Maledetta civiltà) del saggio Die verfluchte Kultur (1921) di Theodor Lessing.

Seguono un raro studio sulla versione tedesca del romanzo Horcynus Orca (1975) di Stefano D’Arrigo (in “Retididedalus”, giugno 2015) e la curatela del libello 20. Juli 1944 – Personen und Aktionen (2001) di Georg Holmsten, pubblicato da Mimesis nel 2020 col titolo di Contro Hitler: una ricostruzione del tentativo di attentato (20 luglio 1944) contro il Führer da parte di Claus von Stauffenberg e altri: tra questi il giornalista Siegfried Horn, padre della stessa autrice.

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I “Piani” del sofo e dello zar

I “Piani” del sofo e dello zar


di Stefano Lanuzza 

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Eccellenze, gentiluomini, nobili, cittadini! Che cos’è dunque il nostro Impero Russo? Il nostro Impero Russo è un’entità geografica, ossia una parte d’un noto pianeta. L’Impero Russo comprende: in primo luogo la Grande, la Piccola, la Bianca e la Rossa Russia; in secondo luogo i regni di Georgia, Polonia, Kazàn’ e Àstrachan’; in terzo luogo… Ma eccetera eccetera eccetera. Il nostro Impero Russo consiste in una moltitudine di città: capitali, provinciali, distrettuali, autonome; e inoltre: nella metropoli e nella madre delle città russe. La metropoli è Mosca; e la madre delle città russe è Kiev (Andrej Belyj, Pietroburgo, 1916).

In considerazione del fatto che in ogni futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi mettono in pericolo la continuazione dell’esistenza dell’umanità, noi rivolgiamo un pressante appello ai governi di tutto il mondo affinché si rendano conto e riconoscano pubblicamente che i loro obiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale, e li invitiamo, di conseguenza, a cercare mezzi pacifici per la soluzione di tutte le questioni controverse (dalla “Dichiarazione sulle armi nucleari” firmata da Albert Einstein e da altri scienziati, e inviata il 9 luglio 1955 ai capi di Stato e di governo degli Stati Uniti, URSS, Cina, Gran Bretagna e Francia).

Una mattina mi son svegliato / o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao / una mattina mi son svegliato / e ho trovato l’invasor (Bella ciao. Inno della Resistenza, s. d.).

ALEKSANDR DUGIN

Elaborazioni di pensiero con prevalenti toni messianici rigidamente dogmatici o solo apodittici, talora prepotenti “piani” sono quelli prospettati da Aleksandr Dugin (Mosca, 1962), sofo-politologo russo, nazionalista nostalgico dell’imperialismo zarista e d’una Russia composita multietnica sconfinata, autoritaria conflittuale repressiva, avidamente imperialista eppure supremamente presente nella cultura europea con la sua letteratura, la musica classica, la danza, l’arte figurativa, l’architettura, i musei, il folklore.

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Una rivista ‘enciclopedica’

Una rivista ‘enciclopedica’


di Stefano Lanuzza 

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Consta di quasi 500 pagine il numero 253 (2022) di Fermenti, una delle poche sopravviventi riviste letterarie italiane cartacee; e che, diretta da Velio Carratoni, mantiene la sua periodicità annuale adunando una folla quanto mai varia di collaboratori – critici narratori poeti e artisti figurativi.

Dopo l’editoriale di Carratoni sospeso tra analisi sociale, concentrazione di aforismi e una serie di sue poesie dominate dai temi della ‘maschera’ e della metamorfosi, è di grande interesse il saggio dell’epistemologo Alberto Artosi sulla Colonia digitale e il programmato sistema di controllo e coazione dei soggetti.

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Il gatto e il filosofo. Stefano Scrima, “Sette vite non bastano”

Stefano Scrima, Sette vite non bastano, Aprilia, Ortica editrice, 2022, pp. 84, € 9,00


di Stefano Lanuzza 

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Dialoga col suo sacrale gatto birmano di nome Washington il giovane filosofo Stefano Scrima (1987), che al suo peloso interlocutore dallo sguardo insostenibile dedica il volumetto carico di pensiero Sette vite non bastano (Aprilia, Ortica editrice, 2022, pp. 84, € 9,00).

Mantiene una certa aria di sufficienza, quel felino che lascia vagare i suoi dolci, flemmatici occhi blu senza mai perdere di vista ogni cosa; e quando il filosofo gli chiede reverente di cedergli almeno una delle sue rinomate “sette vite”, quell’araldo infero lo guarda compassionevole da distanze abissali facendo le fusa prima d’inalberare le sue segnaletiche orecchie rosse e, senza sprecarsi in risposte, fa intendere che a lui, sette vite, mica bastano.

Allora che può eccepire il filosofo cui, per quanto ha da fare, una sola vita non è sufficiente? Per dirla tutta, a lui, al pari del grande Miguel de Unamuno cui ha dedicato il libro Non voglio morire (2015), di morire non va proprio. “Non voglio morire; non voglio e non voglio volerlo” dichiara il per una volta edonista Unamuno.

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I bambini di Louis-Ferdinand Céline. Luisa Crismani, “Hardi petit!”. Attraverso i bambini, Céline

Luisa Crismani, “Hardi petit!”. Attraverso i bambini, Céline, Trieste, Asterios, 2021, pp. 230, € 29,00


di Stefano Lanuzza 

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Così il dottor Destouches (Louis-Ferdinand Céline, 1894-1961) è ricordato dall’amica pittrice Éliane Bonabel: “Non aveva modi arroganti come a volte altri medici. Quando arrivava [in ambulatorio] salutava tutti, era quasi sempre allegro, gioviale, la sua gentilezza e la sua disponibilità verso i bambini sembravano inesauribili” (Ricordi di Clichy, 2002). Sono i bambini su cui Luisa Crismani, pedagogista e letterata, orienta il suo “Hardi petit!”. Attraverso i bambini, Céline (Trieste, Asterios, 2021, pp. 230, € 29,00): non saggio, non biografia, ma diario di un “incontro” e d’un “colloquio” passando dal “Vous Monsieur Céline” all’affettuoso “Tu”, nei toni d’una lunga lettera, si dica pure ‘d’amore’, scritta con mimetica empatia e senza smancerie, stando ai fatti e affidandosi all’immaginazione intesa – è spiegato – “come strumento di conoscenza”.

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Stefano Lanuzza, “‘900 out. Scrittori italiani irregolari” e “Senza storia. ‘900 e contemporanei della Letteratura italiana”

Stefano Lanuzza, ‘900 out. Scrittori italiani irregolari, Fermenti editrice, 2017, pp.294, € 24,00

Stefano Lanuzza, Senza storia. ‘900 e contemporanei della Letteratura italiana, Oèdipus edizioni, 2021, pp.288, €17,50


di Francesco Sasso

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Stefano Lanuzza in questi ultimi anni ha pubblicato una corposa e chiara cartografia della letteratura italiana del Novecento: ‘900 out. Scrittori italiani irregolari (Fermenti editrice) e Senza storia. ‘900 e contemporanei della Letteratura italiana (Oèdipus edizioni).

Non è facile scrivere una storia della letteratura italiana del Novecento: c’è dietro la grande tradizione storiografica e una concezione alta dell’opera d’arte. Inoltre, la letteratura non è semplice linguaggio oppure insieme di opere stampate, pubblicate e diffuse; recepite come tali, prima di tutto, proprio in quanto scritte. È persino ovvio dire che un’opera non assume a dignità letteraria dal semplice fatto di essere scritta e pubblicata. Un’opera letteraria deve essere letta e riletta. E qui si spalanca una voragine: il problema della ricezione delle opere letterarie e di come il pubblico sia condizionato e influenzato da alcuni stereotipi del sistema culturale a individuare e accettare come capolavori determinate opere e scartarne altre, non corrispondenti alle attese, ai gusti e ai valori della comunità leggente.

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Della felicità. Valeria Di Felice, “El batiente de la felicidad”

Valeria Di Felice, El batiente de la felicidad, Sevilla, Renacimiento, 2021, pp. 96, € 15,90


di Stefano Lanuzza 

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Esce in versione bilingue di spagnolo e italiano il volume di poesie El batiente de la felicidad [Il battente della felicità] (Sevilla, Renacimiento, 2021, pp. 96, € 15,90) di – nomen omen – Valeria Di Felice.

Sono versi tradotti dalla filologa María José Flores Requejo nella lingua che forse più d’ogni altra s’adatta al tema dell’amore/passione rivissuto anche con echi lessicali della poesia spagnola novecentesca (si pensi all’andaluso García Lorca) e un attraversamento dell’Ermetismo emblematizzato nell’epigrafe sapienziale di Mario Luzi “L’amore aiuta a vivere, a durare, / l’amore annulla e dà principio”.

Nelle sue declinazioni e su piani plurimi di profondità, il tema è scandito in versi liberi e propizio estro lirico dall’autrice esordita nel 2007 con il saggio Uomini tra realtà e immaterialità, seguìto dai due libri di poesie L’antiriva (2014) e Attese del 2016; insieme, in questo stesso anno, alla curatela dell’antologia La grande madre. Sessanta poeti contemporanei sulla Madre. Una Miscellanea di critica e poesia, sintetizzata nel titolo Alta sui gorghi, completa nel 2017 l’impegno anche militante della poetessa.

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Primo Levi

(27 gennaio Giorno della Memoria. Quando il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa, che avanza verso la Germania, libera il campo di concentramento di Auschwitz)

Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case, / Voi che trovate tornando a sera / Il cibo caldo e visi amici: // Considerate se questo è un uomo…” (P. Levi, Shemà, 10 gennaio 1946); “[…] guardavamo i soldati tedeschi che passeggiavano per le vie con aria innocua, e ci capitava di osservare fra noi: ‘Eppure sono uomini che ci rassomigliano: come possono fare quello che fanno?’. Eravamo fieri di noi, perché riuscivamo a non capirli” (J.-P. Sartre, Prefazione a H. Alleg, La Question, 1958).


di Stefano Lanuzza 

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Italianista, critico letterario, filologo e autore di poesie nel vernacolo del nativo paese di Piossasco nel nord-ovest piemontese, Giovanni Tesio pubblica recentemente, con Lindau, il romanzo di formazione Gli zoccoli nell’erba pesante (2018) e, per le edizioni novaresi Interlinea, un personale, sapiente “sillabario” (Parole essenziali, 2014) seguito dai versi dialettali con autoriale testo italiano Nosgnor (2020). Fino al magnifico volume di saggi La luce delle parole (2020), propizia dichiarazione d’un “amore mai deluso” – per cosa se non per la letteratura?

S’aggiungano le impegnate antologie Nell’abisso del lager. Voci poetiche sulla Shoah (2019) e Nel buco nero di Auschwitz. Voci narrative sulla Shoah (2021), sistematica dilogia redatta sulla scorta d’una confraternita di testimoni – narratori e poeti che prendono la parola smentendo l’intemerata di Adorno secondo cui, dopo Auschwiz, non avrebbe più senso scrivere poesie… Invece non si censura la poesia che, secondo l’oggi negletto Benedetto Croce, è autonoma, scevra d’ogni condizionamento e perfino definizione: ché altro essa non sarebbe se non sé stessa o ‘cosa in sé’.

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Letteratura italiana e codice siciliano

Letteratura italiana e codice siciliano


di Stefano Lanuzza 

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Che, come affermato da taluno, la Letteratura Italiana sia, forse o un bel po’, letteratura di scrittori siciliani vorrebbero dimostrarlo – riferendosi, in questa occasione, solo al passaggio tra Primo e Secondo Novecento fino ai giorni nostri, e limitandosi ad alcuni essenziali nomi – di Vittorini, Quasimodo, Brancati, Buttitta, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, Fiore, Ripellino, Cacciatore, Bonaviri, Fava, Isgrò, Perriera, Di Marco, Testa, Cattafi, Bufalino, D’Arrigo, Consolo, Addamo, Laura di Falco, Silvana Grasso, fino a Camilleri (senza trascurare i Savatteri, Calaciura, Alajmo, Agnello Horbny, Genovese, Gerbino, Maugeri, Torregrossa, Santangelo, Enia, La Spina, Viola Di Grado, Stefania Auci…). S’associa a tale contesto l’etneo Mario Grasso (Acireale, 1932), poeta in lingua e in dialetto, narratore, saggista, traduttore e giornalista che ha fatto del retaggio siciliano proiettato nella complessità del mondo la propria stessa poetica.

Dopo una messe di opere che coprono un periodo dal 1968 a oggi, ora Grasso pubblica un monumentale Vocabolario Siciliano due (Catania, Prova d’Autore, 2021, pp. 311, € 18,00), séguito in versi dialettali d’un primo Vocabolario siciliano (idem, 1989 e 2005) introdotto da un’attenta prefazione di Maria Corti. Sempre con Prova d’Autore, s’aggiunge il volume di versi in lingua italiana Algebre e sigilli (2021, pp. 108, € 16,00).

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Filosofico satirico. Carlo Lapucci, “Detti preclari e fatti esemplari di Rotorio Barbafiera filosofo della mutua”

Carlo Lapucci, Detti preclari e fatti esemplari di Rotorio Barbafiera filosofo della mutua, Firenze, Le Samàre Editrice, 2021, pp. 136

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di Stefano Lanuzza 

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Ogni tanto faccio una capatina dall’altra parte della realtà delle cose (Rotorio Barbafiera)

Poeta, narratore, saggista, preclaro studioso di linguistica e tradizioni popolari, Carlo Lapucci ha sempre incluso nel proprio lavoro letterario all’insegna dell’interdisciplinarità un riposante côté comico che, coniugando umorismo e burla, caricatura e nonsense, motto di spirito, contraddizione della norma, l’assurdo e l’arguzia barzellettistica, fonda un sistema di paradossali sintesi filosofiche. È il caso del suo ultimo libro, Detti preclari e fatti esemplari di Rotorio Barbafiera filosofo della mutua, Firenze, Le Samàre Editrice, 2021, pp. 136, s.i.p.); dove il protagonista Rotorio s’inventa ‘per illuminazioni’ una giocosa, certo antiaccademica filosofia capace di spaesare, trasvalutare o addirittura ridicolizzare con la freddura sorniona e la franca risata, scrosciante fino al cachinno, tutti gli olimpi costituiti, le fisime, i fanatismi, le illusioni, gli inganni e quanto sia ipotizzato intangibile.

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Domenico Rea, il ‘neo-neorealismo’ e l’immaginario barocco

Domenico Rea, il ‘neo-neorealismo’ e l’immaginario barocco

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di Stefano Lanuzza 

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Anticipa il Convegno su Domenico Rea e il Novecento italiano, tenuto all’Università Federico II di Napoli (9-11 novembre 2021) in occasione del centenario della nascita dello scrittore, la preziosa antologia critica, curata da Francesco G. Forte, Domenico Rea nel canone del Novecento (Oedipus, 2021, pp. 142, € 14,00).

Il volume accoglie saggi di Walter Pedullà (La scrittura magra di Domenico Rea), Renato Barilli (Purché vi sia il neo…) e Domenico Scarpa (Le 99 disgrazie di Pulcinella…); con, in aggiunta, un capitolo sul critico teatrale Giuseppe Bartolucci studioso di Rea (Il ghigno amaro, la risata terribile), seguito da un’Appendice (Le ragioni di Nofi) includente tre essenziali interviste con lo scrittore condotte da Forte, Corrado Piancastelli e Alessandro Baricco.

Dopo il felice esordio con Spaccanapoli (1947), racconti espressionistico-dialettaleggianti che nell’ambiente letterario italiano dell’immediato dopoguerra suscitano viva curiosità per l’originale debuttante, è soprattutto a partire dal 1950, con la stampa della raccolta, ancora di racconti, Gesú, fate luce (Premio Viareggio 1951), che, anche grazie alla prestigiosa prefazione di Francesco Flora, Rea ottiene il serio riconoscimento della critica e, viste le riedizioni succedutesi anno dopo anno, un successo notevole presso lettori finalmente interessati al primo innovatore della tradizione del realismo: un ‘neo-neorealista’ progressivo, ricco d’estro e di talento.

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Una sindrome che non finisce. Elio Stellitano, “La sindrome bizantina”

Elio Stellitano, La sindrome bizantina, Città del Sole Edizioni, 2020, pp. 77, € 10,00

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di Stefano Lanuzza 

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Se Montesquieu, Voltaire, Herder, Hegel, Burckhardt stigmatizzano, insieme ad altri, l’età bizantina della controversia pignola, della doppiezza capziosa, dell’algido formalismo, della cavillosità dissimulatrice contorta cervellotica pedante, vi sono il gesuita francese seicentesco Pierre Poussines e il secondottocentesco Kostantiv Leont’ev, filosofo e monaco russo, a costituirsi quali laudatores dell’autocrazia millenaria dell’Impero Romano d’Oriente imploso con la caduta di Costantinopoli.

Ora, quasi come una diagnosi en poète potrebbe proporsi quella del medico e letterato Elio Stellitano che in un inusitato libro di versi, La sindrome bizantina (Città del Sole Edizioni, 2020, pp. 77, € 10,00), avvalendosi di riferimenti storici e del ricorso a una personale critica sospesa nel tempo, mette a fuoco in forme relativamente immaginose quanto ancora costituisce – con cavilli causidici, burocrazie, intrighi e interminabili diatribe, maneggi politici, ipocrite tattiche, delazioni simulazioni cospirazioni e venefìci – una persistente doxa senza verità che, trascorrendo ‘per li rami’, gravita sul sistema di cose avvolgendolo in circuiti e orizzonti chiusi.

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Notizie su Louis-Ferdinand Céline

[Fino al 30 agosto RETROGUARDIA è in vacanza. In questo periodo segnaleremo articoli apparsi in rete, podcast, playlist e qualche articolo a sorpresa. Vi ricordiamo il nuovo indirizzo https://retroguardia.net/ . Grazie a tutte le nostre lettrici e ai nostri lettori e buone vacanze!]


Ritrovati in Francia gli archivi perduti di Céline. Le Monde, tra maggiori scoperte letterarie degli ultimi decenni.

PARIGI – C’è chi la ritiene tra le piu’ grandi scoperte letterarie degli ultimi decenni. Sono stati rinvenuti in Francia gli archivi perduti di Louis-Ferdinand Céline, l’autore del ‘Viaggio al termine della notte’, nato a Courbevoie, vicino Parigi, il 27 maggio 1894 e morto a Meudon il primo di luglio del 1961.

Una “scoperta straordinaria”, fatta di lettere, manoscritti, foto inedite, scrive Le Monde, che oggi rivela la notizia in prima pagina. Documenti che secondo gli esperti che gli hanno consultati “dovrebbero modificare in profondità la conoscenza dell’opera” del genio letterario francese la cui opera è segnata anche da odiosi scritti antisemiti. Si tratta, tra l’altro, di “migliaia di foglietti”; scomparsi nel 1944, precisa il giornale in un lungo articolo intitolato “I tesori ritrovati di Céline”.

Continua a leggere l’articolo su ansa.it


LOUIS-FERDINAND CÉLINE

È uscita un’intervista inedita allo scrittore-dottore, critico contro la Francia, gli intellettuali engagé e l’umanità tutta: L.F. Céline, Viaggio al termine del libro, a cura di Stefano Lanuzza, Strade bianche di Stampa Alternativa, 2021, pp.31

Oggi potete leggere un estratto di Viaggio al termine del libro su “Il Fatto Quotidiano”. “Scrivo così pago l’affitto: trama da fruttivendole” (06/08/2021).

Per labirinti e sentieri dei Boschi dell’Essere. Stefano Lanuzza, “Bosco dell’essere”

Stefano Lanuzza, Bosco dell’essere, pref. di G. Tesio, nota di G. Poli, Fermenti Editrice, Milano 2021, pp. 70, €. 12.00

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di Ugo Piscopo

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Per labirinti e sentieri dei Boschi dell’Essere

Un’intrigante raccolta di poesie di Stefano Lanuzza

Stefano Lanuzza è sulla scena della cultura italiana dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso un autore dalle incantevoli risorse euristiche (in prosa, in poesia, in arte, in animazioni di dibattiti mai scontati e ogni volta propositivi di ulteriori svolgimenti). Di origini siciliane, vive a Firenze e guarda al mondo come una realtà in dinamico flusso di accadimenti e di vicende dettati da forze primigenie pronte a rimescolare il tutto e a ridisegnarlo daccapo come teatro di fenomenologie molteplici e in ininterrotta evenemenzialità, anche di marca nichilistica.

Per lui il tempo è un continente ignoto, sfuggente, dalle accensioni e dai sorrisi di perfetta canaglia, ma anche di irresistibile attrazione. Soprattutto, è un declinarsi perpetuo di spiegazioni molteplici della selvosità dell’essere, che chiede a tutti e a tutto di assorbire consenzienti il suo crudele mistero, che si fa ogni volta una risata delle obiezioni e delle riserve degli individui, che osano pretendere di disegnare loro l’andamento delle vicende in svolgimento, narrate spesso con immagini di copertura.

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Isabella Horn, “Il canto del Covid”

Isabella Horn, Il canto del Covid, Villanova di Guidonia, Aletti, 2021, pp. 52, € 12,00

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di Stefano Lanuzza 

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Ora dirò quale causa provochi le malattie,/ e donde scoppi, ad un tratto, la pestilenza” (Lucrezio, De rerum natura, I sec. a. C.); “Il SARS-COV-2 è un virus sfuggente” ( D. Quammen, The Warnings…, 2020)

Disposto in una serrata sequenza di poemetti, al modo del De rerum natura lucreziano ha la struttura unitaria di un poema epico-didascalico in diciassette coese lasse Il canto del Covid (Villanova di Guidonia, Aletti, 2021, pp. 52, € 12,00, ISBN 978-88-591) di Isabella Horn, di lingua madre tedesca e scrittrice in un italiano cristallino e vario.

Da osservare, altresì, è la rigorosa, perfino virtuosistica schermaglia fonologica dell’autrice che dispone le proprie strofe in un tramaglio di assonanze e consonanze, con rime composte, alternate, incrociate o chiuse costruite su principi musicali.

Dopo le satire sociali di Ballate dei sudditi felici (2018), dopo le mitografie di Gli Dei clandestini (2019) e del cospicuo Cosmos (2020; libro di erranze tra la Grecia dei poeti e filosofi fino un’Etruria fantasmatica o a fascinazioni nordiche), nel Canto… la Horn pone al centro del suo discorso simbolico-derisorio quanto accorato il nostro tempo dell’epidemia virale Covid, probabile malattia zoonotica causata dalla deforestazione selvaggia, dal commercio di animali, dallo sfacelo degli habitat naturali e degli equilibri ecologici: un virus che, chissà se giunto con salti di specie da un mercato cinese di fauna selvatica viva (pipistrelli pangolini procioni tassi ratti zibetti…), sospende il tempo consegnando a presagi apocalittici e facili profezie il mondo in crisi climatica. Ed è il tragico accadere della natura, resa dalla contemporanea umanità vieppiù ostile, il movente che fa da stimolo all’impulso anche critico della poetessa che, nell’occasione, tralasciando ogni condiscendenza lirica, rivendica senza infingimenti il proprio severo impegno di consapevolezza. Né c’è da dubitare che il Covid sia un’arma biologica: questa, tuttavia, non proviene da un laboratorio di virologia bensì da un evento reattivo della natura.

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Marino Piazzolla, “Mabò lo straniero”

Marino Piazzolla, Mabò lo straniero, Roma, Fermenti, 2021, pp. 140, € 14,00

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di Stefano Lanuzza
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L’Europa sarà un continente multirazziale o, se preferite,“colorato”. Se vi piace, sarà così; e se non vi piace, sarà così lo stesso (U. Eco, Le migrazioni del Terzo Millennio, 1997).

Quantunque rimosso dalle storiografie letterarie maggiorenti, Marino Piazzolla (1910-1985) è un illustre outsider della poesia italiana novecentesca. Formatosi a Parigi nella prima parte del secolo scorso, a contatto prima con Marinetti e poi con Claudel Valéry Gide Éluard Breton, è autore di opere di saggistica narrativa filosofia, giornalismo letterario e critica d’arte; oltre che di satira e, soprattutto, di numerosi libri di versi, tra i quali spiccano i poemetti Lettere della sposa demente (1952) e il Paese di nessuno (1958); con Pietà della notte (1957), Gli occhi di Orfeo (1964), Ballata per mille ombre (1965; prefazione di Giuseppe Marotta), Gli anni del silenzio (1972), Lo strappo (1984; pref. di Giacinto Spagnoletti), Sinfonie (1984; pref. di Giorgio Barberi Squarotti) o Il Pianeta Nero (1985). In una descrizione di Marotta, c’è “un Piazzolla trasfigurato” [:] nuovo, solenne, con le tempie baciate dalla corona di lauro” (Facce dispari, 1963). Un rilievo particolare assume, inoltre, l’interesse per l’opera poetica dell’autore da parte della filosofa e saggista spagnola María Zambrano (cfr. Il poeta italiano Marino Piazzolla, in Algunos lugares de la poesía, 2007).

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Resistenza, resilienza, desistenza dei poeti

Montale e Vittorini alle “Giubbe Rosse”

Resistenza, resilienza, desistenza dei poeti

al Caffè letterario delle Giubbe Rosse

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di Stefano Lanuzza
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La città  [Firenze] è buia alle dieci e si dà  il naso nei passanti. Lampadine a pila, azzurrate, come lucciole. Ci sono Montale ingrugnato, la Mosca ospitale, il conte Landolfi giocatore pazzo, il Luzi, il Bigongiari, mentre Carlo Bo fa il soldato a Genova, con facoltà  di lettura di Malebranche in fureria. Verso sera la solita seduta alle Giubbe Rosse (ora bianche con controspalline rosse) dove il Poeta siede, in tre sedute (mattutina, vespertina e serale) quattro ore al giorno da tredici anni a questa parte, senza essere ancora morto di noia. Poi si mangia riuniti nella bettola di Bruno, col Poeta, col Conte, coi minori, col Rosai enorme, con tutte le gomita sulla tavola, col grifo nel piatto, orrendi intingoli e miserandi pezzi di palombo ed infinita fagioleria” (C. E. Gadda, Lettera a P.G. Conti, luglio 1940).

Un argomento circa la resistenza, la resilienza e poi la desistenza, ossia la perseveranza, la capacità di sopportazione o, infine, la rinuncia dei poeti a Firenze – città dove, a proposito del Primonovecento letterario, sembra che tutto cominci e tutto finisca – può proporsi anche da quando la questione della qualità della poesia diviene un fatto di quantità. Infatti, col proliferare di libri di versi, stampati, deplorevolmente, quasi sempre a spese degli stessi autori, quanto emerge di più non è la poesia bensì una poltiglia di confluenze, forme, linguaggi, codici autodesignatisi ‘poetici’ e fin dal loro nascere destinati alla disattenzione, alla non-lettura o all’indifferenza.

Si dice che il pubblico della poesia sia costituito dagli stessi poeti, ma ciò è vero solo in astratto perché accade che gli stessi poeti e presunti tali, pur conoscendosi (o proprio per questo), nemmeno si leggano fra loro… Va denotato che non esisterebbe la crisi dell’editoria di poesia se ogni poeta acquistasse almeno qualche libro di versi. Ne consegue che la poesia fallisca il proprio scopo conoscitivo ripiegando su un’onnicomprensiva autoreferenzialità dove i versificatori inscenano un isolamento individuale che metaforizza un’incurabile solitudine collettiva… Temi, questi, riguardanti anche il rapporto tra gli scrittori e l’ambiente dello storico Caffè fiorentino delle Giubbe Rosse in un tempo come quello attuale caratterizzato dall’obsolescenza delle ideologie e dalla vanificazione dell’impegno politico e socio-culturale.

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Un demone che sogna. Marco Palladini, “I virus sognano gli uomini”

Marco Palladini I virus sognano gli uominiMarco Palladini, I virus sognano gli uomini, Roma, Ensemble, 2021, pp. 160, € 15,00

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di Stefano Lanuzza
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Si definisce zoonosi ogni infezione animale trasmissibile agli esseri umani. Ne esistono molte più di quanto si potrebbe pensare. […: ] siamo davvero una specie animale, legata in modo indissolubile alle altre” (D. Quammen, Spillover, 2012); “ Credo che le mascherine non le toglieremo mai più (E. De Luca, Italia a volto coperto…, “Il Fatto quotidiano”, 8 marzo 2021).

Nel tempo delle ‘mascherine da pandemia’, protesi coatte per l’umanità globalizzata, prodotte a miliardi nel mondo e problematiche da smaltire, un romanzo ‘in atto’ – corredato da un’intertestuale, empatica Postfazione di Plinio Perilli – è quello di Marco Palladini I virus sognano gli uomini (Roma, Ensemble, 2021, pp. 160, € 15,00), trasvalutatore delle false idee su un evento col quale non c’è modo di confrontarsi se non vivendolo come una fenomenologica esperienza di consapevolezza. Ciò, al di là di quelle che l’autore chiama “favole complottiste”, quale, per esempio (ndr), l’affermazione, secondo taluni apocrifa, del leader libico Mu‘ammar Gheddafi: “Creeranno dei virus e ti venderanno gli antidoti e poi faranno finta di aver bisogno di tempo per trovare una soluzione quando già ce l’hanno. […] Le aziende capitaliste producono virus in modo che possano generare e vendere vaccinazioni. Questa è un’etica molto meschina e miserabile. Vaccinazioni e medicine non dovrebbero essere vendute” (Discorso 64° all’Assemblea Generale delle Nazioni, New York, 23-29 settembre 2009). Poi, nel 2011, Gheddafi viene assassinato a Sirte.

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Riviste ‘resistenti’. “Fermenti”

Fermenti, nr. 251 anno LI, 2021, € 26,00

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di Stefano Lanuzza
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Tra le poche riviste cartacee che ancora r/esistono in Italia, assume un ruolo benemerito la romana “Fermenti” che, annualmente, propone dei veri e propri volumi da collezione. Fino al nuovo nr. 251 (anno LI, 2021, € 26,00) che, distribuito in Italia da “Libro Co”, si avvale di numerose presenze (nel caso, pressoché una cinquantina) assumendo un’identità variegata e multidisciplinare: con interventi di narrativa poesia teatro cinema politica costume sociologia filosofia linguistica filologia e, in prevalenza, di esegesi letteraria, d’arte e musicale.

Nell’editoriale, il direttore della rivista Velio Carratoni, incentrando il proprio argomento su Roma, svolge una critica, virulenta anzichenò, contro il pressappochismo di pregressi costumi che hanno paralizzato la Capitale condannandola a una pervasiva mummificazione, foriera d’inarrestabile decadenza.

Tempestivamente attestato sull’attualità pandemica, segue il saggio dello psicologo Giovanni Baldaccini sulla “dissonanza” indotta dall’irruzione del Covid 19 in un vivere umano che, per ignoranza della propria precarietà e un’ottusa “coscienza che nega”, neppure pensa di dover mutare il proprio corso catastrofico.

A ridosso, Alberto Artosi e Marta Taroni sviluppano un’analisi del rapporto tra istituzioni politiche, l’emergenza coronavirus in tutte le attività sociali e lo Stato sanitario italiano.

Dopo le debite testimonianze a proposito di una pandemia coniugata in stucchevoli dibattiti e accese intemerate, si evidenzia, sul versante d’una critica fecondamente sospesa tra accademia e militanza, il saggio di Francesco Muzzioli dedicato alle suggestioni del “multiromanzo” nell’opera dello scrittore comasco Giancarlo Buzzi, neobarocco novecentesco proveniente dalla tradizione sceltamente assimilata, oltre che di Rabelais e Joyce (e, forse, Céline; e, da più lontano, Sterne), dei Gadda Manganelli D’Arrigo Pizzuto e d’un poligrafo dal funambolico talento qual è Giani Toti; che, quasi coetaneo di Buzzi, aspetta un proprio posto nella nostra letteratura postrealista e più innovativa.

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Manolo Morlacchi, “La linea del fuoco. L’Argentina da Perón alla lotta armata”. Racconto di una rivoluzione

Manolo Morlacchi, La linea del fuoco. L’Argentina da Perón alla lotta armata, Milano, Mimesis, 2019, pp. 226, € 18,00

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di Stefano Lanuzza
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Come un racconto-verità scritto dopo un viaggio nel Paese più ‘italiano’ del Sudamerica – l’Argentina che, tra la seconda metà dei novecenteschi anni Settanta e la prima metà degli Ottanta, è scenario di rivolte e di un genocidio perpetrato dai militari governativi e da squadre della morte contro quarantamila oppositori, uccisi e fatti sparire –, è La linea del fuoco. L’Argentina da Perón alla lotta armata (Milano, Mimesis, 2019, pp. 226, € 18,00) di Manolo Morlacchi (Milano, 1970), storico politicamente orientato.

Sul ‘filo rosso’ di una “linea del fuoco” che marca il dissenso e la guerra di liberazione nell’Argentina delle dittature, l’autore inizia il suo percorso nel 2017, visitando in Plaza del Congreso a Buenos Aires la sede dell’associazione delle Madres de Plaza de Mayo, le madri dei desaparecidos assassinati dalla polizia dopo il golpe del 24 marzo 1976 e la presa del potere del generale Jorge Rafael Videla che sospende i diritti civili, ferma i sindacati e le organizzazioni degli studenti, dichiara illegali i partiti d’opposizione, perseguita i giornalisti contrari al suo regime.

Appena entrato nella sede delle Madres, l’autore è sorpreso nel vedere le pareti “ricoperte di scritte, fotografie, disegni, quadri e ritratti” dedicati al generale Juan Domingo Perón con la prima moglie Evita, a testimonianza del ricordo ancora vivo di un peronismo divenuto acritico mito e della filantropica Evita assurta a “icona laica, un’eroina venerata quasi fosse una santa”.

Dinanzi a tanto consensuale fideismo, può apparire addirittura vano – spiega Morlacchi – voler obiettare “sulla reale natura storica del peronismo”, ovvero su un Perón che, già vicino ai nazifascismi europei al tempo della Seconda guerra mondiale, nel 1943, con un colpo di Stato, prende il potere in Argentina. Eletto presidente nel 1945, governa fino al 1955 quando viene esautorato da una parte delle Forze Armate capeggiate dal generale Aramburu, il fucilatore, nel 1956, di una quarantina di avversari politici (tempo dopo, allorché il 29 maggio 1970 Aramburu viene rapito e presto giustiziato da guerriglieri Montoneros, si parla di un’esecuzione “corretta”).

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Personale d’Arte figurativa di Stefano Lanuzza: 28 ottobre – 28 novembre 2020

28 ottobre – 28 novembre 2020

Personale d’Arte figurativa di Stefano Lanuzza

Galleria “La Cornice” – Lugano Via Giacometti 1, Lugano

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di Aline Cheveux

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Pitture dell’Europa

Stefano Lanuzza lo si potrebbe già da molto incontrare in un ideale Museo dell’Arte europea contemporanea, tra i suoi pari. Non in provincia, ma piuttosto a Praga o a Parigi, oppure ad Amsterdam. Un po’meno a New York, dove, se non ci si slogano le braccia su tele immense, ciclopici astratti nemmeno attraversati da una tentazione di disegno, non si è moderni: non si è. […]

Interminabile sogno, quello dell’autore. Ci si perde l’Europa… C’è dentro di tutto: una cultura immensa, una grotta di echi e analogie. C’è l’intero Novecento che ha sbranato la natura e la storia per preparare, vestito da amico dei popoli, l’Apocalisse; c’è tutto il Millennio e più ancora, i millenni di scrittura e di racconti: perché i quadri di questo artista dell’Europa sono anche parole… Ci sono la Bibbia e gli Gnostici, la Kabbala con le sue dieci Stazioni di posta; e ci sono i Tarocchi che nacquero al primo suddividersi della Creazione, le religioni e molti sistemi mitologici, le fiabe che ne sono discese, giù giù fino a questa nostra gabbata incoscienza. C’è la letteratura: Ariosto, Shakespeare e Dante, Leopardi, Ibsen e Verga, Musil, Kafka e Nabokov, Céline, Beckett, Gadda e Dostojevskji. Ci sono i presocratici e la caverna platonica, i latini tra Ovidio e Lucrezio. Con una sottilissima musica inquieta. Ecco, in silenzi da sotterraneo, apparire le immagini di Mussorgskji, i chiaroscuri di Mahler, la nostalgia di Beethoven. Come non riconoscerli? Eppure nessuno dei giganti che affiorano in questo Museo dell’Europa ha un diritto seppur minimo di dichiararsi ispiratore o maestro. L’opera esposta è così inconfondibile da poterla controfirmare solo con un’impronta digitale. È un’epopea nella quale potrebbe specchiarsi la storia psichica dell’Europa, continente come crogiolo del mondo.

Personale d’Arte figurativa di Stefano Lanuzza: 28 ottobre – 28 novembre 2020

28 ottobre – 28 novembre 2020

Personale d’Arte figurativa di Stefano Lanuzza

Galleria “La Cornice” – Lugano Via Giacometti 1, Lugano

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di Mario Lunetta

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Tra pittura e letteratura

Molta parte dell’opera pittorica di Stefano Lanuzza è stata esposta nel 1999 presso il Museo d’Arte Moderna Gazoldo degli Ippoliti di Mantova con titolo, sguincio e allusivo, di L’arte della notte. Oltre che artista figurativo, l’autore è poeta di gran tempra, narratore e critico di straordinaria sagacia; e coltiva nel suo ricco immaginario più di un côté notturno, noir e sulfureo.

Della sua pittura d’insolita risonanza, avventurosa e impacificata, cresciuta nello sradicamento del senso e nell’ictus d’una frattura fondamentale della coscienza, ha scritto il poeta Alberto Cappi: “Da fondali di città o piazze straniate, da atmosfere liberty, da icone di uccelli rapaci, da terrifici sembianti, da nudi metamorfici, passando per tracce mitologiche, per echi letterari, per voci plastiche o figurative, il gesto dell’artista diviene febbricitante animando le posture come il guizzo cromatico. Gli sono vicino a volte il furor di Grünewald, oltre l’immaginario nero di Goya, ma ancor più una danza quasi ieratica, egizia ed etrusca, il cui coreografo corrisponde al nome di Savinio” (cfr. L’arte della notte. L’opera figurativa di Stefano Lanuzza. 16 maggio-6 giugno 1999 / Mantova, Museo d’Arte Moderna Gazoldo degli Ippoliti).

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Georg Holmsten, “Contro Hitler”

Georg Holmsten, Contro Hitler. 20 luglio 1944. L’attentato al Führer raccontato da uno dei protagonisti, Mimesis 2020, pp. 96, € 10.00

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di Stefano Lanuzza
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Che nella Germania di Hitler sia completamente mancata una Resistenza antifascista (antifaschistischer Widerstand) possono smentirlo le azioni di taluni soggetti e movimenti clandestini, tra cui, soprattutto, l’organizzazione comunista Kommunistische Partei Deutschlands, comunque non paragonabile alla Resistenza italiana o francese.

Malgrado la politica terroristica del partito hitleriano che abolisce la libertà di stampa e già dal 1933, stesso anno del Concordato del governo germanico con la Chiesa cattolica (20 luglio), dà l’avvio ai lager di Breitenau, Neusustrum, Stettin-Bredow e Börgermoor, cospirano contro il dittatore soggetti isolati, sindacalisti, deputati dei partiti operai con diversi intellettuali, artisti, diffusori della stampa clandestina, ma, via via, anche ufficiali dell’esercito tedesco e alcuni membri dello stesso governo: molti di loro perseguitati, spediti nei lager o assassinati dagli agenti del ‘servizio di sicurezza’ (Sicherheitsdienst). Tutto ciò sotto gli occhi della maggioranza dell’asservito popolo tedesco che, terrorizzato dalla violenza nazista, fino alla sconfitta di Hitler sembra ottusamente condividere le mire del “Reich Millenario” (Tausendjähriges Reich) per la dominazione del mondo… Né si dimentichi che l’iniziale Resistenza tedesca al nazismo non riceve l’aiuto dei governi occidentali. Questi, dopo il “Patto scellerato” per la spartizione della Polonia del 23 agosto 1939 tra Hitler e Stalin (mentori di due fascismi, uno ‘nero’ e l’altro ‘rosso’), vorrebbero sperare, allorché le truppe di Hitler iniziano l’invasione dell’Unione Sovietica con “L’Operazione Barbarossa” iniziata il 22 giugno 1941, che il despota tedesco ponga rimedio al pericolo stalinista… Scrive in un libro del 1940 l’ambasciatore inglese Nevile Henderson: “Il regime nazista e le istituzioni sociali che ha instaurato presentano diversi aspetti che dovremmo studiare e applicare nel nostro Paese” (Failure of a mission. Berlin 1937-1939). E il diplomatico statunitense Sumner Welles: “Per salvaguardare i loro interessi economici, le democrazie occidentali e gli Stati Uniti d’America furono particolarmente lieti di accettare l’hitlerismo come un valido bastione contro l’avanzata comunista” (The time for decision, 1941).

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Stefano Lanuzza, “Scrittore contro. L’opera di Leonardo Sciascia”

Stefano Lanuzza, Scrittore contro. L’opera di Leonardo Sciascia, Jouvence, 2020, pp.147, € 14,00

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di Francesco Sasso

Non pochi critici hanno analizzato l’opera di Leonardo Sciascia con alterne vicende, ma un buon punto di partenza è senza dubbio Scrittore contro. L’opera di Leonardo Sciascia di Stefano Lanuzza, saggio pubblicato pochi mesi fa presso l’editore Jouvence. Uno studio completo, come quello di Stefano Lanuzza, richiede perspicue doti di analisi storico-culturale. L’autore del saggio analizza l’intera opera dello scrittore siciliano, sia narrativa che saggistica, e coglie, a mio parere bene, gli aspetti di più concreto spessore socio-politico dello scrittore siciliano. Lanuzza ci mostra come Sciascia oscilla fra un dolente scetticismo di remota ascendenza isolana e una sorta di fiducia illuministica nei poteri della ragione, ci segnala come l’opera sciasciana può nell’insieme leggersi come un monumento sulla sconfitta della ragione, ovvero un lungo racconto dell’impari – e perciò fatalmente perdente – lotta che la coscienza intellettuale impegna a difesa del suo mandato etico-civile contro il potere (legale ed illegale).

Il senso di questa estrema sfida è bene analizzato da Stefano Lanuzza in modo puntuale e attraverso una scrittura asciutta e lineare.

f.s.

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Il “Teatro anatomico” di Mario Lunetta

Mario Lunetta, Teatro anatomico, Fermenti, 2020, pp. 150, € 15,00

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di Stefano Lanuzza
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“… teatro senza spettacolo…” (C. Bene, Autobiografia di un ritratto”, 2002).

Nel variegato mondo letterario romano dal Secondonovecento a oggi, Mario Lunetta resta una figura indimenticabile di poligrafo autore di un’opera che spazia dalla poesia alla narrativa, alla saggistica, alla critica militante, al giornalismo. Di rilievo, con le sue incursioni nell’ambito dell’arte figurativa, anche una produzione teatrale non ancora pubblicata per intero.

Relativamente alla ricerca drammaturgica di Lunetta appare preziosa la sua raccolta postuma Teatro anatomico (Roma, Fermenti, 2020, pp. 150, € 15,00): “5 pièces inedite” (Smash, 1983; Un grande leone fulvo, 1985; Ma il mondo non c’è più, 1987; Beatitudine, 1997; Arkadia nonsense, 1999; Rancore, s.i.d.) che, scritte in tempi diversi, escono con una testimonianza dell’attrice Giuliana Adezio e la cura di Francesco Muzzioli, anche autore della monografia Mario Lunetta. La scrittura all’opposizione (2018).

Implicitamente ambientato, si potrebbe immaginare, in contesti romani borghesi variamente delocalizzati – con vago antefatto un Moravia che, in Gli indifferenti (1929) come in molti racconti, spesso adotta per le proprie narrazioni dei moduli teatrali –, il teatro lunettiano mette in scena personaggi dall’Io incerto e franto, maschere intente a giocare con la propria sfuggente immagine, soggetti blandamente doloranti. Caratterizzati da una psicologia contraddittoria e da scambi verbali che restano sospesi nella negazione o nel non-detto, si nascondono quando non si rivelano appena con accenni che denunciano velleità ciarlatanesche o problematiche irrisolte, amarezze senza riscatto, ipocrisie, ambiguità, passioni abortite o malate.

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Storie di scuola. Alfonso Lentini, “Le professoresse meccaniche”

Alfonso Lentini, Le professoresse meccaniche, Graphofeel, 2019, pp. 155, € 13,30

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di Stefano Lanuzza
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“‘Razionalismo è l’idea che noi si possa sempre comprendere tutto sullo stato dell’essere’. È un viaggio verso la morte. Lo è sempre stato. […] Ma l’ altro motivo per cui siamo qui sono i sogni e i sogni sono irrazionali. […] forse dovremmo cominciare ad accettare (solo nell’inconscio per ora e con un’infinità di remore dovute a ritardi culturali) una diversa definizione dell’esistenza. L’idea che non arriveremo mai a comprendere tutto sullo stato dell’essere. E se il razionalismo è un viaggio verso la morte, allora l’irrazionalismo potrebbe essere il viaggio verso la vita… almeno fino a prova contraria” (S. King, The Stand, 1978, 1990).

Le professoresse meccaniche (Roma, Graphofeel, 2019, pp. 155, € 13,30), come un traslato o quasi una parodia del quadro delle Muse inquietanti (1918) di De Chirico, è il titolo del secondo racconto dell’omonimo libro di Alfonso Lentini, da cui possono ricavarsi pagine-campionatura ognuna emblematica. In esso, l’autore stabilizza la sua visionarietà fingendo dapprima la biografia, risalente all’infanzia e poi alla contemporaneità, di un personaggio ultracentenario rammemorante aure metafisiche con meccani e manichini che assumono vita propria richiamando certe atmosfere, oltre che dechirichiane, dei Bontempelli, Paola Masino, Dino Buzzati o d’un simpatetico Savinio con le sue le metamorfosi animalistiche; senza trascurare le magnetizzazioni dei quadri di Escher…

Sulla scorta di cotali maestri, l’autore prende a fare i conti con parvenze che solo la mancanza d’immaginazione fa credere siano quelle comunemente intese o interpretate. Poiché esistono, se vuoi, anche una “Valle Taciturna” stretta tra i monti, una “scuola senza suoni” con un “insegnante di Silenzio”, bizzarri “grattacieli nani” e “scalatori di Roseti”, “cercatori di Dei” e un’“Isola delle Bidelle”, “demiurghi uranici” e un fenomenologo dell’Invisibile, una “professoressa Volante” e uno “zio dal Collo lungo”, un “Professore a rotelle” docente di “Lucore Lunare”, una “Macchina Emanatrice di Buio” e un “Reclutatore di Bambini prodigio”…, distopiche fenomenologie non approssimabili a prima vista e disposte in un contesto alieno dove ciò che conta non è “l’amore per il prossimo, ma l’amore per il lontano”… Vi sono anche dei modi di percepire il senso ‘distante’ delle cose senza determinarne l’assoluta identità o negarne i processi combinatori, le mutevolezze illimitate, le avventure oniriche, le variazioni e ripetizioni, le inaspettate trasformazioni e le repentine sparizioni.

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Stefano Lanuzza, “Caos e bosco”

Stefano Lanuzza, Caos e bosco, Oèdipus, 2020, pp.199 €16,00

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di Francesco Sasso

Durante la lettura di Caos e bosco di Stefano Lanuzza, pensavo “ bisogna sì rifare la società degli uomini, ma la società che s’andrà organizzando dovrà apparire come il colmo del disordine”. Il libro di Stefano Lanuzza è un ibrido, un collage di titoli giornalistici, appunti di un moralista, aforismi, saggi brevi. Al centro il caos e il bosco (metafora della vita).

L’autore sembra volerci segnalare che, quando un’epoca s’avvia alla consunzione, appaiono segni di stanchezza e di smarrimento; ma dopo, qualcosa si modifica, ciò che prima era parso inevitabile malanno, poi sembrerà un beneficio comune.

Stefano Lanuzza in questo libro afferma il primato del cuore sulla ragione, dell’intuizione sul pensiero puro, tenendosi ben lontano dalla corrosione d’ogni idealità. Le illuminazioni dell’autore, a volte, diventano risate malinconiche, a volte irriverenti. Dal saggio sul pittore e la pittura, si passa alla riflessione letteraria; dall’altezza superba del fatto noi scendiamo fino al frammentarismo moraleggiante dell’assioma, del detto, del proverbio, dell’aneddoto, dello scherzo. Vi è in tutto ciò l’amarezza di un’età, la nostra, che bisogna tener presente durante la lettura di Caos e bosco per non perdere il senso delle proporzioni.

L’autore raggiunge un così elegante equilibrio tra pessimismo ed ironia, desolazione e speranza, stile e secchezza d’immagine, da apparire antico. I pensieri e le riflessioni di Stefano Lanuzza si leggono più che volentieri e, tra le sue righe, scoviamo le radici dei molti malesseri contemporanei.

Detto questo, non c’è molto da aggiungere, se è vero che al lettore intelligente ogni scrittore sa ben presentarsi da solo.

f.s.

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Snob e dandy nella letteratura italiana [Per Giuseppe Panella]

Snob e dandy nella letteratura italiana

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di Stefano Lanuzza
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A “Beppe” Panella per la sua Fenomenologia del dandy (“Retroguardia”, 22 ottobre 2010)

Il dandy è una figura eminentemente letteraria. Su questo, i suoi studiosi concordano da sempre. Il ‘vero’ dandysmo è quello letterario (Giuseppe Panella).

Ci sono snob relativi e snob assoluti. Per assoluti intendo gli snob che sono snob ovunque, in qualsiasi compagnia, da mattina a sera, dalla giovinezza alla tomba, essendo per natura dotati di snobismo; mentre gli altri sono snob solo in certe circostanze e occasioni della vita” (V. M. Thackeray, The Book of Snobs, “Punck”, 1846-1847)

Il dandy crea la propria unità con mezzi estetici. […] Il dandy per sua funzione è un oppositore. […]il dandy non può porsi se non opponendosi” (A. Camus, L’homme révolté, 1951).

Dandismo e snobismo si escludono a vicenda. Lo snob, che non cerca la differenza ma il privilegio, aspira ad aggregarsi a una classe sociale elevata spinto da un malanimo sorto da un sentimento d’inferiorità compensato con l’ambizione e l’attitudine all’autoinganno; il dandy, per il quale non conta ‘differirsi’, è, per destino, un ‘fuori-classe’”.

Alla dominante volgarità, il dandy oppone la sua solitaria eleganza morale fatta di sobrio individualismo artistico e ironia critica. Egli vive contro i dogmi del denaro, del profitto, del successo: esule, straniero, indifferente ai traffici del mondo, niente conta per lui più della nobiltà d’animo e della possibilità di esprimersi con le proprie opere” (S.L., Vita da dandy. Gli antisnob nella società, nella vita, nella letteratura, 1999).

In principio, muovendo dall’Ottocento tardo della letteratura italiana, c’è il conte Andrea Sperelli Fieschi d’Ugenta, perfetto snob spregiatore del generico volgo e convinto che “bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte”. Frequentatore dei salotti del bel mondo romano, l’estetizzante personaggio dell’antinaturalista-antipositivista Il piacere (1889) di D’Annunzio s’innamora della contessa Elena Muti, giovane vedova con cui avvia una relazione: finché la donna non decide di andarsene da Roma non senza, prima, dargli il benservito e provocargli una depressione che lo porta a passare da una donna all’altra fino all’incontro con la casta e timorata Maria Ferres, doti sufficienti per impegnare il ganimede a fare sua la donna.

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LINGUAVIRUS. Ilenia Appicciafuoco, “Nei sentieri della linguavirus”

Ilenia Appicciafuoco, Nei sentieri della linguavirus, Novecento, Roma, 2019, pp. 198, € 15,00

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di Stefano Lanuzza
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[…] ma, per semplificare, / ti aggiungo che, se è vero che, per me (come dico e ridico) è politica tutto, / a questo mondo, non è poi tutto, invece, la politica: […] / amo, così, quella grande politica / che è viva nei gesti della vita quotidiana, nelle parole quotidiane (come ciao, / pane, fica, grazie mille): (come quelle che ti trovi graffite dentro i cessi, / sdraiate sopra i muri, tra uno slogan e un altro, abbasso, viva): / […] (E. Sanguineti, Mikrokosmos, 2004).

Introdotto dall’esauriente Prefazione di Simona Cigliana, il saggio – originariamente una tesi di laurea – di Ilenia Appicciafuoco, Nei sentieri della linguavirus (Novecento, Roma, 2019, pp. 198, € 15,00), specificamente incentrato sull’opera in versi di Marco Palladini dalla fine degli anni Ottanta a oggi, è come un’applicata fenomenologia del poeta ‘militante’, certo l’ultimo e il più fervidamente attivo dopo i romani d’adozione Pasolini e Pagliarani con gli evocabili autori di un’ideale ‘scuola romana’ che avrebbe tra i suoi maggiori protagonisti Gianni Toti poligrafo d’inusitato talento linguistico, Mario Quattrucci giallista gergante in chiave belliana con un occhio al ‘trilussiano’ Mario Marè, e un maestro come Mario Lunetta, romanziere, poeta e critico di cui rimane, ineludibile, un’opera sterminata.

Di Palladini – scrittore dall’acuta sensibilità politica refrattario ai coevi politicanti, già attento all’americana Beat generation (“Beat-a Generazione” lui affabilmente la chiama), critico agguerrito e uomo di teatro con nume tutelare un Artaud più dei Brecht, Beckett o Carmelo Bene –, l’autrice svolge una concentrata e sistematica disamina dei libri di poesia, ognuno di questi caratterizzato dal ricorso a un codice linguistico-lessicale studiatamente alieno dai moduli della comunicazione standardizzata: appunto una “linguavirus” votata, proprio tecnicamente, a intridere demistificare destabilizzare, ma poi anche ‘sanificare’ in modi omeopatici l’intero discorso della poesia italiana novecentesca storicizzata ovvero ‘storificata’ in guise autoreferenziali anzichenò; e che, guardando per esempio all’antologia Poesia italiana del secondo Novecento (1996) di Cucchi-Giovanardi, non hanno il dono dell’obiettività né della simpatia.

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Helen Macdonald, “Io e Mabel, ovvero l’arte della falconeria”. Un romanzo di formazione

Helen Macdonald, Io e Mabel, ovvero l’arte della falconeria, trad. Anna Rusconi, Einaudi, 2016, pp.292, €19,50

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di Stefano Lanuzza
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Tradotto da Anna Rusconi, Io e Mabel ovvero l’arte della falconeria (Einaudi). Altro il titolo originale: His for Hawk [H come astore]) appare un perfetto ‘romanzo di formazione’, un autobiografico e ispirato bildungsroman, a tratti un poema in prosa di preziosa letterarietà e straordinaria ricchezza lessicale. In esso l’inglese Helen Macdonald, dopo la morte improvvisa del padre (“Mia madre chiamò per dirmi che mio padre era morto”), racconta il passaggio dalla sua crisi depressiva al graduale superamento del lutto, alla maturazione psicologica e alla conoscenza di sé attraverso l’esperienza paradossale dell’addestramento d’un falco.

Com’è possibile morire così, di colpo, essere e, in un momento, fulminati da una morte grifagna, non esserci più? Assurda, inaccettabile fine: dapprima, Helen ne è stordita e come sospesa a fluttuare in una dimensione d’irrealtà, persa in una segreta demenza che l’aliena, la paralizza e la precipita nell’insensatezza: “In quel periodo sviluppai una specie di pazzia”.

È sola, non ha un compagno né figli, non una casa propria, un lavoro sicuro, e l’uomo di cui, per salvarsi dal disamore di sé, vorrebbe innamorarsi, l’abbandona dopo una breve frequentazione credendola psicotica. I suoi pensieri si dibattono, vagano, s’ingarbugliano, qualche volta la consolano volando agli anni dell’infanzia, agli inizi della sua sempre coltivata passione per i falchi, alle spedizioni nei boschi col padre fotoreporter in cerca degli sparvieri somiglianti in miniatura agli astori assai più grandi: nella proporzione – considera l’autrice – di un gatto rispetto a un leopardo. “Uccelli del folto dei boschi”, gli indomiti astori “sono il graal proibito dei birdwatcher”.

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La poesia, l’amore. Autori italiani contemporanei versus Catullo

Vincenzo Guarracino (a cura di), Lunario dei desideri, Di Felice Edizioni, 2019, pp. 356, € 25,00

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di Stefano Lanuzza
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Supponendo di sapere di cosa si parla, accade alfine di parlare di poesia, questa espressione/interpretazione di un ‘certo sentimento della realtà’, magari identificandola non genericamente con, poniamo, i nostri amati Dante Petrarca Ariosto Pascoli D’Annunzio Montale… Allora si può parlare di poesia quasi come parlando d’amore?

Certo “la poesia” reputa un fin troppo trasvalutato Benedetto Croce “è stata messa accanto all’amore quasi sorella e con l’amore congiunta e fusa in un’unica creatura”. Senonché, “se la realtà tutta si consuma in passione d’amore”, può accadere che la poesia risulti “piuttosto il tramonto dell’amore”. Ne consegue, a evitare ciò, che “dentro la poesia deve lavorare e lavora la critica”; dove “la metaforica critica” può identificarsi con “la poesia medesima, che non compie l’opera sua senza autogoverno, senza interno freno, ‘sibi imperiosa’ (per adottare il motto oraziano), senza accogliere e respingere, senza provare e riprovare, operando ‘tacito quodam sensu’; finché non perviene a soddisfarsi nell’immagine espressa dal suono” (B. Croce, La poesia. Introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura, 1936). Così è vero che la poesia abbia un rapporto con la critica e si possa riconoscere al poeta una vera funzione critica: si pensi allora alla Commedia dantesca che, dopo avere svolto la più corrosiva critica politica e morale, tutti ci affida alla poesia dell’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII, v. 145).

Per Catullo, poeta ‘contemporaneo’ come contemporanea è ‘tutta’ la poesia, lirico alessandrino e primo tra quei Poetae novi o ‘neoteroi’ ostili ad ogni retorica epica, si può parlare di poesia e amore aderendo al ‘desiderio’ materiale-sensuale per qualcosa di cui si può godere come di un’epifania che intriga e vuole esprimersi nel verso. Apparirebbe proposto in tali termini e, appunto, intestato a Catullo l’almanacco antologico, prevalentemente elegiaco, Lunario dei desideri (Di Felice Edizioni, 2019, pp. 356, € 25,00) curato da Vincenzo Guarracino, poeta ed eccellente italianista e classicista.

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“È questa la vita che puoi darmi?”. Vladimir Di Prima, “Avaria”

Vladimir Di Prima, Avaria, A&B, Acireale-Roma, 2020, pp. 112, € 10,00

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di Stefano Lanuzza
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Che fa il giovane siciliano Morando Carcò, scrittore scontento della sua professione di giornalista in un quotidiano di provincia e afflitto dai postumi d’una delusione sentimentale che, forse per sfuggire al rovello per un abbandono di cui non riesce a capacitarsi, si prende qualche giorno di vacanza in un’anonima località del centro Italia?

Accolto nella casa dell’amica Secondina come ospite, una condizione che lo mette in un singolare imbarazzo e gli provoca problemi di… stitichezza, è impaziente di ripartire in aereo verso la sua isola da cui non gli è mai riuscito di allontanarsi più di tanto.

Ora se ne va in giro vagando a caso per le strade del luogo guardandosi intorno: quanta lontananza e indifferenza nelle espressioni distratte di passanti frettolosi, quale squallore in certe anonime stazioni di autobus e desolati portici accoglienti l’umanità degli ‘avariati’ ed espulsi da un sistema sociale senza pietà che lo fissano con sguardi perduti dove l’orrore e la rassegnazione lasciano appena balenare qualche guizzo di speranza.

Dosando un ductus narrativo sospeso tra referto, puntigliose riflessioni e improvvisi straniamenti del reale, in questo suo ultimo romanzo, Avaria (A&B, Acireale-Roma, 2020, pp. 112, € 10,00) – seguìto a Gli Ansiatici (2002), Facciamo silenzio (2007), Le incompiute smorfie (2014) e alla raccolta narrativo-aforistica Pensieri in faccia (2015) –, Vladimir Di Prima conferma le sue qualità di talentoso affabulatore oggettivando il proprio discorso con l’aggirare i modi del monologo biografico che alluderebbero retoricamente alla possibilità che narratore e personaggio possano identificare un’unica persona. Scrive, a tale proposito, Carlo Cassola in un suo insolito libro di saggi: “Un’opera di fantasia ci tocca solo nella misura in cui l’autore ci mette a parte dei fatti propri. Può sembrare paradossale e non lo è. Perché in un’opera di fantasia vogliamo trovare la vita: e la vita è esclusivamente individuale” (Il romanzo moderno, Rizzoli, Milano, 1981)… È comunque in filigrana col soliloquio, strutturato per ampi frammenti, del suo personaggio che Di Prima costruisce un romanzo distinto da un lessico piano e terso dove Morando ‘parla’ al suo interprete in continuo ‘ascolto’.

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L’infinito Leopardi per la contemporaneità. Vincenzo Guarracino, “Poeti per l’infinito”

Vincenzo Guarracino, Poeti per l’infinito, Di Felice Edizioni, 2019, pp. 186, € 20,00

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di Stefano Lanuzza
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Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / E questa siepe, che da tanta parte / Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”…: è l’incipit che contrassegna e fa volare i quindici endecasillabi sciolti dell’Infinito, dodicesimo dei Canti inclusi nella raccolta degli Idilli (1826) leopardiani dove la tendenza lirica romantica si fonde con una volontà realistica che contraddice l’introspezione puramente contemplativa e perfino arcadica troppo a lungo attribuita al poeta dalla critica idealistica.

L’Infinito, nella sua versione originale marcato con una I maiuscola che tuttavia non vuole suggerire un’interpretazione metafisica del testo, è composto negli anni 1818-’19 dal ventenne Giacomo Leopardi, “giovane” detto “favoloso”, prima del regista cinematografico Mario Martone nel 2014, da Anna Maria Ortese: “Così ho pensato di andare verso la Grotta, in fondo alla quale, in un paese di luce, dorme, da cento anni, il giovane favoloso” (Pellegrinaggio alla tomba di Leopardi. In Da Moby Dick all’Orsa Bianca. Scritti sulla letteratura e sull’arte. A cura di Monica Farnetti, Adelphi, 2001).

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Poema degli Dei clandestini

Isabella Horn, Gli Dei clandestini, Aletti, 2019, pp. 62, € 12,00

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di Stefano Lanuzza
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Poema o romanzo in versi è Gli Dei clandestini (Aletti, 2019, pp. 62, € 12,00), dove, in un monologante ductus con rari ‘versi sciolti’ e in un esteso reticolo di assonanze, s’avvicendano distici, terzine, rime incrociate, interne o ‘nascoste’. L’autrice, Isabella Horn, d’origine tedesca, è filologa, traduttrice e poetessa in lingua italiana con all’attivo, negli ultimi anni, alcuni libri caratterizzati da una costante coerenza stilistico-tematica. Tra essi: Codice barbaro, 2013; La Stanza della Luce, 2015; Impermanenze, 2016, Lunae Antiquae, 2017; Ballate dei sudditi felici, 2018; Per terre oscure, 2018…

Cosmologia erudito-visionaria e, insieme, narrazione autobiografica vocata a farsi ‘canto generale’, il libro della Horn, svolto in versi che per intrinseca chiarezza costituiscono la propria stessa parafrasi, muove a partire da una franca trasvalutazione delle metafisiche confessionali. Metafisiche o proterve ideologie che, imponendo il monoteismo (il dio ebreo, cristiano, musulmano; con altre fedi conniventi o tra loro avverse), obliterano la Madre Terra nonché lo spinoziano Deus sive Natura (“Dio ossia la Natura”). Un’entità, questa, significante non già l’antropomorfico ‘Dio unico’ del Primo Comandamento, “un dio geloso, / sitibondo d’onnipotenza” e delirante quel “Non avrai altro Dio all’infuori di me” adottato da ogni potere assoluto, ma quanto compendia le origini e la vicenda d’un vivo, mutevole universo di miti o simboli sciolto da vincoli superstiziosi e relativamente sacrale.

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Una ‘trilogia’ di Leonardo Sciascia

Una ‘trilogia’ di Leonardo Sciascia

Ma egli è siciliano. E qui salta fuori la difficoltà.

D. H. Lawrence

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di Stefano Lanuzza
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La corda pazza (1970)

In principio è la Sicilia, e non c’è libro di Leonardo Sciascia su cui l’Isola non proietti la sua ombra, ora sfolgorante ora fosca, che si estende impregnando di sé, del suo multiculturale retaggio e del suo carattere irriducibile a formule definitive, l’Europa e il mondo.

Scrittore europeo rivolto al mondo, il maestro di Racalmuto, maestro dei suoi lettori e di empatici esegeti, Sciascia si sofferma dapprima sul tema dell’insularità foriera di “una specie di alienazione, di follia” (cfr. il paradosso pirandelliano circa la “corda pazza” che connoterebbe una “‘tipicità’ della vita siciliana”) o di “atteggiamenti di presunzione, di fierezza, di arroganza” che sono gli altri nomi dell’“insicurezza”, della “vulnerabilità” e d’una inveterata “tendenza al separatismo”. Se poi se ne distacca, lo fa ricordando come la cultura siciliana nel corso dei secoli abbia saputo esprimersi “in precisa sincronia ai movimenti culturali europei”.

Pertanto non è da condividere la tesi del filosofo Giovanni Gentile che, in nome del suo idealismo confluito in un “nazionalismo […] divenuto poi fascismo”, si rappresenta una Sicilia pressoché “sequestrata”, hortus conclusus emarginato e marginale o privo di conoscenza fuori di sé…

Ma allora – obietta Sciascia – “da quali ‘officine’ uscivano tutti quei quadri che nei secoli XV e XVI le dogane siciliane registrano in esportazione? E come mai nel Seicento poeti in dialetto siciliano vengono stampati a Venezia e a Firenze? […] perché e come gli architetti siciliani del barocco ebbero più contatti con Parigi che con Roma?”.

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Camilleri, Montalbano e il ‘vigatèse’

Camilleri, Montalbano e il ‘vigatèse’

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di Stefano Lanuzza
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Il vigatese? “Una lingua inventata, in continua mutazione, infedele a se stessa. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine ci si è accorti che non è siciliano. I primi a capirlo sono stati proprio i miei amici in Sicilia. Ma unni a pigghiasti‘sta parola? Non esiste!” (A. Camilleri, “Il Venerdi/La Repubblica”, 21 luglio 2017).

Premessa

Il 17 giugno 2019, colpito da un infarto dopo che venti giorni prima, cadendo in casa, si provoca la rottura del femore, Andrea Camilleri, nato a Porto Empedocle nel 1925, lascia la vita in un ospedale romano dopo una lunga, iniqua agonia confortata dall’affetto dei parenti e di molti amici e lettori.

Insofferente di simile contesto, si segnala con un ‘coccodrillo’ preventivo e di cattivo gusto il direttore editoriale di un giornale della filiera paraleghista-sovranista il quale, il 19 giugno, deplorando che lo scrittore abbia “rivendicato fino all’ultimo la sua adesione al bolscevismo”, aggiunge: “Tuttavia l’arte non ha bandiere, e quella di Camilleri va riconosciuta per quello che è: mirabile. Non tutta, ma quasi” (dove, ndr, il ma quasi manda un cacofonico suono di ciabatte). Continua: “L’unica consolazione per la sua eventuale dipartita è che finalmente non vedremo più in televisione Montalbano, un terrone che ci ha rotto i coglioni…”. Per concludere con un soverchio e fuorviante esorcismo: “Questa comunque è una opinione personale e scherzosa, in me Camilleri suscita ammirazione, è un grande scrittore, e bisogna ricordare che la lingua italiana è nata in Sicilia, solo dopo abbiamo adottato quella Toscana. E i siciliani parlano meglio di qualunque altro italiano. E scrivono meglio degli altri italiani”.

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Passione per la Classicità. Opere di Pino Caminiti (1948-2018)

Passione per la Classicità. Opere di Pino Caminiti (1948-2018)

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di Stefano Lanuzza
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Il poeta è un irregolare. […] Il poeta è la summa delle diverse ‘esperienze’ dell’uomo del suo tempo, ha un linguaggio che non è più quello delle avanguardie, ma concreto nel senso dei classici” (dal Discorso dell’11 dicembre 1959 di Salvatore Quasimodo, insignito del Premio Nobel “per la sua poesia lirica che con fuoco classico esprime l’esperienza tragica nella vita dei nostri tempi”).

Iam iam non domus accipiet te laeta neque uxor / optima, nec dulces occurrent oscula nati / praeripere et tacita pectus dulcedine tangent. / Non poteris factis florentibus esse tuisque / praesidium. Misero misere” aiunt “omnia ademit / una dies infesta tibi tot praemia vitae”. / Illud in his rebus non addunt “nec tibi earum / iam desiderium rerum super insidet una”… Queste parole del Libro III del De rerum natura, poema filosofico-enciclopedico del I secolo a. C. dell’epicureo Lucrezio (Titus Lucretius Caro), Pino Caminiti le traduce/traspone in tensione analogica, interpretandole con empatia e filosofico accordo a significare che vana è la paura della morte, questo sonno senza pensieri né sogni: “Ecco, ormai / nulla più tu godrai / della casa ricolma di gioia / e dell’ottima, amata tua donna. / I tuoi bimbi, oramai / non potranno più correrti incontro / a baciarti e ricevere baci / e a toccarti, nel cuore / di segreta, infinita dolcezza. / Non avrai / più l’ebbrezza d’un fato / benigno, non sarai / più la forza dei tuoi. / Un sol giorno, funesto / ti ha reciso le gioie della vita. / Questo dicono, stolti / e non sanno / che ormai / più di nulla ti sfiora il rimpianto” (Leptalée [1997, 2003], 2014)… È palese l’effetto dei versi lucreziani su quelli, autoreferenziali, composti dall’imperatore Adriano (Publius Aelius Traianus Hadrianus) negli ultimi giorni di vita (anno 138 d. C.): “Animula vagula, blandula, / hospes comesque corporis / quae nunc abibis in loca / pallidula, rigida, nudula, / nec, ut soles, dabis iocos” (Aa. Vv., Historia Augusta. Adriano, IV sec.). [“Piccola anima smarrita e dolce, / compagna e ospite del corpo, / ora t’appresti a scendere in luoghi / scialbi, impervi e vuoti, / ove non avrai più le gioie consuete”].

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Il primo giorno della luna nuova. Elia Malagò, “Calende”

Elia Malagò, Calende, Manni, 2018, pp. 174, € 18,00

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di Stefano Lanuzza
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Dopo Incauta solitudine (2010), riflessivo percorso nel cuore di una realtà entropica sorvegliata da un dio barbaro e muto verso cui non esistono preghiere, dopo Golena (2014), diario in versi di un sogno di fuga da una pervasiva musica di acufeni secernente parole come “lacrime invisibili”, ecco, nell’opera ormai cospicua di Elia Malagò, un libro di vera eccellenza qual è Calende (Manni, novembre 2018 ma 2019, pp. 174, € 18,00), alacre raccolta di versi (2012- 2018) accordati con l’innata vocazione narrativa di questa autrice che esordisce all’età di vent’anni pubblicando il talentoso Dieci racconti – gente del fiume (1968)… Quanto alla parola Calende, che per i latini sarebbe il primo giorno della luna nuova di ogni mese dell’anno, essa viene adattata alle atmosfere di Felonica Po, paese-metafora e ‘luogo dell’anima’ cui la nativa scrittrice ispira esplicitamente molta parte della sua opera.

Muovendo da affabulazioni tutte autobiografiche (quasi refertali nel romanzo di un ritorno all’infanzia L’ombra ripresa, 1988), con pagine sospese tra realismo e codici linguistico-lessicali carichi di risonanti gerghi, dialettalità e neoconiazioni o neologismi come clausole psicologico-esistenziali, la Malagò aduna reminiscenze crepuscolari e frantumi memoriali che, volti in strofe di vario schema metrico, altresì adombrano una serie di microracconti e quanto potrebbe costituire materia di una vicenda ricca di episodi incombenti, distolti dalla loro anonimia e vivificati entro inconsueti rapporti sematici.

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LESSICO ARCIMBOLDIANO

LESSICO ARCIMBOLDIANO

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di Stefano Lanuzza

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Giardiniere del suo Hortus deliciarum rinserrato nella Kunstkammer baluginante di fuochi fatui e staffilata da luci e ombre, Vertumno, malinconico signore della metamorfosi, si circonda di monstra, naturalia, artificialia e mirabilia, di squisiti spettri, di oggetti rari e astrusi, di golem, caravanserragli e chimere… In un estremo inno al capriccio, al mutamento e all’anamorfosi, astuzie dell’intelligenza eccentrica e del sonno che, con i sogni, genera i mostri di natura e cultura, il demiurgo gryllorum sive chimerarum Giuseppe Arcimboldi (1527ca.-1593) raffigura nel nume Vertumno (1591) – titolo del suo ultimo quadro, acme di un’arte come trascrizione metapoetica che emulando la physis ne accresce le suggestioni, tanto che non è più l’arte a imitare la natura bensì questa ad offrirsi a quella – non soltanto un compendioso ritratto di Rodolfo II dalla miniaturale fissità variata coi segni dell’umor nero seguito alla letizia, ma pure se stesso.

Rodolfo-Arcimboldi-Vertumno, opera di gioco e piacere eseguita in tempi di peste e terrore, un volto unheimlich, un’icona-fantoccio dall’increspata fronte di popone tra spighe, graspi e bacche, fichi e ricascanti ciliegie, mela e pesca le guance e occhi d’oliva e gelsa sotto sopracciglia di baccelli, peracoscia per naso e due nocciole con scorza gli imperiali baffi, riccio di castagna il mento, rape, cavoli e cucurbitacee, agli, cipolle e zenzeri, funghi, carciofi e fiori il torso, e un mezzosorriso stranito, inscritto nel vellutato lussureggiare di frutti d’ogni stagione, Rodolfarcimboldi-Vertumnus riflette altresì una fricassea rimestata dalla storica Mostra veneziana del maestro milanese-praghese (Palazzo Grassi, 13 febbraio-31 maggio 1987). Per esempio, dal pinzimonio delle italiche gazzette schizzano articolesse un critico che – scrive –, se fosse direttore d’un grande quotidiano, al corrispondente artistico troppo interessato all’“effetto Arcimboldo” farebbe una fulminante telefonata per sbatterlo immantinente ai servizi di cronaca: ciò, ancora prima dell’apertura della mostra stessa); e un altro, Testori, già pittore michelangiolista e scriba manierosamente kitsch che soffrigge all’inverosimile l’unico suo argomento, “Arcimboldo e arcimbolderia”, con saltabeccanti grilli medioevali e boschiani.

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Comparazioni e omologie nel Tao filosofico-poetico di Massimo Mori

Massimo MORI, Tai Chi (Tàijí). Poematica del Principio, Castel Maggiore, Edenica, 2018, pp. 232, € 27, 50.

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di Stefano Lanuzza

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La poesia è chiara e oscura: tra una parola scritta e l’altra vi sono spazi vuoti nell’alternanza nera e bianca di Yin e Yang” (M. Mori).

Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” scrive Wittgenstein nella settima e ultima proposizione del suo Tractatus logico-philosophicus (1921). Tale frase, che segnala un limite delle possibilità del linguaggio ed esorta a ‘stare ai fatti’, non significa ‘Non parlare’ ma invita a non pretendere d’identificare quanto trascenda il linguaggio.

Anche dell’illimitato, incommensurabile, immateriale Tao non c’è, secondo Lao Tzu, modo di parlare. Causa e custode dell’universo, l’eterno, sconosciuto, preverbale Tao, abissale, assoluto e senza forma, resta una questione metafisica intorno all’origine delle cose: “C’è qualcosa di caoticamente completo in sé / nato prima del cielo e della terra. / … / Non conoscendone il nome, lo chiamo Tao” (Lao-tzu). Secondo René Guénon, se “il Tao ‘senza nome’ è il Non Essere, […] il Tao con un nome è l’Essere”. Volendo dare, sia pure in astratto, un nome all’intraducibile Tao, “lo si chiamerà (come equivalente approssimativo) la Grande Unità” (La Grande Triade, 1946)… Nel dettato dell’antica tradizione, Tao è vivere in armonia con le leggi e i flussi della Natura: chi vi riesce, trova se stesso.

Ciò premesso, risultano praticabili un ‘senso Tao’, un ‘atteggiamento Tao’, un ‘sentiero Tao’ nel percorso artistico testimoniato da Jack Kerouac (Sulla strada, 1953), l’ispirato scrittore americano votato a coniugare Beat con un’agnostica Beatitudine, e il Tao con un eterodosso Underground.

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Poesia dell’immagine. Giovanni Tesio, “Piture parolà”

Poesia dell’immagine. Giovanni Tesio, Piture parolà. Arte in poesia, Novara, Interlinea, 2018, pp. 108, € 12.

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di Stefano Lanuzza

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Maestro del colore e della forma è il poeta (O. Wilde)

Al pari del siciliano e del lombardo, l’idioma piemontese non appare propriamente un dialetto e, pur condividendo con l’italiano diversi segni grafici, per la varietà e la precisione del suo vocabolario risulta essere una lingua autonoma. Il fatto è confermato anche dalla raccolta poetica in piemontese di Giovanni Tesio, Stantesèt sonèt (2015), ispirati sonetti dove il codice dialettale, finemente tessuto nelle sue molteplici possibilità espressive, rivela indubbie qualità letterarie. Allora, in questo libro, l’autore vuole confermare, intanto nel suo piemontese, una rigorosa idea del sonetto: L’è pròpe vera che ‘l sonèt l’ha ‘n color sol. Idea già anticipata nel 1985 allorché, pubblicando con un editore catanese il libro di versi in italiano In punto di svolta, segnala la sua predilezione per lo schema ritmico della forma chiusa inventata nella prima metà del XIII secolo da Jacopo da Lentini alla corte palermitana di Federico II di Svevia.

È una predilezione divenuta virtuosistica maestria con i versi di Vita dacant e da canté (2017), cospicuo florilegio sul ‘vivere riservati’; e predilezione, oggi vieppiù affinata, in questo Piture parolà, pitture cui ‘dare la parola’ o canzoniere di esemplari sonetti dedicati a una sequela di artisti figurativi maggiori e minori, di varia epoca e dislocazione geografica: tutti, affrancati da cronologie o storicizzazioni e resi immanenti come, per esempio, un Antonello da Messina con la sua secondoquattrocentesca Annunciata e il Raffaello della primocinquecentesca tavola della Madonna dei garofani. Essi – sembra suggerire Tesio mediante classiche ekphrasis – annunciano un persistente umanesimo beatificante il corpo che Francis Bacon contraddice coi suoi còrp ëscarvajà, “corpi scamozzati”, tragiche fenomenologie d’un primonovecento di guerre, massacri e sterminio.

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Stefano Lanuzza, “Argotier”

Stefano Lanuzza, Argotier. Louis-Ferdinand Céline, l’argot, il Novecento, Milano, Jouvence, 2018, pp. 86, € 9,00

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di Marco Fagioli

Argotier: un saggio di letteratura comparata che ha come spunto emblematico il Louis-Ferdinand Céline innovatore ‘argotico’ del linguaggio letterario posto a confronto con altri autori e con le vicende storiche novecentesche riflesse nel nostro tempo. Céline non è quel tipo di romanziere che narrando dimentica se stesso. Piuttosto, valorizzando in funzione stilistica le possibilità espressive del linguaggio, i neologismi e gli argotismi, le assonanze o gli echi prodotti dalle parole, egli vuole attirare i lettori dentro la propria soggettività delimitatrice dell’orizzonte d’un reale che lo stesso autore – velleitario ideologo e imperfetto politico, moralista paradossale, filosofo anomalo e mistico ateo, ma, alla fine, scrittore inarrivabile – non affabula bensì “presenta” a tutto tondo.

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Argotier. Louis-Ferdinand Céline, l’argot, il Novecento (Milano, Jouvence, 2018, pp. 86, € 9,00) di Stefano Lanuzza è un piccolo libro, ma è destinato a occupare un posto di rilievo nella più estesa bibliografia critica céliniana degli ultimi anni. All’autore si devono anche altri libri sul grande scrittore francese (Maledetto Céline, 2010; Céline della libertà, 2015; Louis-Ferdinand Céline. La parola irregolare, 2015; Céline testimone dell’Europa, 2016), oltre alla curatela e alla traduzione nel 2013 del libro del 1938 di Hanns-Erich Kaminski Céline in camicia bruna.

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Critico militante solo a favore della letteratura. Saggio di Stefano Lanuzza

Critico militante solo a favore della letteratura

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di Stefano Lanuzza

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Geno Pampaloni (1918-2001)

Diversamente da un’affermazione di Pietro Citati secondo cui “Pampaloni non era un critico: ma uno scrittore che si nascondeva” (invero, è un po’ se stesso che Citati… cita), Pampaloni ha le qualità di scrittore pertinenti a un vero critico esperto del canone letterario. A raccoglierne i saggi più belli, “che sono molti, […] ci accorgeremmo” aggiunge Citati “che il romanzo scritto da Geno Pampaloni sulla letteratura italiana moderna rivaleggia con quelli di Pavese, di Bassani, di Cassola, di Calvino” (“Corriere della Sera”, 14 novembre 2011).

Mai dichiaratamente engagé, Pampaloni s’affranca dai moduli dello storicismo, del marxismo, della stilistica, del formalismo, dell’avanguardismo, dello strutturalismo, della semiologia, della filologia, della psicanalisi…; e, convinto della funzione soprattutto civile della critica, interpreta meglio dell’ideologizzante filoneorealista Carlo Salinari il decisivo libro di Alberto Asor Rosa Scrittori e popolo (1965) che giudica sfavorevolmente i provincialismi del populismo e ridimensiona il ruolo dell’impegno sociopolitico degli scrittori. Poiché – rivendica Asor Rosa – “il fatto estetico ha proprie leggi, non confondibili con quelle della politica”.

Libero critico per lettori liberi e possibilmente competenti, così rari nell’italico popolo di non troppo antica alfabetizzazione, Pampaloni scansa in linea di principio le ideologie che vorrebbero prescindere dal merito di un’opera e, pur senza derogare dal ruolo di cronista letterario “giornaliero”, sintetizza la propria nobile opinione della letteratura nel ritratto ‘a specchio’ di Pietro Pancrazi critico-scrittore (saggio pubblicato sul n. 4, aprile 1953, della rivista “Il Ponte” fondata nel 1945 da Piero Calamandrei) e nell’aureo Modelli ed esperienze della prosa contemporanea, incluso nel volume Il Novecento (1987) della Storia della letteratura italiana di Emilio Cecchi e Natalino Sapegno. 

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