La “Dad” nel racconto di Vanessa Ambrosecchio il neurodigital non sogna

Vanessa Ambrosecchio, Tutto un rimbalzare di neuroni- Il racconto di cosa ci ha tolto la didattica a distanza, Einaudi, Torino, 2021, pp. 128

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di Antonino Contiliano

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Con l’attenzione e la cura dovute agli undici capitoli del racconto di Vanessa Ambrosecchio (Tutto un rimbalzare di neuroni-Il racconto di cosa ci ha tolto la didattica a distanza, Einaudi, Torino, 2021, pp. 128), pagina dopo pagina, non ti privi di adocchiare i ringraziamenti (con cui l’autrice chiude il suo “racconto”) e una breve nota con cui la stessa (non alla sua prima esperienza letteraria edita) si premura di dirci che la narrazione, nonostante simuli una realtà scolastica tutt’altro che fantasiosa, è il prodotto dell’immaginazione: un “libro di invenzione”!1. Il sistema scuola è quello che, in regime di pandemia Covid-19, vive le attuali trasformazioni della Dad (didattica a distanza) imposte dal controllo sanitario-politico pubblico, e rimodellanti (ad ampio raggio) il rapporto docenti-alunni, l’insegnamento- apprendimento e le relazioni inter-soggettive e affettive dei soggetti coinvolti. Sì che il racconto letterario della nostra autrice è leggibile, crediamo, nella possibile cornice percettiva del metodo analitico “figura e sfondo”; e tale che non sembra voglia nascondere la “politicità” della letteratura. Qui, infatti, la realtà delle immagini in primo piano (nel caso la vita e l’essere degli alunni) hanno lo scopo di far emergere la logica del potere che agisce sullo sfondo. Un messaggio metaletterario. Una politicità critica “sui generis” (oltre il contenuto) formalmente mediata – crediamo – dall’uso di espressioni gergali o del basso in corsivo (sgherri incazzati … Zoran acchiana i mura lisci… ci faccio più figura ….) in funzione di sottolineatura connotativa e dinamica.

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Una sindrome che non finisce. Elio Stellitano, “La sindrome bizantina”

Elio Stellitano, La sindrome bizantina, Città del Sole Edizioni, 2020, pp. 77, € 10,00

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di Stefano Lanuzza 

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Se Montesquieu, Voltaire, Herder, Hegel, Burckhardt stigmatizzano, insieme ad altri, l’età bizantina della controversia pignola, della doppiezza capziosa, dell’algido formalismo, della cavillosità dissimulatrice contorta cervellotica pedante, vi sono il gesuita francese seicentesco Pierre Poussines e il secondottocentesco Kostantiv Leont’ev, filosofo e monaco russo, a costituirsi quali laudatores dell’autocrazia millenaria dell’Impero Romano d’Oriente imploso con la caduta di Costantinopoli.

Ora, quasi come una diagnosi en poète potrebbe proporsi quella del medico e letterato Elio Stellitano che in un inusitato libro di versi, La sindrome bizantina (Città del Sole Edizioni, 2020, pp. 77, € 10,00), avvalendosi di riferimenti storici e del ricorso a una personale critica sospesa nel tempo, mette a fuoco in forme relativamente immaginose quanto ancora costituisce – con cavilli causidici, burocrazie, intrighi e interminabili diatribe, maneggi politici, ipocrite tattiche, delazioni simulazioni cospirazioni e venefìci – una persistente doxa senza verità che, trascorrendo ‘per li rami’, gravita sul sistema di cose avvolgendolo in circuiti e orizzonti chiusi.

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ESERCIZI DI LETTURA: Fabrizio Puccinelli e le radici del raccontare

Fabrizio Puccinelli, Il Ritorno, Aracne editrice, Roma, 2014, pp.152, € 14,00

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di Gustavo Micheletti

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In alcuni di questi racconti di Fabrizio Puccinelli (Il Ritorno, Aracne editrice, Roma, 2014) c’è il piacere di un raccontare antico, per certi versi ancora ottocentesco, che scivola nell’animo dei personaggi e li accompagna come una postuma rivisitazione della loro esistenza, fino a produrre il rendiconto di un destino, di una sorte immacolata, di un’esistenza comunque integra e trasparente. In altri, per lo più successivi, chi narra si fa testimone defilato di novecentesche esasperazioni od ossessioni, d’impasse che hanno risonanze kafkiane o beckettiane (come ha messo ben in evidenza Franco Petroni nella prefazione al volume), ch’emanano un senso d’oscura prigionia, di un arcano isolamento che si sublima però in una solitudine accettata che non rinuncia mai a cercare di cogliere al volo la vita di passaggio, a provare il gusto di trasfigurarla in virtù di un’indole narrativa pacificata e sincera, scevra d’ogni sorta di arroganza o pretesa verso l’esistenza. Questi diversi scenari e questi modi di narrare, sempre aderenti a un universo interiore che si sprigiona dai personaggi all’unisono con quello dello stesso narratore, non sono mai forzati, non accondiscendono ad artifici o invenzioni. Anzi, si potrebbe dire che nella prosa di Puccinelli nulla sembra mai inventato, creato da chi racconta, ma che tutto, ogni piega che la vita ha voluto assumere su di sé, ogni gioia terrena e ogni dolore, è stato trovato, accolto e assaporato senza fatica, in una maniera naturale, senza rimpianti e spesso con un’implicita e spontanea consapevolezza filosofica.

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Sui “Campi di Battaglia”, non minore poesia. Alla ricerca di un orizzonte rivoluzionario

Jessy Simonini, Campi di battaglia- Alla ricerca di un orizzonte rivoluzionario, Sensibili alle foglie, 2021, € 12,35

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di Antonino Contiliano

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/… abbiamo venticinque anni, fammi giurare /

che fino all’ultimo saremo /

rivoluzionari senza professione […] /

Jessy Simonini (“Movimento”)

Seguendo il movimento e le regole delle posizioni dei pezzi, è possibile leggere un libro di poesia come una partita a scacchi? L’analogia, crediamo, regge solo in parte. Il quadro della scacchiera, nonostante la variabilità dei movimenti, è sempre uno spazio chiuso (il divenire e il tempo non vi hanno funzione alcuna). La sua configurazione è riconducibile solo allo stato delle posizioni in atto (non è necessario che lo spettatore/lettore vada indietro a cercare le mosse precedenti che hanno determinato lo stato di cose visibile). Nella scacchiera del libro di poesia, i pezzi – parole e relazioni, incroci e incontri, regole e distorsioni … – richiedono invece una logica aperta avanti-dietro, prima-poi; una logica temporale dinamica per cui l’intreccio degli elementi, tra il dicibile e l’indicibile, il visibile e l’invisibile, l’esplicito e l’implicito, l’implicato logico e quello materiale… è uno spazio-tempo topologico intriso di valori semantici dinamici, complessi, plastici. Una parola, una metafora, anomalie sintattiche, etc. possono indurre e stimolare il lettore a vederne le ascendenze e le metamorfosi rispetto alle stesse coordinate intratestuali e (in senso lato) intertestuali. Inoltre il giocatore, il poeta, deve fare i conti pure con l’instabilità del linguaggio, la sua fluidità neghentropica e, complessivamente, l’invenzione di un “mondo secondario” (rispetto a quello del linguaggio standard); come nel mondo della pittura e della matematica, i segni della poesia creano forme-testi (non indipendenti dai contenuti e dai contesti) per comunicare idee, riflessioni e proiezioni. Come nella pittura e nella matematica creative, i segni (la scrittura) della poesia costruiscono infatti quei mondi diversi (di secondo ordine rispetto allo standard) che le virtualità di senso, possibili nella densità e nella fluidità degli stessi elementi in relazione discorsiva zigzagata, li rendono tuttavia presenti e disponibili per un altro punto di vista (un osservatore qualsiasi) e con effetti non necessariamente univoci. In poesia c’è, infatti, una combinatoria densa e iterativo-creativa come quella che oggi ci può proporre un ritmo frattale. Il ritmo cioè che con le sue combinatorie, nonostante la costante misura, genera sempre nuove e sorprendenti figure. Un ritmo che, finito e in-finito, come – si può dire – trasgredendo anche il nesso causa-effetto (prima e dopo) della visione e della conoscenza ortodossa – rizoma simultaneamente semi, fiore e frutto (il non-detto e il detto che, differenziandosi, si significano tuttavia mutuamente). E i significati, pur se non fondono il piano del reale e quello poetico, risultano però egualmente legati allo “zero” dell’origine (come lo sono i numeri positivi e negativi). Ma non per questo sono meno esposti all’intelligibilità di chi quei “pezzi” legge solo dopo. In altre parole, i testi, pur in permanente ri-definizione/interpretazione, non hanno un significato organico chiuso, univoco e ripetibile in maniera cristallizzata. Non stanno con la loro immobile identità nel tempo e nella storia; ma il tempo e la storia operano in essi. Appartengono al tempo che li ha prodotti e al tempo che li legge.

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Per labirinti e sentieri dei Boschi dell’Essere. Stefano Lanuzza, “Bosco dell’essere”

Stefano Lanuzza, Bosco dell’essere, pref. di G. Tesio, nota di G. Poli, Fermenti Editrice, Milano 2021, pp. 70, €. 12.00

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di Ugo Piscopo

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Per labirinti e sentieri dei Boschi dell’Essere

Un’intrigante raccolta di poesie di Stefano Lanuzza

Stefano Lanuzza è sulla scena della cultura italiana dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso un autore dalle incantevoli risorse euristiche (in prosa, in poesia, in arte, in animazioni di dibattiti mai scontati e ogni volta propositivi di ulteriori svolgimenti). Di origini siciliane, vive a Firenze e guarda al mondo come una realtà in dinamico flusso di accadimenti e di vicende dettati da forze primigenie pronte a rimescolare il tutto e a ridisegnarlo daccapo come teatro di fenomenologie molteplici e in ininterrotta evenemenzialità, anche di marca nichilistica.

Per lui il tempo è un continente ignoto, sfuggente, dalle accensioni e dai sorrisi di perfetta canaglia, ma anche di irresistibile attrazione. Soprattutto, è un declinarsi perpetuo di spiegazioni molteplici della selvosità dell’essere, che chiede a tutti e a tutto di assorbire consenzienti il suo crudele mistero, che si fa ogni volta una risata delle obiezioni e delle riserve degli individui, che osano pretendere di disegnare loro l’andamento delle vicende in svolgimento, narrate spesso con immagini di copertura.

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LEGACCETTI (recensioni come ricordi): Massimo Parizzi, “Io”

Massimo Parizzi, Io, Manni («Pretesti»), San Cesario di Lecce, (marzo) 2021, 206 pp., 19 euro.

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di Luciano Curreri* (ULIEGE, Belgique)

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Che l’«Io» sia un grande problema, che l’«io», anche minuscolo, si ami e sia quasi costretto a dirlo o che l’«Io» più maiuscolo si autobenedica, nel bene e nel male, a scapito dell’altro, anche di un «tu» intimo, vicino, e/o degli «altri», come somma di tanti «io» che fan fatica a diventare «noi», che restano gli altri, quasi un mistero che non si vuole accettare e cui si fa prima a sparare, è proprio di quell’animale che si chiama uomo (e per una volta son pure contento di non includere le donne – che per una volta non si offenderanno – in questo mio, tristissimo incipit). Basta gettare un occhio ai testi selezionati per il Premio Strega (anche e soprattutto ai migliori) e di «io», «me» et j’en passe, ne trovate a iosa. Più che il peso della cultura, è il peso dell’umanità, obesa anche nelle vesti di uno scrittore magro e simpatico.

Che fare? Ci sono coloro cui basta trovare un termine per catalogare, cioè dare un nome a tutte queste testualità e rubricarle in tal senso; e non dirò quale termine, non tanto per ignoranza quanto per pudore (i critici, specie quando si spacciano per teorici, sanno essere più spudorati degli scrittori). Poi, c’è chi dice, indignato e impegnato, che nessuno sa più raccontare appena si allontana dal suo ombelico, che non è, peraltro, quello del mondo. E c’è chi applaude: aveva ragione Eco e oggi ha ragione Barbero. C’è chi replica: non è vero niente, c’è stato il Novecento che – a parte, e almeno, fotografia, pubblicità, cinema, televisione… – ha dato una parte importante del meglio di sé nel racconto e nel saggio, nella misura breve. E allora un altro, di cui non ti eri accorto nonostante vendesse alla grande, ribatte: e il romanzo neostorico, e la nuova epica? – guarda, te lo dico in italiano perché scommetto che non sai neanche l’inglese. E qui, il cielo si apre e la luce del giallo d’inchiesta (e non solo) che perdura ormai più dei processi, in Italia e altrove, invade la sala. E chi non diventa un buon lettore, fedele alla luce, è arrestato.

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Isabella Horn, “Il canto del Covid”

Isabella Horn, Il canto del Covid, Villanova di Guidonia, Aletti, 2021, pp. 52, € 12,00

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di Stefano Lanuzza 

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Ora dirò quale causa provochi le malattie,/ e donde scoppi, ad un tratto, la pestilenza” (Lucrezio, De rerum natura, I sec. a. C.); “Il SARS-COV-2 è un virus sfuggente” ( D. Quammen, The Warnings…, 2020)

Disposto in una serrata sequenza di poemetti, al modo del De rerum natura lucreziano ha la struttura unitaria di un poema epico-didascalico in diciassette coese lasse Il canto del Covid (Villanova di Guidonia, Aletti, 2021, pp. 52, € 12,00, ISBN 978-88-591) di Isabella Horn, di lingua madre tedesca e scrittrice in un italiano cristallino e vario.

Da osservare, altresì, è la rigorosa, perfino virtuosistica schermaglia fonologica dell’autrice che dispone le proprie strofe in un tramaglio di assonanze e consonanze, con rime composte, alternate, incrociate o chiuse costruite su principi musicali.

Dopo le satire sociali di Ballate dei sudditi felici (2018), dopo le mitografie di Gli Dei clandestini (2019) e del cospicuo Cosmos (2020; libro di erranze tra la Grecia dei poeti e filosofi fino un’Etruria fantasmatica o a fascinazioni nordiche), nel Canto… la Horn pone al centro del suo discorso simbolico-derisorio quanto accorato il nostro tempo dell’epidemia virale Covid, probabile malattia zoonotica causata dalla deforestazione selvaggia, dal commercio di animali, dallo sfacelo degli habitat naturali e degli equilibri ecologici: un virus che, chissà se giunto con salti di specie da un mercato cinese di fauna selvatica viva (pipistrelli pangolini procioni tassi ratti zibetti…), sospende il tempo consegnando a presagi apocalittici e facili profezie il mondo in crisi climatica. Ed è il tragico accadere della natura, resa dalla contemporanea umanità vieppiù ostile, il movente che fa da stimolo all’impulso anche critico della poetessa che, nell’occasione, tralasciando ogni condiscendenza lirica, rivendica senza infingimenti il proprio severo impegno di consapevolezza. Né c’è da dubitare che il Covid sia un’arma biologica: questa, tuttavia, non proviene da un laboratorio di virologia bensì da un evento reattivo della natura.

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Sogni ed esperienze di vita: le poesie di Natalizia Pinto (2003). [In memoria]

[Invitiamo i lettori di RETROGUARDIA a segnalarci o ad inviare tramite email materiale inedito o edito su e di Giuseppe Panella. Ringraziamo Natalizia Pinto per averci inviato questa recensione di Giuseppe Panella alla sua raccolta di poesie del 2003. (f.s.)

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di Giuseppe Panella

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Perché questo titolo: Il tempo in cornice?  Perché spingere e costringere il Tempo in un quadro dai contorni già decisi per farlo diventare elemento partecipe certo ma pur sempre condizionato della vita libera e fuggevole fatta di  attimi che passano e non ritornano? Forse proprio per questo…

Prendere il Tempo e immobilizzarlo, metterlo in posa, trasformare ciò che è transeunte flusso dei momenti della vita in parole ed emozioni dette e scritte è da sempre uno dei compiti “impossibili” della poesia. Anche perché poi il tempo quotidiano di ognuno si riprende quello che è suo (il sapore carico di amarezza della caducità, la sensazione di felice aderenza alla propria pelle e alla propria anima, il colore dei sogni, il contatto con il reale condiviso con gli altri) e la poesia resta spesso incapace di andare oltre il livello di comunicazione superficiale.

Il Tempo domina e trionfa, le parole si dissolvono, ma non sempre, per fortuna di noi tutti.

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Ron Padgett, “Non praticare il cannibalismo”

Ron Padgett, Non praticare il cannibalismo. 100 poesie, a cura di Cristina Consiglio, Paola Del Zoppo e Riccardo Frolloni, Del Vecchio Editore, 2021, pp.370, € 19,00

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di Francesco Sasso

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Confesso che il recensore di questo libro ha scoperto da poco l’esistenza di Ron Padgett (1942), poeta americano che vive a New York, insignito di numerosi riconoscimenti. La sua opera è stata tradotta in diciotto lingue. Sette poesie di Padgett compaiono nel film “Paterson” di Jim Jarmusch. Ed è giusto, è utile che Ron Padgett appaia da noi come una scoperta, una boccata d’aria fresca grazie a Non praticare il cannibalismo. 100 poesie, libro pubblicato da Del Vecchio Editore.

Le squisite traduzioni di Cristina Consiglio, Paola Del Zoppo e Riccardo Frolloni insieme ad apparati di lettura, ad un saggio e un’intervista al poeta, ci offrono l’accesso ad un poeta incantevole e ironico, che affronta il lettore con una serie di modi (lirica e prosa), mescolando i temi dell’amore, della frustrazione, dell’amicizia, del gioco, saldati tutti nel tema dominante della morte, immagine significante della vita.

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LEGACCETTI (recensioni come ricordi): Antonella Anedda, Elisa Biagini, “Poesia come ossigeno”

Poesia come ossigeno, a cura di Riccardo Donati, Milano, Chiarelettere («Reverse»), (gennaio) 2021, 148 pp., 16 euro.

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di Luciano Curreri* (ULIEGE, Belgique)

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Due poetesse, Antonella Anedda (1958) ed Elisa Biagini (1970) parlano fra di loro e con uno studioso e saggista, Riccardo Donati (1978), in seno a «un dialogo a tre teste». È un dialogo che pensa alla poesia come un qualcosa di difficile da definire: un «oggetto» che ha la capacità di non banalizzare la complessità del mondo, delle relazioni che questo impone, e fors’anche la pretesa di essere «inutile» in un mondo gestito dall’(economico) «utile». Ed è un dialogo che si interroga su quanto e come la poesia – ancora oggi, nonostante sia stata data per morta, nei decenni passati, al pari di tante altre forme di pensiero e, per l’appunto, di dialogo (la critica, per esempio) – possa essere propedeutica a un confronto con il proprio io ma anche e soprattutto con l’altro – e mi viene in mente l’altrettanto bello e recente libro di Filippo La Porta, Come un raggio nell’acqua. Dante e la relazione con l’altro, Roma, Salerno editrice, (febbraio) 2021, 144 pp., di cui parlerò nel prossimo «legaccetto». 

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Un demone che sogna. Marco Palladini, “I virus sognano gli uomini”

Marco Palladini I virus sognano gli uominiMarco Palladini, I virus sognano gli uomini, Roma, Ensemble, 2021, pp. 160, € 15,00

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di Stefano Lanuzza
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Si definisce zoonosi ogni infezione animale trasmissibile agli esseri umani. Ne esistono molte più di quanto si potrebbe pensare. […: ] siamo davvero una specie animale, legata in modo indissolubile alle altre” (D. Quammen, Spillover, 2012); “ Credo che le mascherine non le toglieremo mai più (E. De Luca, Italia a volto coperto…, “Il Fatto quotidiano”, 8 marzo 2021).

Nel tempo delle ‘mascherine da pandemia’, protesi coatte per l’umanità globalizzata, prodotte a miliardi nel mondo e problematiche da smaltire, un romanzo ‘in atto’ – corredato da un’intertestuale, empatica Postfazione di Plinio Perilli – è quello di Marco Palladini I virus sognano gli uomini (Roma, Ensemble, 2021, pp. 160, € 15,00), trasvalutatore delle false idee su un evento col quale non c’è modo di confrontarsi se non vivendolo come una fenomenologica esperienza di consapevolezza. Ciò, al di là di quelle che l’autore chiama “favole complottiste”, quale, per esempio (ndr), l’affermazione, secondo taluni apocrifa, del leader libico Mu‘ammar Gheddafi: “Creeranno dei virus e ti venderanno gli antidoti e poi faranno finta di aver bisogno di tempo per trovare una soluzione quando già ce l’hanno. […] Le aziende capitaliste producono virus in modo che possano generare e vendere vaccinazioni. Questa è un’etica molto meschina e miserabile. Vaccinazioni e medicine non dovrebbero essere vendute” (Discorso 64° all’Assemblea Generale delle Nazioni, New York, 23-29 settembre 2009). Poi, nel 2011, Gheddafi viene assassinato a Sirte.

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Tra le pieghe de versi “Fuori-casa” la poesia di Alessandro Cardinale

Alessandro Cardinale, Fuori-casa (Poesie 2012-2017), Ensemble, Roma, 2021, pp. 46, € 10

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di Antonino Contiliano

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«Fuori-casa (Poesie tra il 2012 e il 2017)», Ensemble, Roma, 2021, pp. 46, € 10, è una raccolta di trenta poesie di Alessandro Cardinale. Il libro, in appendice, è corredato da una nota per la traduzione dei termini “idiolettici” in lingua italiana standard). Le poesie (in genere) non hanno un titolo, e tuttavia c’è il titolo che tematizza sé stesso come la poesia dei “Senza titolo”. Ogni poesia è un punto singolare. Il loro raccordo è una congiunzione – direbbe Gilles Deleuze – disgiunta, se non (per una memoria analogica foucaultiana) anche una poesia che informa e testimonia di vite oscure (forse la coincidenza non è casuale). Vite, nello specifico, di duro e invisibile lavoro alienato e alienante: «vado a lavoro e da lavoro vengo”. Un movimento di andata e ritorno pendolare (fabbriche, cantieri o altri luoghi chiusi …) “qualunque” degli individui tenuti allo scuro delle statistiche di vite astratte, senza notorietà: “La vita degli uomini infami”. L’esistenza degli uomini che Michel Foucault, spulciando tra gli atti amministrativi della polizia, degli ospedali … dei luoghi chiusi, annota prelevando le stesse scarne e devitalizzate righe scritte e depositate negli archivi. Gli archivi di «Fuori-casa (Poesie tra il 2012 e il 2017)» sono invece i circuiti dei luoghi lavorativi e le indicazioni sottese e/o esplicite che il poeta Alessandro Cardinale sintetizza nell’essenzialità poetica di quattro versi del “vado a lavoro e da lavoro vengo» delle poesie senza titolo. Il lavoro, fra l’altro, di ieri o di oggi, e colto nelle diverse configurazioni, è il collante unitario di questa raccolta. La disgiunzione differenziale, infatti, è individuata sia come tipo di lavoro sia come morfologia e “topologia” linguistica: il contadino/la contadina (in campagna: “Auf dem Land”); il supermercato, la fabbrica (“Irisbus” del gruppo Fiat), il dipendente di “Amazon” che non può scioperare, il nomadismo dei migranti o dei nuovi dannati del mare e della terra (Ibrahim Gouem, il migrante che si è suicidato il 23 Gennaio 2014 a Frigento/AV), l’“Isochimica” di Avellino e l’amianto, gli emarginati “flaschensammeln” in Germania (o raccoglitori di bottiglie vuote per strada o tra i rifiuti per guadagnare di che non morire). Poesia di vita di soggetti “in-fami” (vite oscure, prive di pubblica e patinata notorietà); esistenze di stenti e condannate all’arido giro dell’orologio e del calendario del sistema-potere che esclude ma sfrutta e disumanizza). Vite di cui puoi dire solo se hai visto/vissuto, o se qualcuno va a spulciare fra le note che hai visto, sentito dire e raccontare intrecciando le fila.

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Mauro Germani, “La parola e l’abbandono” e “Voce interrotta”

Mauro Germani, La parola e l’abbandono, L’arcolaio 2019, pp.85, 11,00 €

Mauro Germani, Voce interrotta, Italic Pequod, 2016, pp.80, € 13,00

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di Francesco Sasso

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Mauro Germani è fondatore e direttore responsabile della rivista di scrittura, pensiero e poesia “Margo” dal 1988 al 1992, ha pubblicato saggi e poesie. Nel 2019 pubblica La parola e l’abbandono (L’arcolaio).

Il libro si presenta come una raccolta di avvertimenti, ricordi, brevi riflessioni, aforismi di ampio respiro. Gli argomenti trattati sono la morte, la solitudine, la letteratura, l’arte, l’amore, il male, dio, la chiesa, la scrittura ecc. I pensieri registrati in La parola e l’abbandono partono spesso da un’occasione particolare, un ricordo, per poi inserirsi in una riflessione sistematica tra il dicibile e l’indicibile.

«Le parole generano parole, ma appena pronunciate o scritte si allontanano, vanno altrove, si disperdono nell’abbandono» (pag.71)

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Teresa Valentina Caiati, “Frange di interferenza”

Teresa Valentina Caiati, Frange di interferenza, Eretica Edizioni, 2019, pagg. 62, euro 13,00

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di Francesco Sasso

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Un anno fa è arrivato a casa, via posta, il libriccino di un poeta a me sconosciuto, pubblicato da un editore a me ignoto. Il libriccino in questione ha per titolo Frange di interferenza ed è scritto da Teresa Valentina Caiati.

A voler dire le cose come stanno, non è mica facile pubblicare una plaquettes realmente artistica e coerente. E Frange di interferenza non fa eccezione alla regola. Le poesie raccolte nel volume, a mio parere, oscillano tra liriche belle (perché semplici e dirette) e liriche meno riuscite (perché pretenziose e imitative). In generale, nelle poesie brevi, il poeta comunica emozioni come trama tessuta senza strappi. Qui la malinconia si connette a una bellezza perfetta e insieme fragile ed effimera.

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Per un teatro di “vite infami”, l’opera di Rino Marino

Né piangere, né dileggiare, né ridere.

Benedetto Spinoza

Non è il caso di avere paura né di sperare,

bisogna cercare nuove armi.

Gilles Deleuze

Rino Marino, Tetralogia del dissennoFerrovecchio, Orapronobis, La malafesta, Il ciclo dell’Atropo, Editoria & Spettacolo, Spoleto, 2020, pagg. 220 € 16,00

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di Antonino Contiliano

Non è difficile morire, difficile è vivere. Non è difficile emozionarsi, difficile è capire, e pensare stanca! Se la bandiera di un recensore o di un critico è quella della stoffa dell’emozione, come la bandiera di una compagnia di navigazione commerciale, o il timone di comando per distinguere e giudicare le opere e i giorni di un soggetto o di un autore di opere letterarie, allora diventa impossibile che lo scritto e le parole spingano oltre il solletico epidermico. L’emozione, come “empatia”, è una risibile identificazione con la vita delle persone (reali o fittizie) e le loro identità come intersezione di azioni e passioni eterogenee e storicamente temporalizzate; e ciò specie se il rapporto con l’opera o il testo è distanziato nel tempo e nelle modalità (lettura dello scritto, proiezione audio-visiva, recita casalinga o pubblica e teatrale …). Tempi e modalità non sono indifferenti nel gioco delle interpretazioni e valutazioni di un lavoro letterario, specie se teatrale e l’emozione è la guida del soggetto “x” che si pone quale soggetto critico in azione; l’emozione infatti è un tipo di compartecipazione estetica che poco o affatto spazio lascia alla riflessione critica, quella che attiene alla filologia dell’opera o del testo, al suo pensiero, all’interpretazione e al giudizio di valore. Racchiude (in breve) i soggetti entro la sfera del “contagio” patologico; e come in ogni contagio il malato non sfugge alla malattia che crea fantasmi inesistenti. Quei fantasmi cioè che impediscono di vedere quanto altri – curatori, prefatori e postfatori – hanno individuato di culturalmente e teoricamente qualificante il tessuto delle opere di un autore (di ciò diremo avanti) preso in esame, proposto alla pubblica editabilità e alla artistica comunicabilità mediata dalle rappresentazioni teatrali (nel caso specifico quelle dello scrittore e regista siciliano Rino Marino).

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Il “Teatro anatomico” di Mario Lunetta

Mario Lunetta, Teatro anatomico, Fermenti, 2020, pp. 150, € 15,00

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di Stefano Lanuzza
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“… teatro senza spettacolo…” (C. Bene, Autobiografia di un ritratto”, 2002).

Nel variegato mondo letterario romano dal Secondonovecento a oggi, Mario Lunetta resta una figura indimenticabile di poligrafo autore di un’opera che spazia dalla poesia alla narrativa, alla saggistica, alla critica militante, al giornalismo. Di rilievo, con le sue incursioni nell’ambito dell’arte figurativa, anche una produzione teatrale non ancora pubblicata per intero.

Relativamente alla ricerca drammaturgica di Lunetta appare preziosa la sua raccolta postuma Teatro anatomico (Roma, Fermenti, 2020, pp. 150, € 15,00): “5 pièces inedite” (Smash, 1983; Un grande leone fulvo, 1985; Ma il mondo non c’è più, 1987; Beatitudine, 1997; Arkadia nonsense, 1999; Rancore, s.i.d.) che, scritte in tempi diversi, escono con una testimonianza dell’attrice Giuliana Adezio e la cura di Francesco Muzzioli, anche autore della monografia Mario Lunetta. La scrittura all’opposizione (2018).

Implicitamente ambientato, si potrebbe immaginare, in contesti romani borghesi variamente delocalizzati – con vago antefatto un Moravia che, in Gli indifferenti (1929) come in molti racconti, spesso adotta per le proprie narrazioni dei moduli teatrali –, il teatro lunettiano mette in scena personaggi dall’Io incerto e franto, maschere intente a giocare con la propria sfuggente immagine, soggetti blandamente doloranti. Caratterizzati da una psicologia contraddittoria e da scambi verbali che restano sospesi nella negazione o nel non-detto, si nascondono quando non si rivelano appena con accenni che denunciano velleità ciarlatanesche o problematiche irrisolte, amarezze senza riscatto, ipocrisie, ambiguità, passioni abortite o malate.

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Storie di scuola. Alfonso Lentini, “Le professoresse meccaniche”

Alfonso Lentini, Le professoresse meccaniche, Graphofeel, 2019, pp. 155, € 13,30

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di Stefano Lanuzza
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“‘Razionalismo è l’idea che noi si possa sempre comprendere tutto sullo stato dell’essere’. È un viaggio verso la morte. Lo è sempre stato. […] Ma l’ altro motivo per cui siamo qui sono i sogni e i sogni sono irrazionali. […] forse dovremmo cominciare ad accettare (solo nell’inconscio per ora e con un’infinità di remore dovute a ritardi culturali) una diversa definizione dell’esistenza. L’idea che non arriveremo mai a comprendere tutto sullo stato dell’essere. E se il razionalismo è un viaggio verso la morte, allora l’irrazionalismo potrebbe essere il viaggio verso la vita… almeno fino a prova contraria” (S. King, The Stand, 1978, 1990).

Le professoresse meccaniche (Roma, Graphofeel, 2019, pp. 155, € 13,30), come un traslato o quasi una parodia del quadro delle Muse inquietanti (1918) di De Chirico, è il titolo del secondo racconto dell’omonimo libro di Alfonso Lentini, da cui possono ricavarsi pagine-campionatura ognuna emblematica. In esso, l’autore stabilizza la sua visionarietà fingendo dapprima la biografia, risalente all’infanzia e poi alla contemporaneità, di un personaggio ultracentenario rammemorante aure metafisiche con meccani e manichini che assumono vita propria richiamando certe atmosfere, oltre che dechirichiane, dei Bontempelli, Paola Masino, Dino Buzzati o d’un simpatetico Savinio con le sue le metamorfosi animalistiche; senza trascurare le magnetizzazioni dei quadri di Escher…

Sulla scorta di cotali maestri, l’autore prende a fare i conti con parvenze che solo la mancanza d’immaginazione fa credere siano quelle comunemente intese o interpretate. Poiché esistono, se vuoi, anche una “Valle Taciturna” stretta tra i monti, una “scuola senza suoni” con un “insegnante di Silenzio”, bizzarri “grattacieli nani” e “scalatori di Roseti”, “cercatori di Dei” e un’“Isola delle Bidelle”, “demiurghi uranici” e un fenomenologo dell’Invisibile, una “professoressa Volante” e uno “zio dal Collo lungo”, un “Professore a rotelle” docente di “Lucore Lunare”, una “Macchina Emanatrice di Buio” e un “Reclutatore di Bambini prodigio”…, distopiche fenomenologie non approssimabili a prima vista e disposte in un contesto alieno dove ciò che conta non è “l’amore per il prossimo, ma l’amore per il lontano”… Vi sono anche dei modi di percepire il senso ‘distante’ delle cose senza determinarne l’assoluta identità o negarne i processi combinatori, le mutevolezze illimitate, le avventure oniriche, le variazioni e ripetizioni, le inaspettate trasformazioni e le repentine sparizioni.

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Stefano Lanuzza, “Caos e bosco”

Stefano Lanuzza, Caos e bosco, Oèdipus, 2020, pp.199 €16,00

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di Francesco Sasso

Durante la lettura di Caos e bosco di Stefano Lanuzza, pensavo “ bisogna sì rifare la società degli uomini, ma la società che s’andrà organizzando dovrà apparire come il colmo del disordine”. Il libro di Stefano Lanuzza è un ibrido, un collage di titoli giornalistici, appunti di un moralista, aforismi, saggi brevi. Al centro il caos e il bosco (metafora della vita).

L’autore sembra volerci segnalare che, quando un’epoca s’avvia alla consunzione, appaiono segni di stanchezza e di smarrimento; ma dopo, qualcosa si modifica, ciò che prima era parso inevitabile malanno, poi sembrerà un beneficio comune.

Stefano Lanuzza in questo libro afferma il primato del cuore sulla ragione, dell’intuizione sul pensiero puro, tenendosi ben lontano dalla corrosione d’ogni idealità. Le illuminazioni dell’autore, a volte, diventano risate malinconiche, a volte irriverenti. Dal saggio sul pittore e la pittura, si passa alla riflessione letteraria; dall’altezza superba del fatto noi scendiamo fino al frammentarismo moraleggiante dell’assioma, del detto, del proverbio, dell’aneddoto, dello scherzo. Vi è in tutto ciò l’amarezza di un’età, la nostra, che bisogna tener presente durante la lettura di Caos e bosco per non perdere il senso delle proporzioni.

L’autore raggiunge un così elegante equilibrio tra pessimismo ed ironia, desolazione e speranza, stile e secchezza d’immagine, da apparire antico. I pensieri e le riflessioni di Stefano Lanuzza si leggono più che volentieri e, tra le sue righe, scoviamo le radici dei molti malesseri contemporanei.

Detto questo, non c’è molto da aggiungere, se è vero che al lettore intelligente ogni scrittore sa ben presentarsi da solo.

f.s.

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[Leggi tutti gli articoli di Francesco Sasso pubblicati su RETROGUARDIA 2.0]

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La poesia, l’amore. Autori italiani contemporanei versus Catullo

Vincenzo Guarracino (a cura di), Lunario dei desideri, Di Felice Edizioni, 2019, pp. 356, € 25,00

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di Stefano Lanuzza
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Supponendo di sapere di cosa si parla, accade alfine di parlare di poesia, questa espressione/interpretazione di un ‘certo sentimento della realtà’, magari identificandola non genericamente con, poniamo, i nostri amati Dante Petrarca Ariosto Pascoli D’Annunzio Montale… Allora si può parlare di poesia quasi come parlando d’amore?

Certo “la poesia” reputa un fin troppo trasvalutato Benedetto Croce “è stata messa accanto all’amore quasi sorella e con l’amore congiunta e fusa in un’unica creatura”. Senonché, “se la realtà tutta si consuma in passione d’amore”, può accadere che la poesia risulti “piuttosto il tramonto dell’amore”. Ne consegue, a evitare ciò, che “dentro la poesia deve lavorare e lavora la critica”; dove “la metaforica critica” può identificarsi con “la poesia medesima, che non compie l’opera sua senza autogoverno, senza interno freno, ‘sibi imperiosa’ (per adottare il motto oraziano), senza accogliere e respingere, senza provare e riprovare, operando ‘tacito quodam sensu’; finché non perviene a soddisfarsi nell’immagine espressa dal suono” (B. Croce, La poesia. Introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura, 1936). Così è vero che la poesia abbia un rapporto con la critica e si possa riconoscere al poeta una vera funzione critica: si pensi allora alla Commedia dantesca che, dopo avere svolto la più corrosiva critica politica e morale, tutti ci affida alla poesia dell’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII, v. 145).

Per Catullo, poeta ‘contemporaneo’ come contemporanea è ‘tutta’ la poesia, lirico alessandrino e primo tra quei Poetae novi o ‘neoteroi’ ostili ad ogni retorica epica, si può parlare di poesia e amore aderendo al ‘desiderio’ materiale-sensuale per qualcosa di cui si può godere come di un’epifania che intriga e vuole esprimersi nel verso. Apparirebbe proposto in tali termini e, appunto, intestato a Catullo l’almanacco antologico, prevalentemente elegiaco, Lunario dei desideri (Di Felice Edizioni, 2019, pp. 356, € 25,00) curato da Vincenzo Guarracino, poeta ed eccellente italianista e classicista.

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Verso una tana calda e buia. Il Sessantotto visto dal di dentro

Franco Petroni, Per misura d’igiene. Diario del 68, Morlacchi editore, Perugia, 2012

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di Gustavo Micheletti
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E se ci fosse davvero, l’inferno? No che non c’è. Non c’è nessun Dio e nessun Diavolo. Le favole sono favole, purtroppo; e la vita è la vita. Non esiste nessun vecchio saggio nella grotta sul monte; nessuna vecchina benefica nel folto della foresta. Non c’è nessuno a cui credere; nessuno a cui chiedere consiglio”. Per la protagonista e narratrice di Per misura d’igiene. Diario del 68. di Franco Petroni – recentemente (2012) riedito per l’editore Morlacchi (dopo una prima edizione per le edizioni “Il Lichene”, nel 1995) – non ci sono, più in generale, buone ragioni per confidare o sperare in qualcosa che vada al di là della distruzione dell’esistente: perché questo è contaminato da un male radicale, da un difetto d’origine.

Come recita una bella canzone di Francesco de Gregori, anche la protagonista di queste pagine, come tanti suoi coetanei di allora e di oggi, è una figlia “senza domani”, con una pena nel cuore che non sa dire, per cui non pensa di poter trovare le parole, perché “tutto è un inganno”, perché “nessuno, se è onesto, può attribuire alla propria persona un valore maggiore di zero”.

Una simile posizione anticipa come una premonizione il nihilismo che di recente è stato individuato come una condizione peculiare della gioventù contemporanea; questo “ospite inquietante” – così lo ha definito Umberto Galimberti in un suo saggio – avrebbe potuto tuttavia, anche in quelle circostanze storiche e culturali, essere sviluppato in maniera più feconda per favorire una trasformazione interiore. Basti pensare, ad esempio, alla congerie di posizioni critiche rispetto agli stessi modelli valoriali presi di mira dal movimento contestatario che trasparivano da alcune filosofie e opere letterarie proprio negli anni immediatamente precedenti al Sessantotto e che erano state uno dei nutrimenti, più o meno diretti, della Beat Generation. Ma dopo i primi tempi di libertarismo e di autentica rivoluzione culturale, in cui le contaminazioni furono variegate e polifoniche, il movimento – specialmente in Europa, e particolarmente in Italia – s’irrigidì nell’assimilazione di un orizzonte ideologico preclusivo, partendo dal presupposto che condizione di ogni sviluppo e trasformazione fosse la distruzione, o comunque il superamento perentorio, dell’ordine socio-economico esistente.

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“È questa la vita che puoi darmi?”. Vladimir Di Prima, “Avaria”

Vladimir Di Prima, Avaria, A&B, Acireale-Roma, 2020, pp. 112, € 10,00

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di Stefano Lanuzza
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Che fa il giovane siciliano Morando Carcò, scrittore scontento della sua professione di giornalista in un quotidiano di provincia e afflitto dai postumi d’una delusione sentimentale che, forse per sfuggire al rovello per un abbandono di cui non riesce a capacitarsi, si prende qualche giorno di vacanza in un’anonima località del centro Italia?

Accolto nella casa dell’amica Secondina come ospite, una condizione che lo mette in un singolare imbarazzo e gli provoca problemi di… stitichezza, è impaziente di ripartire in aereo verso la sua isola da cui non gli è mai riuscito di allontanarsi più di tanto.

Ora se ne va in giro vagando a caso per le strade del luogo guardandosi intorno: quanta lontananza e indifferenza nelle espressioni distratte di passanti frettolosi, quale squallore in certe anonime stazioni di autobus e desolati portici accoglienti l’umanità degli ‘avariati’ ed espulsi da un sistema sociale senza pietà che lo fissano con sguardi perduti dove l’orrore e la rassegnazione lasciano appena balenare qualche guizzo di speranza.

Dosando un ductus narrativo sospeso tra referto, puntigliose riflessioni e improvvisi straniamenti del reale, in questo suo ultimo romanzo, Avaria (A&B, Acireale-Roma, 2020, pp. 112, € 10,00) – seguìto a Gli Ansiatici (2002), Facciamo silenzio (2007), Le incompiute smorfie (2014) e alla raccolta narrativo-aforistica Pensieri in faccia (2015) –, Vladimir Di Prima conferma le sue qualità di talentoso affabulatore oggettivando il proprio discorso con l’aggirare i modi del monologo biografico che alluderebbero retoricamente alla possibilità che narratore e personaggio possano identificare un’unica persona. Scrive, a tale proposito, Carlo Cassola in un suo insolito libro di saggi: “Un’opera di fantasia ci tocca solo nella misura in cui l’autore ci mette a parte dei fatti propri. Può sembrare paradossale e non lo è. Perché in un’opera di fantasia vogliamo trovare la vita: e la vita è esclusivamente individuale” (Il romanzo moderno, Rizzoli, Milano, 1981)… È comunque in filigrana col soliloquio, strutturato per ampi frammenti, del suo personaggio che Di Prima costruisce un romanzo distinto da un lessico piano e terso dove Morando ‘parla’ al suo interprete in continuo ‘ascolto’.

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L’infinito Leopardi per la contemporaneità. Vincenzo Guarracino, “Poeti per l’infinito”

Vincenzo Guarracino, Poeti per l’infinito, Di Felice Edizioni, 2019, pp. 186, € 20,00

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di Stefano Lanuzza
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Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / E questa siepe, che da tanta parte / Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”…: è l’incipit che contrassegna e fa volare i quindici endecasillabi sciolti dell’Infinito, dodicesimo dei Canti inclusi nella raccolta degli Idilli (1826) leopardiani dove la tendenza lirica romantica si fonde con una volontà realistica che contraddice l’introspezione puramente contemplativa e perfino arcadica troppo a lungo attribuita al poeta dalla critica idealistica.

L’Infinito, nella sua versione originale marcato con una I maiuscola che tuttavia non vuole suggerire un’interpretazione metafisica del testo, è composto negli anni 1818-’19 dal ventenne Giacomo Leopardi, “giovane” detto “favoloso”, prima del regista cinematografico Mario Martone nel 2014, da Anna Maria Ortese: “Così ho pensato di andare verso la Grotta, in fondo alla quale, in un paese di luce, dorme, da cento anni, il giovane favoloso” (Pellegrinaggio alla tomba di Leopardi. In Da Moby Dick all’Orsa Bianca. Scritti sulla letteratura e sull’arte. A cura di Monica Farnetti, Adelphi, 2001).

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Poema degli Dei clandestini

Isabella Horn, Gli Dei clandestini, Aletti, 2019, pp. 62, € 12,00

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di Stefano Lanuzza
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Poema o romanzo in versi è Gli Dei clandestini (Aletti, 2019, pp. 62, € 12,00), dove, in un monologante ductus con rari ‘versi sciolti’ e in un esteso reticolo di assonanze, s’avvicendano distici, terzine, rime incrociate, interne o ‘nascoste’. L’autrice, Isabella Horn, d’origine tedesca, è filologa, traduttrice e poetessa in lingua italiana con all’attivo, negli ultimi anni, alcuni libri caratterizzati da una costante coerenza stilistico-tematica. Tra essi: Codice barbaro, 2013; La Stanza della Luce, 2015; Impermanenze, 2016, Lunae Antiquae, 2017; Ballate dei sudditi felici, 2018; Per terre oscure, 2018…

Cosmologia erudito-visionaria e, insieme, narrazione autobiografica vocata a farsi ‘canto generale’, il libro della Horn, svolto in versi che per intrinseca chiarezza costituiscono la propria stessa parafrasi, muove a partire da una franca trasvalutazione delle metafisiche confessionali. Metafisiche o proterve ideologie che, imponendo il monoteismo (il dio ebreo, cristiano, musulmano; con altre fedi conniventi o tra loro avverse), obliterano la Madre Terra nonché lo spinoziano Deus sive Natura (“Dio ossia la Natura”). Un’entità, questa, significante non già l’antropomorfico ‘Dio unico’ del Primo Comandamento, “un dio geloso, / sitibondo d’onnipotenza” e delirante quel “Non avrai altro Dio all’infuori di me” adottato da ogni potere assoluto, ma quanto compendia le origini e la vicenda d’un vivo, mutevole universo di miti o simboli sciolto da vincoli superstiziosi e relativamente sacrale.

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Camilleri, Montalbano e il ‘vigatèse’

Camilleri, Montalbano e il ‘vigatèse’

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di Stefano Lanuzza
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Il vigatese? “Una lingua inventata, in continua mutazione, infedele a se stessa. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine ci si è accorti che non è siciliano. I primi a capirlo sono stati proprio i miei amici in Sicilia. Ma unni a pigghiasti‘sta parola? Non esiste!” (A. Camilleri, “Il Venerdi/La Repubblica”, 21 luglio 2017).

Premessa

Il 17 giugno 2019, colpito da un infarto dopo che venti giorni prima, cadendo in casa, si provoca la rottura del femore, Andrea Camilleri, nato a Porto Empedocle nel 1925, lascia la vita in un ospedale romano dopo una lunga, iniqua agonia confortata dall’affetto dei parenti e di molti amici e lettori.

Insofferente di simile contesto, si segnala con un ‘coccodrillo’ preventivo e di cattivo gusto il direttore editoriale di un giornale della filiera paraleghista-sovranista il quale, il 19 giugno, deplorando che lo scrittore abbia “rivendicato fino all’ultimo la sua adesione al bolscevismo”, aggiunge: “Tuttavia l’arte non ha bandiere, e quella di Camilleri va riconosciuta per quello che è: mirabile. Non tutta, ma quasi” (dove, ndr, il ma quasi manda un cacofonico suono di ciabatte). Continua: “L’unica consolazione per la sua eventuale dipartita è che finalmente non vedremo più in televisione Montalbano, un terrone che ci ha rotto i coglioni…”. Per concludere con un soverchio e fuorviante esorcismo: “Questa comunque è una opinione personale e scherzosa, in me Camilleri suscita ammirazione, è un grande scrittore, e bisogna ricordare che la lingua italiana è nata in Sicilia, solo dopo abbiamo adottato quella Toscana. E i siciliani parlano meglio di qualunque altro italiano. E scrivono meglio degli altri italiani”.

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Il primo giorno della luna nuova. Elia Malagò, “Calende”

Elia Malagò, Calende, Manni, 2018, pp. 174, € 18,00

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di Stefano Lanuzza
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Dopo Incauta solitudine (2010), riflessivo percorso nel cuore di una realtà entropica sorvegliata da un dio barbaro e muto verso cui non esistono preghiere, dopo Golena (2014), diario in versi di un sogno di fuga da una pervasiva musica di acufeni secernente parole come “lacrime invisibili”, ecco, nell’opera ormai cospicua di Elia Malagò, un libro di vera eccellenza qual è Calende (Manni, novembre 2018 ma 2019, pp. 174, € 18,00), alacre raccolta di versi (2012- 2018) accordati con l’innata vocazione narrativa di questa autrice che esordisce all’età di vent’anni pubblicando il talentoso Dieci racconti – gente del fiume (1968)… Quanto alla parola Calende, che per i latini sarebbe il primo giorno della luna nuova di ogni mese dell’anno, essa viene adattata alle atmosfere di Felonica Po, paese-metafora e ‘luogo dell’anima’ cui la nativa scrittrice ispira esplicitamente molta parte della sua opera.

Muovendo da affabulazioni tutte autobiografiche (quasi refertali nel romanzo di un ritorno all’infanzia L’ombra ripresa, 1988), con pagine sospese tra realismo e codici linguistico-lessicali carichi di risonanti gerghi, dialettalità e neoconiazioni o neologismi come clausole psicologico-esistenziali, la Malagò aduna reminiscenze crepuscolari e frantumi memoriali che, volti in strofe di vario schema metrico, altresì adombrano una serie di microracconti e quanto potrebbe costituire materia di una vicenda ricca di episodi incombenti, distolti dalla loro anonimia e vivificati entro inconsueti rapporti sematici.

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SUL TAMBURO n.80: Leandro Piantini, “Il poeta non deve tacere”

Leandro Piantini, Il poeta non deve tacere, Fucecchio (Firenze), Edizioni dell’Erba, 2018

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di Giuseppe Panella

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Ma perché poi dovrebbe? Il poeta non lo spiega né desidera farlo e infatti parla, racconta, descrive, rigira il coltello nella piaga. Egli parla di sé e analizza la propria poesia:

«La poesia più bella è sempre l’ultima. Lo dico ad alta voce / quello che mi spinge all’espressione / è forte e se trova ostacoli / non s’arresta / ed ecco arrivano i soccorritori / e domani mi vedrete scalpitante / con le parole che / fanno a gara ad agghindarsi / a dimostrare la loro fedeltà / la loro vocazione ad essere / nei casi estremi il rimedio migliore» (p. 73).

Scrivere poesia è una vocazione irrefrenabile e non si contenere facilmente: le parole urgono e vanno usate per esprimere ciò che si prova e si sente in maniera assoluta. L’ansia di scrivere poesia non si arresta facilmente sulla soglia della pagina bianca. La poesia è qualcosa che non si può né si deve arginare: il poeta non deve tacere perché non può tacere. Ma di cosa parla però? Quali sono gli argomenti che mette sul tavolo quando si cimenta con la scrittura? Il poeta essenzialmente parla della poesia:

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Comparazioni e omologie nel Tao filosofico-poetico di Massimo Mori

Massimo MORI, Tai Chi (Tàijí). Poematica del Principio, Castel Maggiore, Edenica, 2018, pp. 232, € 27, 50.

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di Stefano Lanuzza

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La poesia è chiara e oscura: tra una parola scritta e l’altra vi sono spazi vuoti nell’alternanza nera e bianca di Yin e Yang” (M. Mori).

Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” scrive Wittgenstein nella settima e ultima proposizione del suo Tractatus logico-philosophicus (1921). Tale frase, che segnala un limite delle possibilità del linguaggio ed esorta a ‘stare ai fatti’, non significa ‘Non parlare’ ma invita a non pretendere d’identificare quanto trascenda il linguaggio.

Anche dell’illimitato, incommensurabile, immateriale Tao non c’è, secondo Lao Tzu, modo di parlare. Causa e custode dell’universo, l’eterno, sconosciuto, preverbale Tao, abissale, assoluto e senza forma, resta una questione metafisica intorno all’origine delle cose: “C’è qualcosa di caoticamente completo in sé / nato prima del cielo e della terra. / … / Non conoscendone il nome, lo chiamo Tao” (Lao-tzu). Secondo René Guénon, se “il Tao ‘senza nome’ è il Non Essere, […] il Tao con un nome è l’Essere”. Volendo dare, sia pure in astratto, un nome all’intraducibile Tao, “lo si chiamerà (come equivalente approssimativo) la Grande Unità” (La Grande Triade, 1946)… Nel dettato dell’antica tradizione, Tao è vivere in armonia con le leggi e i flussi della Natura: chi vi riesce, trova se stesso.

Ciò premesso, risultano praticabili un ‘senso Tao’, un ‘atteggiamento Tao’, un ‘sentiero Tao’ nel percorso artistico testimoniato da Jack Kerouac (Sulla strada, 1953), l’ispirato scrittore americano votato a coniugare Beat con un’agnostica Beatitudine, e il Tao con un eterodosso Underground.

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Tra la donna-sole e la donna-pesco, la “Noe Itō” di Franciso Soriano

Francisco Soriano, Noe Itō. Vita e morte di un’anarchica giapponese, Mimesis, Milano-Udine 2018, pp. 116, € 13,00

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di Antonino Contiliano

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Di “Noe Itō- Vita e morte di un’anarchica giapponese” (Mimesis, Milano – Udine, 2018) autore è Francisco Soriano. Opera composita, il libro, ripercorrendone alcune tappe, ricostruisce il tempo geo-storico complessivo e complesso del Giappone. È il Giappone visto e raccontato attraverso un intreccio che, contemporaneamente, incrocia le sue stazioni feudo-patriarcali, le lotte di successione tra identitarismo e spinte modificanti, il destino dell’anarchica e femminista Noe Itō e le dinamiche di reazione e controreazione.

Un complesso sistema di elementi che muove le trasformazioni della società e dei suoi habitus. Un processo, è possibile dire, a cui confini, tra il sommovimento tellurico (noto come il “Grade terremoto del Kantō” del 1923) e le correnti dei rivolgimenti di fine Ottocento e inizio del Novecento (in genere sono le correnti dei movimenti culturali e le traduzioni europei, come gli stessi sommovimenti rivoluzionari politici generati dalla rivoluzione sovietica), premono forze e tendenze che respirano tensioni e orizzonti diversi rispetto allo status dell’ordine di fatto. In giro, anche sotto l’ascolto delle “tra-duzioni” culturali europee, ad opera di minoranze culturali-politiche si respirava e si aspirava a legittimi cambiamenti.

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Poesia dell’immagine. Giovanni Tesio, “Piture parolà”

Poesia dell’immagine. Giovanni Tesio, Piture parolà. Arte in poesia, Novara, Interlinea, 2018, pp. 108, € 12.

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di Stefano Lanuzza

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Maestro del colore e della forma è il poeta (O. Wilde)

Al pari del siciliano e del lombardo, l’idioma piemontese non appare propriamente un dialetto e, pur condividendo con l’italiano diversi segni grafici, per la varietà e la precisione del suo vocabolario risulta essere una lingua autonoma. Il fatto è confermato anche dalla raccolta poetica in piemontese di Giovanni Tesio, Stantesèt sonèt (2015), ispirati sonetti dove il codice dialettale, finemente tessuto nelle sue molteplici possibilità espressive, rivela indubbie qualità letterarie. Allora, in questo libro, l’autore vuole confermare, intanto nel suo piemontese, una rigorosa idea del sonetto: L’è pròpe vera che ‘l sonèt l’ha ‘n color sol. Idea già anticipata nel 1985 allorché, pubblicando con un editore catanese il libro di versi in italiano In punto di svolta, segnala la sua predilezione per lo schema ritmico della forma chiusa inventata nella prima metà del XIII secolo da Jacopo da Lentini alla corte palermitana di Federico II di Svevia.

È una predilezione divenuta virtuosistica maestria con i versi di Vita dacant e da canté (2017), cospicuo florilegio sul ‘vivere riservati’; e predilezione, oggi vieppiù affinata, in questo Piture parolà, pitture cui ‘dare la parola’ o canzoniere di esemplari sonetti dedicati a una sequela di artisti figurativi maggiori e minori, di varia epoca e dislocazione geografica: tutti, affrancati da cronologie o storicizzazioni e resi immanenti come, per esempio, un Antonello da Messina con la sua secondoquattrocentesca Annunciata e il Raffaello della primocinquecentesca tavola della Madonna dei garofani. Essi – sembra suggerire Tesio mediante classiche ekphrasis – annunciano un persistente umanesimo beatificante il corpo che Francis Bacon contraddice coi suoi còrp ëscarvajà, “corpi scamozzati”, tragiche fenomenologie d’un primonovecento di guerre, massacri e sterminio.

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SUL TAMBURO n.79: Paolo Marati, “Gli indecenti”

Paolo Marati, Gli indecenti, Siena, Melville, 2017

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di Giuseppe Panella

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Perché Gli indecenti come titolo di un romanzo di costume? Perché l’in-decenza come categoria centrale in una riflessione sulla deriva della società contemporanea? Marati riprende alcuni personaggi del suo precedente L’intrusione delle onde anomale (Siena, Barbera, 2014) per raccontare una società in declino che non riesce più a trovare un centro, una direzione, un “centro di gravità permanente”. Soprattutto non riesce più a capire dove vuole andare a parare con i suoi stili di vita, i suoi tic, le sue mode, la sua ricerca di qualcosa di nuovo che la faccia uscire dalle asfittiche pareti del già visto. Federico Galbiati è un anti-eroe, un “inetto” – si sarebbe detto ai tempi di Verga e di Svevo. Divorziato ma felicemente accoppiato con una ragazza svedese, Harriet, conosciuta in circostanze avventurose nel primo romanzo, in procinto di volare a Stoccolma come fa ogni due settimane, viene bloccato da una perentoria richiesta di sua madre: l’anziana donna vuole rivedere Claudia, la figlia primogenita, l’un tempo severissima professoressa di latino protagonista di vicende sentimentali molto sfortunate narrate in L’intrusione delle onde anomale e apparentemente scomparsa quattro anni prima. La madre è radicale nelle sue richieste: se non rivedrà la figlia entro domenica, sicuramente il suo cuore si schianterà.

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SUL TAMBURO n.78: Marino Magliani, “Prima che te lo dicano altri”

Marino Magliani, Prima che te lo dicano altri, Milano, Chiarelettere, 2018

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di Giuseppe Panella

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Questo romanzo si basa su un desiderio rimasto inesausto: mettere in parole la nostalgia di una patria nella quale non si è potuto vivere come si sarebbe voluto. I personaggi della storia si ritengono tutti esuli (molti, come Christel, la matura mediatrice di immobili per i “russi” di cui Leo si invaghisce e che vorrebbe portarsi a letto) e il loro soggiorno sulla riviera ligure Magliani è un narratore nato e la sua ricerca linguistica non è mai disgiunta dalla volontà di raccontare storie, di illuminare con la luce radente dello stile vicende umane di grande spessore e di dolorosa potenza. Questo suo ultimo romanzo racconta un durissimo apprendistato di vita ma anche la struggente riconquista di un passato. Leo Vialetti di Sorba (Imperia), ligure come quasi tutti i protagonisti dei romanzi di Magliani, nasce e appartiene a una Liguria scabra, rocciosa, poco generosa con i suoi abitanti che pure la amano, costruita su baluardi montuosi, intervallati da brevi tratti di pianura, da salite erte e difficili, popolata di cinghiali e di uomini spesso più testardi e duri di quegli stessi animali selvatici cui danno la caccia.

Nello stesso tempo, il romanzo di Magliani descrive un mondo che dovrebbe risultare radicalmente opposto a quello nativo del protagonista: la Liguria e l’Argentina appaiono nelle sue pagine due continenti diversi e lontanissimi, eppure simili nel loro rapporto con l’umanità dolente che le abita.

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Serena Vitale, “Il defunto odiava i pettegolezzi”

Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi, 2015, Adelphi, pp. 284, €19

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di Francesco Sasso
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È lavoro raffinatissimo, dato da un ingegno e una esperienza letteraria come quelli di Serena Vitali. Il libro è allo stesso tempo un romanzo giallo, un saggio letterario, un’inchiesta giornalistica su Vladimir Vladimirovič Majakovskij, un saggio sociologico e storico. L’autrice ha scavato di buona voglia tra libri del poeta, le testimonianze dei contemporanei, i giornali dell’epoca, i documenti riemersi dagli archivi dopo il 1991, i verbali degli interrogatori, i «pettegolezzi» raccolti da informatori della polizia politica, i saggi letterari, le autobiografie dei protagonisti. Ha scovato incongruenze, bugie, mezze verità. Ha ipotizzato, immaginato, confutato.

Tutto ha inizio il 14 aprile 1930. Vladimir si suicida con uno sparo al cuore nella sua camera a Mosca. Con lui nella stanza c’è la sua amante Nora. Accorrono vicini, spie, amici e curiosi. La stanza si riempie. Da qui iniziano le bugie, gli omissis, nasce la leggenda e il mistero. Per alcuni la ragione della fine è da ricercare nella vita privata del poeta, altri ipotizzano la sifilide; alcuni riferiscono che Majakovskij era oppresso dalle tasse. Dal racconto emergono protagonisti affascinanti e terribili: i coniugi Brik (Lili e Osip), Veronika Polonskaja (Nora), Tat’jana Jakoleva e, naturalmente, Majakovskij. Su di essi aleggia la fosca vita ai tempi dell’Unione Sovietica.

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SUL TAMBURO n.76: Evaristo Seghetta Andreoli, “Il paradigma di esse”

Evaristo Seghetta Andreoli, Il paradigma di esse, prefazione di Carlo Fini e con una nota critica di Franco Manescalchi, Firenze, Passigli, 2017

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di Giuseppe Panella*

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Il destino poetico di Evaristo Seghetta Andreoli è tutto racchiuso in quell’esse, in quell’essere che non vuol decidersi a confondersi con l’avere o scivolare nell’esserci: un verbo che si fa sostantivo e si appoggia alla vita per continuare il suo percorso esistenziale.

Scrive Carlo Fini nella sua densa e intuitiva prefazione:

«In queste nuove liriche, tuttavia, l’autore approfondisce la sua consolidata vena poetica: il linguaggio, di affascinante creatività, si prosciuga, come attestano l’apparente naturalezza e la scorrevolezza. In questa rinnovata essenzialità lo stile si esalta nelle immagini, nelle riflessioni su se stesso e l’altro. Il ritmo dei versi acquista sicurezza e musicalità. Appare importante aggiungere a queste prime annotazioni un particolare innovativo: l’autore spazia ancora di più (e con maggiore aderenza) sulla vita reale, sulle incerte sue sorti e in quelle del mondo. Ecco, allora, nella parte finale della silloge, comparire – come antiche divinità ostili – Il Tempo, lo Spazio e il Caos» (p. 5).

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Dalle discrasie di Giovanni Fontana, insorgenze neghentropiche

Giovanni Fontana, Discrasie- sessioni metacritiche, Edizioni Novecento Libri, Roma, 2018, € 12,00, pp. 139

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di Antonino Contiliano

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Discrasie: un presupposto come sistema. Sessioni metacritiche: un campo di mutamenti e trasformazioni del/nel sistema. Un sistema di fasi che correlano in circolo il presimbolico – lo stato di mescolanza caotico del quid materico delle dis-crasie in brodo quantico – e le diramazioni analitiche della critica come campo di atti logo-linguistici differenziali in onda artistica ritmico-po(i)etica – separazione, distinzione, esame, giudizio, valutazione, giudizio. Atti che incidono la miscela delle discrasie e le mettono in frequenza enunciativa inscrivendone l’individuazione testuale significante differenziale.

Una significazione che per le vie del senso mette in gioco anche un certo plurilinguismo inter-mediale anti-controllo per dare battaglia al degrado dell’informazione psico-collettiva impiegando il Pegaso utopico quanto emarginato dell’arte e della poesia (non a caso Marcello Carlino nel testo che accompagna il libro – Discrasie – sessioni metacritiche – di Giovanni Fontana, identifica lo stesso come un poliartista che sfrutta l’inter-medialità quale arma antagonista che scompagina il monolinguismo della comunicazione medusatizzata del postmoderno).

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SUL TAMBURO n.75: Gianluca Barbera, “Magellano”

Gianluca Barbera, Magellano, Roma, Castelvecchi, 2018

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di Giuseppe Panella
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«12 settembre 1568. Mi chiamo Juan Sebastián del Cano – detto el Perro, il cane – e, come la maggior parte dei miei connazionali senz’altro ricorda, ho viaggiato in qualità di nocchiero sulla Trinidad, al fianco di Ferdinando Magellano, per un anno, sette mesi e diciassette giorni: tanti ne ho contati. Delle cinque caracche partite per sfidare gli oceani con a bordo duecentosessantacinque uomini di equipaggio solo una tornò, la Victoria, che il destino aveva posto sotto il mio comando, quale ultimo ufficiale rimasto di tutta quella gran spedizione; invero la più piccola e fragile della flotta dopo la Santiago, affondata tra i crepacci del Rio Santa Cruz, ad appena due gradi di latitudine dallo stretto di Todos los Santos, da noi scoperto il 1 novembre dell’anno di grazia 1520. Sì, io ebbi la ventura (o chiamatela come vi pare) di essere stato uno dei diciotto uomini cui fu concesso di fare ritorno, dopo tre anni intorno al globo e avventure e tragedie al di là di ogni umana sopportazione. Io, Sebastián del Cano, el Perro, lo confesso, qui, ora, per la prima volta, ho tradito il mio comandante e ammiraglio, Ferdinando Magellano, nel più abietto dei modi…»

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SUL TAMBURO n.74: Rita Monaldi – Francesco Sorti, “Malaparte – Morte come me”

Rita Monaldi – Francesco Sorti, Malaparte – Morte come me, Milano, Baldini & Castoldi, 2016

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di Giuseppe Panella
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Rita Monaldi e Francesco Sorti sono autori molto conosciuti di romanzi storici e di brillanti ricostruzioni satiriche di eventi del passato che probabilmente non hanno bisogno di presentazioni per il vasto pubblico dei loro lettori. Le vicissitudini del loro primo romanzo, Imprimatur, pubblicato con buon successo da Mondadori nel 2002 e poi non più ristampato dallo stesso editore per ragioni mai compiutamente emerse nel corso della violenta polemica che ne seguì, sono state anch’esse l’oggetto di un importante dibattito sulla scrittura letteraria e i condizionamenti esterni esercitati su di essa (ne parlai proprio su Retroguardia in anni non sospetti, per la precisione il 16 luglio del 2009). Nel 2016, pur proseguendo la serie di romanzi storici incentrati sulla figura della spia vaticana Atto Melani e le sue imprese politico-poliziesche ambientate in tutta Europa (alla conclusione della serie mancano i due volumi conclusivi), i due scrittori hanno deciso di dedicare un ampio e intrigante volume a una vicenda poco nota della biografia umana e intellettuale di Curzio Malaparte, ambientandola in gran parte nella Capri mondana di fine anni Trenta. Ma la storia della persecuzione poliziesca ai danni dello scrittore pratese, la ricostruzione delle sue indagini effettuate con lo scopo di evitare l’arresto e un processo che ne avrebbe distrutto la reputazione e infine la scoperta della verità sulla misteriosa morte di Pamela Reynolds, giovane poetessa dal profilo dolcissimo con la quale Malaparte aveva avuto quattro anni prima un breve flirt, non esauriscono la fitte rete di rimandi storici, politici, letterari e umani che attraversano e sorreggono la potente ricostruzione effettuata dai due autori.

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SUL TAMBURO n.73: Domenico Cipriano, “L’origine”

Domenico Cipriano, L’origine, Forlimpopoli (Forlì-Cesena), L’Arcolaio, 2017

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di Giuseppe Panella
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Che cosa c’è alle scaturigini prime, all’origine vera e profonda della poesia, della sua produzione inevitabile? Cipriano ha pochi dubbi al proposito, c’è il ritmo, c’è la musica, c’è la scansione delle parole che si intrecciano con il suono e il significante prodotto dal suono stesso.

«Io sono / tutte le terre che ho visitato / anche se da una sola / ho preso vita. // Lì / è rimasta ferma una ferita / per ogni passo / trascinato stanco / per ogni sguardo / che non mi riconosce. // E sono tanti i segni sul mio corpo / che ha tracciato la poesia / di chi / non ha più un luogo / e chiede asilo» (p. 15).

E’ il primo testo poetico, quello che apre la raccolta, e dà il senso dell’operazione messa in atto da Cipriano. L’origine della poesia affonda nel passato, in un passato così lontano che di esso rimane poco da analizzare e di condividere – si può soltanto accertarne l’esistenza e trasformarla in una parola che cerchi di delimitarlo. Il poeta rappresenta, di conseguenza, ciò che esiste fin dagli albori e lo sintetizza nelle sue parole del presente. Il corpo vivente della poesia si rastrema nell’immagine del corpo ferito del poeta che porta su di sé i segni del percorso che lo porta verso la propria autorealizzazione. La scrittura poetica non ha luogo definito e si realizza sempre nell’esilio della mente dove avviene ciò che la rende visibile e comprensibile ai più.

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SUL TAMBURO n.72: Matteo Melchiorre, “La via di Schenèr”

Matteo Melchiorre, La via di Schenèr, Venezia, Marsilio, 2016

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di Giuseppe Panella
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La prima impressione che si ricava dalla lettura di questo libro di Matteo Melchiorre è quella di aver commesso un errore di valutazione quando si è scelto di leggerlo: non si è in presenza di un romanzo ma di un saggio storico, di una ricostruzione approfondita e accurata di un episodio di storia di Feltre e dintorni, di una analisi di alto livello di storia economica e sociale ma non di un romanzo. La bio-bibliografia stessa di Melchiorre, autore ad es. di una biografia di fra’ Bernardino da Feltre e della sua predicazione antisemita, autorizzerebbe una tale lettura. Eppure La strada di Schenèr non solo è un romanzo (sia pure molto particolare) ma è anche la sua particolare versione dell’Apologia della storia di Marc Bloch (libro sotto la cui protezione il testo di Melchiorre si pone fin dall’esergo).

«Credere che la storia sia meno capace di soddisfare anche la nostra intelligenza per il fatto che esercita un così possente richiamo sulla sensibilità, sarebbe davvero una straordinaria sciocchezza» ha scritto il grande storico francese. E alla sensibilità come pure all’intuito l’autore del libro si richiama più volte. Ma si aggrappa anche, e con grande forza stilistica, alla chiarezza dell’evocazione che nasce dalla lucidità dell’intelligenza. Il libro di Melchiorre è un elogio del mestiere dello storico e la rivendicazione della sua bellezza e lucidità e anche della fatica che costa. Il colloquio con il dottor Schuster di Erfurt, “specialista in dinamiche psicoemotive”, è emblematico al riguardo:

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La ferocia del cuore. Un nuovo ‘giallo’ di Mario Quattrucci: “Troppo cuore. L’ultima inchiesta di Marè”

La ferocia del cuore. Un nuovo ‘giallo’ di Mario Quattrucci: Troppo cuore. L’ultima inchiesta di Marè, Torino, Robin, 2018, pp. 310, € 15,00

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di Stefano Lanuzza

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A partire dal Novecento c’è una linea relativamente nuova della letteratura italiana poliziesca che, senza escludere i gialli letterari sciasciani e il gaddiano, baroccheggiante, incompiuto Pasticciaccio definito da Leonardo Sciascia “il più assoluto giallo” mai scritto, “un giallo senza soluzione” (Breve storia del romanzo poliziesco, in Cruciverba, 1983), muove dall’opera di Giorgio Scerbanenco, include diversi affermati autori (Fruttero & Lucentini, Veraldi, Olivieri, Malvaldi, Lucarelli, Carofiglio, Carlotto, Faletti, De Cataldo, Colaprico, Robecchi, Biondillo, Vichi…) e arriva al notissimo Andrea Camilleri.

Inventore del popolare commissario Montalbano dell’immaginaria città siciliana di Vigàta, Camilleri domina da anni le classifiche con una messe di narrazioni redatte in un’accentuata gergodialettalità di cui si possono ricercare i modelli nel rabelaisiano, céliniano e talora trash Frédéric Dard con le sue storie replete di neologismi e termini argotici di Parigi.

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L’ora metastabile della poesia di Natalia Paci. Natalia Paci, “Pronta in bilico”

Tutta la mia sonora forza di poeta

io ti consegno, classe, all’attacco!

Majkovskij

L’ora metastabile della poesia di Natalia Paci. Natalia Paci, Pronta in bilico, Sigismundus Editrice, Ascoli Piceno, 2012

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di Antonino Contiliano

Pronta in bilico è una silloge di testi poetici di Natalia Paci. Il libro, editato da Sigismundus Editrice (Ascoli Piceno, 2012), è dedicato “al supereroe Vale Lux…”. Accompagnata da una nota di Renata Morresi, l’opera si presenta in cinque sezioni – Commentario precario, Acrobazie domestiche, Tocco senza tatto, Sexy shock (poesie d’amore), Haiku (poesie per cinque dita) – e un gruppo di testi grafici nominati “Contromano” di Cristina Maria Ferrara.

Ad ogni apertura di sezione, e (per inciso) a mo’ di sottesi compagni – Wislawa Szymborska, o la Costituzione repubblicana italiana, Patrizia Cavalli, Luigi Socci, Edoardo Sanguineti, Maria Grazia Maiorino –, coimplicati complici “Virgilii”, sembrano seguire il respiro e il movimento compositivo dei testi che, pagina dopo pagina, fanno le rispettive sezioni differenziate per il tipo di testualità tematica messa a lavoro.

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SUL TAMBURO n.71: Giampaolo Simi, “La ragazza sbagliata”

Giampaolo Simi, La ragazza sbagliata, Palermo, Sellerio, 2016

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di Giuseppe Panella
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«E invece mi ritrovo ventitré anni dopo a scrivere ancora del caso Calamai e di quell’estate inquieta e volubile. Il 1993 sarebbe stato ricordato per un luglio ancora primaverile e un agosto tropicale. Fu un’estate a due facce, come il dio Giano che con i suoi due volti guarda verso il passato e scruta il futuro. Contro ogni pronostico Bill Clinton aveva mandato a casa Bush Senior. Internet e le inchieste di Mani Pulite facevano presagire l’alba di una nuova era. Pensavamo che molto presto l’Europa sarebbe stata forte e unita, non a caso mezzo mondo ballava la discomusic prodotta in Italia, in Germania o in Svezia. La realtà era diversa. Noi ballavamo sulla spiaggia, e intanto sotto i nostri piedi si riassestavano faglie profonde, facendo tremare l’Italia da Roma a Firenze a Milano. Oggi mi è chiaro: sotto la minaccia che tutto crollasse, niente cambiò nel senso in cui avevamo sperato. Mi è chiaro proprio mentre mi ritrovo da solo, in un appartamento ormai quasi vuoto, a scrivere quello che doveva diventare il mio libro sensazionale sul caso Calamai. Doveva. Perché si è trasformato nel racconto di come invece è stata la mia vita a crollare e a cambiare per sempre. In una settimana» (pp. 16-17).

La ragazza sbagliata, di conseguenza, non si presenta come un romanzo di fantapolitica, né un thriller, né un poliziesco di indagine su un delitto (come quelli che, erroneamente e banalmente, vengono etichettati come “gialli” dal colore di una copertina negli anni Venti del secolo scorso). Non è neppure un noir, anche ci si avvicina molto nell’impostazione. E’ una narrazione che si legge tutta d’un fiato ma non per questo si rassegna alla velocità di scrittura del genere o alla mancanza di approfondimento psicologico che spesso contraddistingue i romanzi d’azione. Simi punta non tanto (o soltanto dato l’argomento) sui colpi di scena o sulla spiegazione finale quanto sulla costruzione del personaggio principale Dario Corbo e sui suoi rapporti con quelli che incontra e con cui si confronta nel corso della vicenda.

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Contro: il Pensiero tragico-poetante nell’Opera di Gabriele Lastrucci

Contro: il Pensiero tragico-poetante nell’Opera di Gabriele Lastrucci

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di Maria Santi

A prima vista, Contro sembra essere il luogo in cui la contraddizione si dimena implacabile, senza un’apparente soluzione. La nostra condizione e tutto ciò che ne fa parte ne emerge come uno stato di perenne incoerenza e continua frammentarietà. Dopo una lettura approfondita però, ci rendiamo conto che si tratta di molto di più. Contro è il percorso attraverso cui Lastrucci, poeta che diventa (o ritorna) filosofo, dopo aver vissuto su di sé in maniera profonda, la condizione della contraddizione la riporta, facendola rivivere al lettore in un percorso dall’illogico-esperienziale al logico-filosofico. Nel corso dell’opera la contraddizione si disvela davanti a noi, che la viviamo e la soffriamo assieme alla voce narrante, fino a che essa non viene accettata, senza un reale superamento, ma con una consapevolezza e una maturità, che cercano in qualche modo di affrontarla alla pari. Si tratta di non farsi una ragione della nostra sorte spacciata, della nostra caotica fragilità e dunque di intraprendere questa via artistica, che poi si rivelerà filosofica, per arrivare in qualche modo ad una soluzione, ad una deriva consapevole, vitale, per quanto drammatica.

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Valerio Aiolli, “Lo stesso vento” & “Carteggio Bellosguardo”

Valerio Aiolli, Lo stesso vento, Evoland, 2016, 154 p.

Valerio Aiolli, Carteggio Bellosguardo, Italo Svevo Editore, 2017

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di Gabriele Lastrucci

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Ho appena finito di leggere due libri di Valerio Aiolli. E non so che dire, cosa scrivere. Ho soltanto dentro di me la sensazione, ancora una volta e per sempre, che un libro non sia solo un libro, ma qualcos’altro, qualcosa di più… di oltre…

Lo stesso vento (edito da Voland, 2016) è un romanzo inclassificabile e necessario. La storia narrata, consapevolmente dislocata attraverso frammenti-flussi temporali, racconta l’istantaneo dilatarsi esistenziale di alcuni protagonisti (Fausto e Adriana, fra tutti) che adempiono momenti cruciali della loro vita come fossero osservati da un chirurgico microscopio narrativo, con cui Aiolli illumina le loro piccole e fatalmente eroiche scelte emotive e vitali. Il linguaggio dell’autore fiorentino è sommesso e piano, come un lucifero telegrafo marconiano, mai inutilmente iperbolico o barocco, bensì essenziale e ricercato, eppure misteriosamente, potentemente muscolare… L’imprevista combinazione temporale dell’intreccio, come detto, dislocata e apparentemente disorganica – invece altamente voluta e sofferta – rende la lettura (e la scrittura) unica e sbalorditiva fino all’ultima pagina del libro. Le vicende narrate, di uomini eccezionalmente comuni, si stagliano granitiche attraverso alcuni momenti topici della storia del nostro Novecento, e non solo (il periodo fascista italiano, la seconda guerra mondiale, il sessantotto, la caduta del muro di Berlino, il pirotecnico e fumoso millenovecentonovantanove…) senza che tali cruciali episodi storici, intervengano a mutare l’universalità della loro condizione umana, svelata mirabilmente dall’autore. Anzi, la rigida ferrosità di queste date-evento, si corrode inevitabilmente, come uno spettrale e grigio lucore di fondo, attraverso il focoso caleidoscopio dei protagonisti, immortalati, con piccoli e precisi tratti d’autore, nella loro immensa nudità. (Inoltre ho la sensazione, del tutto personale ma convinta, che Fausto sia uno dei più affascinanti e riusciti personaggi della letteratura contemporanea).

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SUL TAMBURO n.70: Antonio Paolacci, “Piano americano. Il romanzo che non scriverò”

Antonio Paolacci, Piano americano. Il romanzo che non scriverò, Milano, Morellini Editore, 2017

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di Giuseppe Panella
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Antonio Paolacci di romanzi ne ha scritti e uno, il primo, lo ha pure ristampato. Eppure è insoddisfatto della sua attività di scrittore, della sua capacità di investimento sentimentale sulle parole scritte, sulla resa stessa di esse a livello di comunicazione e di confronto. Paolacci non vuole scrivere più e manifesta questo suo desiderio, questa sua necessità nell’unico modo che conosce: appunto scrivendo un romanzo. Rifiutandosi di scrivere un’opera narrativa, in realtà, la scrive (e ricorda molto il metanarrativo Gide quando cita se stesso come autore dell’opera che sta scrivendo e cioè Paludi). Non volendo scrivere un romanzo su un personaggio evanescente che passa inosservato, quasi un “uomo invisibile” e che per questo truffa e rende impalpabili le sue attività ai confini della legalità, lo fissa in realtà sulla carta come il protagonista di una storia che si vuole comunque scrivere, anche se non nella dimensione tradizionale della forma narrativa.

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Marco Palladini, “Stecca, mutismo e rassegnazione. Storia di una naja non tripudians”

Marco Palladini, Stecca, mutismo e rassegnazione. Storia di una naja non tripudians, Zona Contemporanea, 2017.

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di Francesca Farina

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Partendo da un famoso titolo degli anni ’20, quello del romanzo “Naja tripudians” di Annie Vivanti, che alludeva al nome scientifico del “cobra sputatore” e non ha nulla a che vedere con la naja di cui parla l’autore, ossia il famigerato servizio militare, parola di derivazione oscura ma che è legata ad un periodo della vita dei giovani di una volta, perlopiù inteso come “tempo perduto”, Marco Palladini, esperto di linguaggi innovativi, fin dal titolo del suo racconto autobiografico gioca, con una certa ironia che però non si spinge mai al sarcasmo, sull’ambiguità di una situazione stoicamente sopportata, cercando di trovarci anche del buono. Nelle citazioni poste in exergo, quella di Pasolini che rievoca il Passato come “l’unica cosa che noi conosciamo ed amiamo veramente” e quella della canzone “Hotel California” degli Eagles, che allude all’impossibilità di lasciare le persone un tempo amate, lo scrittore dà l’accesso alla porta della narrazione, strutturata in sessantuno brevi capitoli, costituiti ciascuno da due, tre pagine assai dense, in cui un giovane militante dell’estrema sinistra rivoluzionaria, che voleva abbattere lo Stato borghese, si ritrova a 25 anni, nel 1980, a combattere con tutte le contraddizioni che la condizione di soldato gli prospetta.

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SUL TAMBURO n.69. Alberto Rollo, “Un’educazione milanese”

Alberto Rollo, Un’educazione milanese, San Cesario di Lecce (Lecce), Piero Manni, 2016

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di Giuseppe Panella
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Il libro struggente di Alberto Rollo sulla sua formazione culturale, umana, sentimentale apparterebbe al genere letterario che molti critici amano definire auto-fiction (con un termine a mio avviso improprio) se non fosse perché al suo interno si opera un passaggio imprevedibile, una vera e propria “mossa del cavallo”, mediante la quale la storia personale dell’autore viene assorbita all’interno dei destini generali della città cui egli appartiene.

Nell’aneddoto iniziale in cui il piccolo Alberto viene offerto alla città da un cantante di strada, forse uno zingaro, che lo solleva in aria e chiede alle persone circostanti “Milano lo vuole?” è già inscritta tutta la successiva parabola della sua formazione di intellettuale.

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SUL TAMBURO n.68: Raul Montanari, “Sempre più vicino”

Raul Montanari, Sempre più vicino, Milano, Baldini & Castoldi, 2016

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di Giuseppe Panella
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L’ultimo romanzo di Raul Montanari rientra a pieno titolo in quella categoria letteraria (quasi un nuovo genere o sottogenere volutamente non codificato come tale) che è stato battezzato post-noir dalla critica e che si rifà ad autori che sfuggono alle regole del noir classico e tradizionale per approdare a un progetto di scrittura libero dai condizionamenti che il genere inevitabilmente comporta. Vi apparterrebbero autori come la Patricia Highsmith di Sconosciuti in treno o il Friedrich Dürrenmatt del ciclo del commissario Hans Barlach o del “requiem per il romanzo poliziesco” intitolato La promessa. Che cos’è il post-noir? E’ un romanzo che non presenta personaggi particolari, dotati di abilità investigative perspicue se non eccezionali (come nei romanzi di Chandler o di Hammett) oppure interessanti per le loro caratteristiche fisiche e morali ma persone comuni che si trovano in circostanze avventurose o straordinarie spesso senza volerlo o per loro errore e spesso improntitudine. Si tratta di persone “normali” in situazioni non comuni costrette ad affrontarle con i (pochi) mezzi a loro disposizione. Il risultato è una sequenza di eventi misteriosi che trovano uno scioglimento, spesso tragico (ma non sempre), alla fine di un percorso di ricerca scandito da colpi di scena, di trovate bizzarre, di soluzioni inedite.

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Stefano Lanuzza, “Il bosco, il mondo, il caos”

Stefano Lanuzza, Il bosco, il mondo, il caos, Stampa Alternativa, 2015, pp.91, € 10

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di Francesco Sasso
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Il bosco, il mondo, il caos di Stefano Lanuzza è strutturato come un zibaldone ed accoglie una vasta materia di pensieri, impressioni, notizie dal mondo, riflessioni letterarie. Il sottotitolo dell’opera è “come un romanzo”, ossia la narrazione dell’io si scioglie nella storia del mondo alla deriva del caos. Stefano Lanuzza formula in testi brevi e densi l’osservazione disincantata dei comportamenti umani. Forma cara ai “moralisti classici”, scrittura per frammenti “che si staccano come foglie vive dal grande album dell’esperienza” come ha scritto Giovanni Macchia.
Un inventario, quello di Lanuzza, alleggerito dall’ironia, mentre nella sezione “il bosco” troviamo impennate poetiche e suggestioni esistenziali.

f.s.

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[Leggi tutti gli articoli di Francesco Sasso pubblicati su RETROGUARDIA 2.0]

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SUL TAMBURO n.65: Cinzia Della Ciana, “Passi sui sassi”

Cinzia Della Ciana, Passi sui sassi, prefazione di Adriana Gloria Marigo, Arcidosso (Grosseto), Effigi, 2017

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di Giuseppe Panella

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Si tratta della prima raccolta di poesie di Cinzia Della Ciana ad essere pubblicata in forma organica ma non è certo il suo primo tentativo di scrittura lirica e di messa in scena poetica del suo universo interiore. La tentazione della poesia, infatti, attraversa da sempre la sua scrittura e la sua modalità di intervento letterario e anche il suo romanzo d’esordio (Acqua piena d’acqua pubblicato per il medesimo editore nel 2016) non è mai privo di concessioni alla liricità di una narrazione densa di eventi descrittivi e non soltanto aneddotici o puramente narrativi.

Passi sui sassi è un libro “petroso”, scabro, rotto, frantumato, impietoso. Scrive Adriana Gloria Marigo nella sua densa Prefazione alla raccolta della Della Ciana:

«In questo scenario petroso, la parola di Cinzia Della Ciana segue la specchiatura: la parola è scelta e al contempo proviene dalle profondità psichiche, dagli ascendenti culturali, da certe radicalizzazioni geoantropologiche, dal centro di una terra che risuona di voci trecentesche, molto sonore. È parola che s’aggruma attorno al suono bruno di densità potente e arcaica, parola che sembra coniata nella fucina di Vulcano, parola che non necessita d’aggettivazione tanto s’avvale di specificità immediata, verticale, regale, austera e che si distende in stellazioni semantiche provenienti dalla capacità di rinnovare “i contorni più sottili delle parole” (Walter Pater)» (p. 8).

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SUL TAMBURO n.64: Amelia Casadei, “La grotta della Chimera”

Amelia Casadei, La grotta della Chimera, Firenze, Polistampa, 2017

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di Giuseppe Panella

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Chi abita la grotta della Chimera? Tanti personaggi bizzarri e misteriosi, tante figure diseguali e inespresse, tante occasioni perdute. La Chimera è il simbolo dell’imprevedibile e dell’aspirazione all’altrove, il suo volto impaurisce e sconvolge, il suo rito fondativo è l’aspirazione umana a trovare quello che non c’è laddove il piacere e il dolore si esauriscono e svaniscono tra i bagliori guizzanti della speranza e dell’amore.

 

Non so se fu un dolce vapore, / Dolce sul mio dolore, / Sorriso di un volto notturno: / Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti / E l’immobilità dei firmamenti / E i gonfii rivi che vanno piangenti /
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti / E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti / E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera (Dino Campana, Notturni. La Chimera)

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