I LIBRI DEGLI ALTRI n.39: Antigone e il contesto della giustizia. Giorgio Fontana, “Per legge superiore”

Giorgio Fontana, Per legge superioreAntigone e il contesto della giustizia. Giorgio Fontana, Per legge superiore, Palermo, Sellerio, 2011

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di Giuseppe Panella

 

Scritto con buona evidenza sotto la suggestione della rilettura di Porte aperte di Leonardo Sciascia del 1983, questo romanzo è soprattutto una riflessione, aspra e sincera, rilevata e dura, sul rapporto tra legge e giustizia e tra forma giuridica e ricerca della verità. Un romanzo solo apparentemente giudiziario quello di Fontana che suscita, in realtà, echi più profondi di quanto il puro e semplice fait divers che racconta potrebbe suscitare ; non solo, ma l’apparente banalità dell’evento raccontato ne accentua il valore simbolico, lo scatto esistenzialmente carico di umanità e di dolore.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.38: Ritorno al mondo nuovo. Alberto Gandini, “Il guardiano delle dune di Massenzàtica”

Alberto Gandini, Il guardiano delle dune di MassenzàticaRitorno al mondo nuovo. Alberto Gandini, Il guardiano delle dune di Massenzàtica, Firenze, Gazebo, 2012

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di Giuseppe Panella

 

Massenzàtica, in provincia di Ferrara, in realtà, più che un vero e proprio paese, è un luogo di passaggio che dal crocevia di Italba si spinge verso Mèsola dove si trova un caratteristico e vasto castello tardo-cinquecentesco che serviva come residenza estiva e di caccia per Alfonso II d’Este.

La sua caratteristica principale è quella di sorgere lungo la strada d’argine del Po che si spinge fino al porto di Goro. E’ sulle dune che si distendono tra la strada e il fiume che si svolge la maggior parte del romanzo di Gandini e che avvengono gli eventi mirabolanti e straordinari in esso narrati.

Si tratta di un romanzo fantastico, con forti coloriture fantascientifiche e distopiche, che si pone con decisione nel solco di quelle opere di anticipazione e di precorrimento di un futuro non più visto con gli occhiali rosa dell’utopia e che possono essere ricondotte come modello a capolavori del Novecento quali Il mondo nuovo (Brave New World del 1932), l’opera narrativa forse più famosa di Aldous Huxley o 1984 scritto, come è noto, nel 1948 da George Orwell.

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MULTITESTO POETICO. Noi Rebeldìa 2013 – “L’ora zero”

ora zeroProposta del soggetto collettivo e anonimo “Noi Rebeldìa 2013”:

modalità e testo poetico L’ora zero

 

Proposta

Il soggetto collettivo poetico “Noi Rebeldìa”, concluso l’esperimento We are  winning wing (“Noi Rebeldìa 2010”), il testo collettivo e anonimo messo in rete da www.retididedalus.it e poi edito da CFR, propone, per il 2013, il nuovo testo L’ora zero.

L’ora zero, lasciato in rete, è un testo di undici (11) “lasse”, ognuna delle quali è di cinque (5) versi, e opera di undici voci poetiche diverse: un soggetto collettivo plurale in azione (un “multi-ego in movimento”). L’ora zero, come è stato per We are  winning wing, è messo online su www.retididedalus.it, e proposto, come indicato più avanti, ad altri siti e blog di poesia (italiani e non italiani).

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.37: La teoria del crollo. Michele Dalai, “Le più strepitose cadute della mia vita”

Michele Dalai, Le più strepitose cadute della mia vitaLa teoria del crollo. Michele Dalai, Le più strepitose cadute della mia vita, Milano, Mondadori, 2012

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di Giuseppe Panella

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«Si potrebbe pensare che in fondo sono una persona simpatica, che prendere così bene le proprie debolezze non può che essere segno di grande presenza di spirito, di assoluta autoironia. Per nulla. Io mi prendo terribilmente sul serio. Mi prendo sul serio e pretendo che chi è con me faccia altrettanto. Credo che questo combinato disposto tra i miei voli rovinosi e l’esplosione di gioia involontaria che li accompagna sia da interpretare come una severa punizione. Prendersi sul serio è faticoso, ha a che fare con la gravità di gesti, parole e condotta. Anche cadere ha a che fare con la gravità. Cadere e ridere, invece, hanno un legame del tutto casuale e questo modo di far saltare l’equazione spariglia le carte, le disordina mentre io amo l’ordine e la precisione. Infatti la sola idea che “gravità” e “gravità” non vogliano dire la stessa cosa mi turba molto, mi mette le vertigini, ma non sono le vertigini a provocare le mie cadute. Non quelle parossistiche posizionali benigne, non la labirintite, non l’artrosi cervicale, non traumi, non allergie e nemmeno sindromi ansiose. Sono un tipo calmo, io. Cado perché cado e non c’è modo di smettere : questo abbiamo stabilito io e il dottor Zucker del Centro dell’Equilibrio, che frequento da quasi un terzo dei miei trent’anni. Insomma mi chiamo Antonio Flünke e ho seri problemi con l’equilibrio in ogni sua accezione, non bastassero quelli con le equivoche gravità»[1].

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SPECIALE GUIDO MORSELLI n.13: La rivolta delle macchine contro l’umanità superba – «Il Giornale.it»

guido morselli_ritratto1[RASSEGNA STAMPA SU GUIDO MORSELLI, a cura di Francesco Sasso]

Il racconto dà il titolo alla raccolta Una rivolta e altri scritti (1932-1966) di Guido Morselli, a cura di Alessandro Gaudio e Linda Terziroli (Bietti, pagg. 350, euro 24,  in libreria da alcuni mesi). Segnialiamo l’ampio stralcio di Una rivolta, articolo di Guido Morselli apparso per la prima volta nell’edizione del 3 febbraio 1950 della Prealpina e ripreso lunedì 11/02/2013 da «Il Giornale.it»

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Il primo degli incredibili annunci comparve nei giornali, il 3 di febbraio, senza speciale rilievo. A Li­verpool era accaduto questo: i cacciaviti in uso in un’officina, unicamente i cacciaviti, erano divenuti d’un tratto inservibili, ridottosi il metallo alla mollez­za sorda del piombo. Lo stesso giorno, a Sheffield, in un opifi­cio dove si fabbricavano fra l’al­tro cacciaviti, una partita di que­sti arnesi ap­pena fabbricati ave­va subito la medesima inopina­ta trasformazione. Il 5 febbraio, l’identico caso si verificava in quattro diversi stabilimenti, nel distretto russo di Nishni Novgo­rod- gia Gorki- e nel Belgio: ana­loghe segnalazioni giungevano il giorno seguente da Essen, da Lilla, da Napoli, dalla Nuova Ze­landa, dall’America del Sud. La «peste dei cacciaviti»si propaga­va con fulminea rapidità ai con­tinenti più lontani. Verso la meta di febbraio, il mondo non disponeva più di un cac­ciavite, né era in grado di fab­bricarne. Con proterva ostina­zione, quasi umana, l’acciaio si rifiutava a quel modesto ma in­dispensabile ufficio.

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FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/cultura/rivolta-delle-macchine-contro-lumanit-superba-884443.html

La foto è tratta da: http://www.guidomorselli.org/wp-content/uploads/2013/03/1364406022gm_ritratto1.jpg

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[SPECIALE GUIDO MORSELLI n.12] [SPECIALE GUIDO MORSELLI n.14]

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.36: La poesia come forma della verità. Stelvio Di Spigno, “La nudità”

Stelvio Di Spigno, La nuditàLa poesia come forma della verità. Stelvio Di Spigno, La nudità, Ancona, peQuod Edizioni, 2010

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di Giuseppe Panella

 

Nella sua lunga e accurata postfazione a La nudità di Stelvio Di Spigno, non a caso intitolata “Una strategia di dissolvimento”, Fernando Marchiori scrive utilmente, riquadrando in prima istanza il percorso intellettuale e poetico dell’autore napoletano :

«Al movimento del soggetto verso l’esterno, verso la diaspora nel mondo, corrisponde un uguale e contrario movimento del mondo “verso l’interno”, verso il “dentro di noi” : “In noi le isole dell’afa si trasformano in pietra” (Gaeta) ; “Fa freddo e piove molto / nella mia vita” (Canone fraterno). Ma è chiaro che “dentro di noi” è un posto che non ci appartiene più – se mai ci è appartenuto – dal momento che io adesso è fuori. E quello risucchiato “in noi” è solo il mondo della nostra rappresentazione, rispetto alla quale il soggetto diviene estraneo, straniero. Lo scambio di posizioni lascia il soggetto irrelato e disperso in un mondo inconosciuto, mentre risucchia il mondo creato a nostra immagine e somiglianza nel luogo di una presunta – presuntuosa – soggettività, autosufficiente nella sua insignificanza. Perciò può essere che non lo riconosciamo : “vedremmo che il mondo non tornerà lo stesso, / non ci assomiglia più, si è ritirato in noi” (Deflusso). Quel “dentro”, la parte più nostra del noi, non è più “noi”. Siamo rovesciati in fuori, sbattuti fuori. Vediamo dall’altra parte. Ci avviciniamo all’animale rilkiano. Diventiamo mondo. E non è dato saperlo» (p. 82).

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Vivalascuola. L’istruzione modello CL

Mentre la scuola pubblica viene privata delle più elementari risorse, prospera con fondi e privati e pubblici una scuola privata dove vige l’omologazione culturale e l’autoritarismo pedagogico; una scuola fortemente caratterizzata ideologicamente; che prevede distinte una scuola per poveri e una scuola per ricchi; la scuola della “chiamata diretta” e del “buono scuola” come forma di finanziamento pubblico indiretto: una scuola che nulla ha a che vedere con la scuola della Costituzione. Di questo modello di scuola proponiamo una analisi in questo articolo uscito sul n. 14 della rivista «Gli Asini». E invitiamo i lettori a due firme: una alla petizione proposta dall’Associazione Nonunodimeno per abolire i buoni scuola erogati dalla Regione Lombardia; una all’appello “Bologna riguarda l’Italia” del Comitato Art. 33 per il voto a favore dell’abolizione dei finanziamenti pubblici alle scuole private nel referendum bolognese del 26 maggio.

L’educazione con Comunione e Liberazione

di Giorgio Morale

QUI PUOI LEGGERE L’ARTICOLO DI GIORGIO MORALE: Vivalascuola. L’istruzione modello CL « La poesia e lo spirito.

Non scoraggiate la critica. Alfonso Berardinelli e la cultura letteraria italiana. Saggio di Giuseppe Panella

«Desdemona. Che scriveresti di me, dovendo fare il mio elogio?

Iago. Non me lo domandate, signora. Io non sono altro che un critico»

(William Shakespeare, Otello, atto II, scena I; epigrafe rubata – con ammirazione – dal titolo di un libro di Morando Morandini)

Non scoraggiate la critica. Alfonso Berardinelli e la cultura letteraria italiana

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di Giuseppe Panella

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1. Intellettuali o misantropi?

Il tema della necessità e dell’importanza della funzione degli intellettuali tormenta da sempre l’intelligenza critica di Alfonso Berardinelli. Alla riflessione su questo argomento ha dedicato numerosi libri e libretti – uno di essi, di notevole acume, si intitolava L’esteta e il politico: sulla nuova piccola borghesia e si proponeva di sondare la consistenza di diverse e possibili tipologie di questa nuova, anche se non certo inedita, categoria sociale[1]; un altro, di undici anni dopo, L’eroe che pensa. Disavventure dell’impegno (Torino, Einaudi, 1997), ritornava sul tema in chiave più divertita e, se possibile, più amara, con momenti, tuttavia, di forte coinvolgimento satirico. I bersagli, anche se spesso erano riconoscibili, non erano mai troppo palesi o diretti per evitare l’effetto-domino della polemica ad personam.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.35: Forse per sempre. Gabriele Lastrucci, “Ora-mai”

Gabriele Lastrucci, Ora-maiForse per sempre. Gabriele Lastrucci, Ora-mai, Prato, Claudio Martini, 2012

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di Giuseppe Panella

 

Per Gabriele Lastrucci, nel suo breve ma intenso poemetto di circumnavigazione poetica del mondo, Ora-mai è in realtà qualcosa che vorrebbe scandire i tempi di ciò che avverrà per sempre. Scritto in tre tempi – una stesura più ampia, ancora incompiuta, i cui scarti e i lacerti obliqui fanno da pendant alla versione definitiva e poi compiutamente prosciugata nella scrittura e nei temi – è la storia ritmata di come un poeta si possa costringere alla poesia a forza di trovare in essa le sole possibili ragioni per vivere. Nel testo lirico più significativo dell’opera, La Rosa-Murante, l’apertura verso il mondo si rovescia nella necessità di conformarne la verità attraverso l’olocausto programmatico della parola che la mostra nella sua realtà di operazione di conoscenza dell’Io.

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Bruno Pischedda, “Scrit­tori pole­mi­sti. Paso­lini, Scia­scia, Arba­sino, Testori, Eco”

Bruno Pischedda, Scrittori polemisti Pasolini, Sciascia, Arbasino, Testori, EcoBruno Pischedda, Scrittori polemisti. Pasolini, Sciascia, Arbasino, Testori, Eco, Bollati Boringhieri, 2011, Torino, pp.338, € 18,50

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di Francesco Sasso

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Paso­lini, Scia­scia, Arba­sino, Testori, Eco: dalla presa in esame di que­sto gruppo di scrit­tori diver­sis­simi sul piano crea­tivo, Bruno Pischedda trae spunto per un pos­si­bile per­corso di rifles­sione intorno al pro­blema del “man­dato sociale dell’intellettuale”. Di fronte alle rovine morali e civili del nostro Paese, essi hanno preso la parola in pub­blico, spesso dia­lo­gando tra loro e con i let­tori dei mag­giori quo­ti­diani. L’interesse cul­tu­rale che essi susci­tano deriva, tra l’altro, dal fatto che la loro rifles­sione è debi­trice delle istanze intel­let­tuali etico-civili svi­lup­pa­tesi nel periodo post-bellico e che sono matu­rate nel clima della Resi­stenza. Come i loro padri intel­let­tuali, quindi, avver­ti­rono forte il biso­gno di usare lo stru­mento let­te­ra­rio come pun­golo cri­tico degli aspetti dege­ne­rati della società ita­liana. Inol­tre, come fa notare Pischedda, molte altre risul­tano essere le sug­ge­stioni cul­tu­rali che hanno ope­rato su di loro: dall’antropologia alla lin­gui­stica, dalla nou­velle histo­rie di Bloch e Feb­vre alla psi­coa­na­lisi di Lacan, dalla semio­lo­gia di Bar­thes al magi­stero di Fou­cault, dalla socio­lo­gia di Adorno alle rifles­sioni sulla cul­tura di massa agli studi di McLu­han. Risulta, per­tanto, ine­vi­ta­bile, secondo l’autore, che fra Paso­lini, Scia­scia, Arba­sino, Testori ed Eco ci sia una ete­ro­ge­neità di inter­pre­ta­zioni e di ana­lisi degli oggetti di volta in volta inter­ro­gati. Lo stu­dio di Pischedda tenta, allora, di rispon­dere a tre que­siti posti da lui stesso agli scritti pole­mici dei cin­que autori: «cosa esat­ta­mente dicono i pole­mi­sti tra­scelti, in che modo lo dicono e a quale titolo».

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NARRAZIONI n.3/2013. «La scrittura è la mia voce». Ad Antonio Tabucchi, un anno dopo. A cura di Vito Santoro

cop_narrazioni_3NARRAZIONI.  Rivista semestrale di autori, libri ed eterotopie. Vol. 3 ,«La scrittura è la mia voce». Ad Antonio Tabucchi, un anno dopo. a cura di Vito Santoro (edita dalla barese edi­zioni di Pagina)

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 Speciale Tabucchi. Nel marzo dello scorso anno se ne andava Antonio Tabucchi. Senza tanti clamori, come l’anziano Pereira del suo celebre romanzo, sempre in bilico fra una vita appartata e gli slanci di una possibile trincea. Tabucchi è sempre stato qualcosa al di là del romanziere di professione, ben prima che alle nostre latitudini ci si abituasse a certi scleroticismi. Gli dobbiamo un fruttuoso lavorìo sul romanzo dopo la neoavanguardia: vennero Piazza d’Italia e un nuovo desiderio di “porre figure” e di trovar loro la morte; venne un narratore postmoderno senza il vanto dell’etichetta; vennero Pessoa, Lisbona e quello spirito “finisterrino” tanto più acuto quanto più netta era la percezione di un’Italia votata ad un’irresistibile parodia di sé. Forse non è più tempo di intellettuali e il bisogno di magisteri si perde in un vuoto candore, ma un anno dopo Tabucchi ci appare ancora un temerario della “conoscenza obliqua e laterale”. Saggi di Marianna Comitangelo, Eleonora Conti, Antonio R. Daniele, Serena Di Lecce, Anna Dolfi, Stefano Lazzarin, Giuseppe Panella, Nives Trentini.
Narrazioni italiane. Demetrio Paolin riflette sui modi con cui la letteratura ha testimoniato l’orrore assoluto del nazismo, dalle opere di Primo Levi fino ai romanzi degli ultimi anni. Giuseppe Panella ci offre il ritratto critico di una delle autrici più singolari del noir italiano, Marilù Oliva. Francesca Giglio analizza Resistere non serve a niente di Walter Siti e intervista Edoardo Albinati. Giulia De Vincenzo chiede ad Antonio Scurati quale debba essere il ruolo dello scrittore nella “società della cronaca”.

Lavoro critico. Giuseppe Giglio ci parla dell’amicizia ‘a distanza’ tra Anna Maria Ortese e Leonardo Sciascia. Domenico Calcaterra analizza i racconti postumi di Vincenzo Consolo, mentre Jole Silvia Imbornone si sofferma sulla corporalità nel teatro di Pier Paolo Pasolini.

Letture. Recensioni e schede di Giuseppe Giglio, Marco Marsigliano, Massimo Migliorati, Giulia Sangiorgio, Vito Santoro, Francesco Sasso.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.34: Metafisica dell’evento casuale. Giovanni Di Giamberardino, “La marcatura della regina”

Giovanni Di Giamberardino, La marcatura della reginaMetafisica dell’evento casuale. Giovanni Di Giamberardino, La marcatura della regina, Roma, Edizioni Socrates, 2012

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di Giuseppe Panella

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Il romanzo d’esordio del giovane Di Giambernardino si chiude con una riflessione di grande densità metafisica sull’ontologia naturale delle api, con una domanda, in sostanza, sulla ragione profonda della loro esistenza e della loro breve vita. Se gli alveari sono perfette costruzioni geometriche che possono destare l’invidia di un architetto umano (un paragone che caratterizza una delle pagine più belle contenute in Il Capitale, libro I di Karl Marx[1]), la loro ragion d’essere non è affatto chiara da un punto di vista teleologico. Inoltre, all’interno dell’alveare – nota Di Giambernardino – la figura dell’ape regina, verso la quale si convoglia tutto il lavoro delle api operaie, non è connotata in alcun modo, anche se essa è riconosciuta dalle altre componenti del consorzio animale cui essa appartiene. Per questo motivo, gli apicultori procedono al procedimento noto come “marcatura dell’ape regina” in modo da sapere sempre dove essa si trovi e come operi ai fini della produzione del miele. Per questo motivo:

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.33: Cronaca di una morte annunciata. Tea Ranno, “La sposa vermiglia”

Tea Ranno, La sposa vermigliaCronaca di una morte annunciata. Tea Ranno, La sposa vermiglia, Milano, Mondadori, 2012

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di Giuseppe Panella

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Il tono e il lessico di ispirazione e di recupero della lingua siciliana non vogliono ingannare il lettore meno corrivo: non si tratta di un romanzo realistico né regionalistico e neppure di un esperimento linguistico alla Gadda (o, su di un piano assai meno sofisticato, alla Camilleri).

Il terzo romanzo di Tea Ranno (dopo Cenere, Roma, Edizioni E/O, 2006, vincitrice nel 2008 del Premio Chianti) e In una lingua che non so più dire, pubblicato sempre a Roma da E/O nel 2007), è, soprattutto, un romanzo corale, un affresco culturale e sociale, un esperimento linguistico (moderatamente) inteso ad allargare gli spazi di significazione del linguaggio della narrativa italiana e, infine, un progetto di ricostruzione obliquo di vicende viste non più e non soltanto con la lente della storia raccontata ma con l’occhio lungo di un narratore ormai esterno alla vicenda narrata e non più coinvolto in esso, una sorta di osservatore privilegiato dal suo specifico punto di vista.

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Il “Poetry Music Machine” di Marco Palladini. Un ologramma in onda poetica

Poetry Music Machine, Marco PalladiniIl “Poetry Music Machine” di Marco Palladini. Un ologramma in onda poetica

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di Antonino Contiliano

 

Chi volesse avvicinarsi alla poesia di Marco Palladini e, in modo particolare, a quella del suo Poetry Music Machine (oyxeditrice, Roma, 2012), una “Audio antologia” (libro +CD), non può trovare, crediamo, immagine analogica migliore che quella di un’onda verbo-ologramma in versi e “arsi” in girotondo e semiosfera di guerra po(li)etico-artistico. L’onda che non trascura niente dell’oggetto – il modello del suo mondo estetico-poetico e ideologico-politico – ripreso e offerto agli altri, l’ipotetico lettore/ascoltatore e/o critico.

L’onda ologrammatica di Poetry Music Machine è quella di una poesia, naturalmente, che relaziona letterario ed extraletterario e lo aggomitola alla maniera dei punti di tempo della pagina del cyberspazio – che simulano l’informazione-comunicazione contratta nei nodi lanciati alla velocità bit della luce. E il peso e la densità di questi nodi poetici, trasportati dai versi lungo le due coordinate offerte dalla pagina, ne curvano il piano nella bidimensionalità degli assi linguistici (paradigmatico e sintagmatico, la scelta e la combinazione degli elementi coinvolti), come se fosse una geometria alfabetica relativistica e, per altro verso, in mimesi della bidimensionalità della virtualità temporale del cyberspazio. Il tempo della rete e dei suoi nodi www. Il reticolo comunicativo che ha sconvolto l’abituale successione cronologica di passato, presente e futuro, così com’è proprio della turbolenza del tempo poetico che sostanzia (almeno siamo inclini a leggere) i testi poetici di questo Poetry Music Machine di Marco Palladini.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.32: Situazioni sempre provvisorie e intimazioni di assolutezza. Amelia Casadei, “Exodus”

Amelia Casadei, ExodusSituazioni sempre provvisorie e intimazioni di assolutezza. Amelia Casadei, Exodus, Firenze, Polistampa, 2012

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di Giuseppe Panella

 

«IL RITO. Nelle notti sacre all’estate, / fluttuano nell’aria / sacerdotesse alate / votate all’antico rito / di risvegliare l’amore sopito. / In quelle notti / brama lucente / mi scorre nel sangue» (p. 14).

 

Il lessico poetico di Amelia Casadei è forse scarno, rilucente e nitido come un’ala di corvo, composto e investito della secchezza delle sue affermazioni liriche che sanno di verità e di esperienza di vita. Il rito che si consuma regolare e opulento nelle notti d’estate, quando il clima si presta proclive e dolce all’escursione delle “sacerdotesse alate” che volano nel cielo ricco di presenze e di sogni, è quello dell’amore.

E’ l’amore come sostanza vibrante dei corpi ma è anche il sentimento che scorre, languido e vigoroso, nello spirito che si ricorda della sua necessità vitale, della sua capacità di irrompere nel mondo per fecondarlo e rinnovarlo. Tutta la poesia della Casadei è attraversato da questo anelito.

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IL PIEDE E L’ORMA (semetrale): “differenza/differenze” (n.6). Rivista diretta da Alfonso Cardamone

Il piede e l’orma differenza differenze
copertina de “Il piede e l’orma” n.6
(clicca sull’immagine per ingrandire)
indice de "Il piede e l’orma n.6"
indice de “Il piede e l’orma” n.6
(clicca sull’immagine per ingrandire)


Aa.Vv, «Il piede e l’orma: differenza/differenze», Anno III, n.6, luglio-dicembre 2012, Pellegrini editore, pp. 285, € 20,00

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Segnalo l’uscita del nuovo numero di «Il piede e l’orma: differenza/differenze», n.6. (f.s.)

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.31: Tutti i colori della notte. Giovanni Agnoloni, “Sentieri di notte”

Giovanni Agnoloni, Sentieri di notteTutti i colori della notte. Giovanni Agnoloni, Sentieri di notte, Roma, Galaad Edizioni, 2012

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di Giuseppe Panella

 

Il primo romanzo di Giovanni Agnoloni è certamente un thriller ispirato alla poetica futurista del Connettivismo ma è anche – e soprattutto – una ricerca spirituale, quella che nel linguaggio del romance viene definito una quest. Pur essendo marcato da momenti decisamente ispirati al cinema d’azione e contenendo al suo interno momenti concitati e parossistici, il libro non può essere letto senza tener conto dei suoi caratteri di forte spiritualità e di tensione morale.

Quello che interessa soprattutto ad Agnoloni è di costruire un progetto di esplorazione del Sé e di completarlo non solo attraverso una meditazione di carattere personale sul mondo ma anche mediante un evento generale che vi conduca la soggettività che si trova coinvolta in esso.

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Gaetano Savatteri, “I siciliani”: la pazzia e la logica della contraddizione

Gaetano Savatteri, I sicilianiGaetano Savatteri, I siciliani: la pazzia e la logica della contraddizione

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di Giovanni Inzerillo

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Chiunque si accinga a leggere un saggio dedicato ai siciliani si aspetterebbe, probabilmente, specifiche osservazioni, concetti ben chiariti, altrettanto precise conclusioni; vorrebbe poter avere delle risposte per cementificare assunti preconcetti o per, una volta smantellati, giungere a nuove considerazioni. Sarebbe di certo un buon proposito destinato, però, a non sortire gli esiti sperati.

È impossibile, infatti, comprendere appieno, e qui la saggistica serve a poco, quali logiche sottendano alla Sicilia, terra benedetta dai suoi eroi, maledetta dalle sue sciagure, contraddetta dalla storia:

La Sicilia come luogo dove toccare terra e scoprire non le risposte, ma le domande immutabili e spietate della vita. La Sicilia come luogo dell’assoluto.

Basterebbe chiedere in giro per il mondo per sentire immediata la similitudine con la mafia ma capire la Sicilia è per tutti, intellettuali e non, italiani e stranieri, persino per gli stessi siciliani, una questione irrisolvibile. Vorrebbe dire, piuttosto, attribuire a tutti i costi senso alla contraddizione, determinatezza all’assoluto, discernimento nel più totale disordine.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.30: Complotto di famiglia. Daniele Pugliese, “Io la salverò, signorina Else”

Daniele Pugliese, Io la salverò, signorina ElseComplotto di famiglia. Daniele Pugliese, Io la salverò, signorina Else, Roma, Edizioni Portaparole, 2012

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di Giuseppe Panella

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Ci sarebbe stato un unico sistema possibile per salvare la signorina Else T. , diciottenne, figlia di un facoltoso avvocato viennese, in vacanza presso nel Grand Hotel Fratazza sito in San Martino di Castrozza in provincia di Trento che nel 1924, anno di pubblicazione del romanzo breve di Schnitzler, era ancora meta quasi esclusiva della buona borghesia austroungarica (anche la monarchia absburgica era ormai da tempo tragicamente sprofondata nell’oblio dei nostalgici).

Daniele Pugliese cerca di sperimentarlo con successo anche se indubbiamente con gravi difficoltà teorico-pratiche: distogliere la fanciulla dal prendere la massiccia quantità di veronal che la porterà incoscientemente verso una morte prova di dolore e di agonia significherebbe per lui riuscire a convincerla che, tutto sommato, non vale la pena né di mostrare, nel fulgore della sua bellezza in fiore, il proprio corpo bianco e intatto di giovane donna al viscido e libertino signor von Dorsday, detentore di un patrimonio tale da poter salvare suo padre dal disonore della bancarotta né uccidersi solo per evitarlo. Lo scrittore DP (così si presenta alla signorina Else) ci si proverà con esiti altalenanti che costringeranno sia la giovane donna a guardare in profondità nella propria mente sia lui stesso a confrontarsi con i problemi fondamentali della propria esistenza.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.29: Le onde del mare, il ghiaccio dell’esistere, il sogno della vita. Giancarlo Micheli, “La quarta glaciazione”

Giancarlo Micheli, La quarta glaciazioneLe onde del mare, il ghiaccio dell’esistere, il sogno della vita. Giancarlo Micheli, La quarta glaciazione, Pasian di Prato (Udine), Campanotto Editore, 2012

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di Giuseppe Panella

 

«XV. Tu che non ti sei piegata / Ai primi freddi della quarta glaciazione / Perché nel mondo interiore non vige legge di consolazione / Della termodinamica non vi si osservano i principi /  Né una salomonica distribuzione / Dei delitti e delle pene / Tu che libera ti sei spogliata / Della negazione di questa vita / All’occhio che fiorisce infinito / Contemplando sovrano il mondo in sé / Appari nel disgelo di quest’ora / Fiore di loto dalla neve di Aprile» (p. 160).

 

E’ uno dei componimenti (il terzultimo) che chiudono questa terza e più complessa raccolta di versi di Giancarlo Micheli. La “quarta glaciazione” cui si fa riferimento è naturalmente quella contrassegnata dal fiume Würm in cui raggiunse il punto termico massimo di avanzamento dei ghiacci. Anche se avvenne nel Pleistocene, all’incirca 12.000 anni fa, è, in realtà, l’ultimo punto di riferimento umano nell’avvicendarsi di epoche calde e fredde nella storia del continente terrestre.

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La passione del “noi” e il conflitto, il mondo di Giorgio Gaber. Due parole sul saggio del prof. Claudius Messner

coper.gaber.jpg.2Sono un uomo che ci crede ancora…sono malato

di conoscenza, di voglia di cambiare le cose…

Forse è da lì che ciascuno di noi dovrebbe

ripartire, dall’individuo e dalle sue contraddizioni.

Giorgio Gaber (1984/1998)

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 La passione del “noi” e il conflitto, il mondo di Giorgio Gaber. Due parole sul saggio del prof. Claudius Messner

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di Antonino Contiliano

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La realtà, lasciò scritto Bertolt Brecht nei suoi pensieri sull’arte e la letteratura (oltre che nei suoi testi poetici e teatrali), ha più forme di quante ne possa inventare la poiesis dell’uomo, e di quelle che la “modernità”, in particolare, ha pensato e agito per creare un uomo e una società nuovi. Questi, specie nel Novecento, il “secolo breve”, ci ha provato (sintetizziamo e per approssimazione), fallendo, infatti, in modi diversi (ma il secolo breve avrebbe anche di che difendersi di fronte a un tribunale!). Sono le prove delle grandi guerre e delle rivoluzioni rosse, nere, gialle e bianche; quelle dei blocchi contrapposti e degli equilibri del terrore o quelle degli ecumenismi etico-religiosi fondamentalisti, e di segno diverso; quelle tecnologiche e ideologiche della prima e seconda (post-fordista) industrializzazione o quelle che fanno appello al diritto, ai diritti e ai diritti fondamentali, etc.

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Vivalascuola. Come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?

«“Come si fa a scrivere una poesia dopo Auschwitz?” chiese Adorno […] “e come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?” obiettò una volta Mark Strand. Comunque sia, la generazione a cui appartengo ha dimostrato di riuscire a scrivere quella poesia» (Iosif Brodskij, Discorso per il Nobel, 1987)

Verba manent
meditazione sulle parole dei testimoni in Shoah di Claude Lanzmann, 1985

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di Maria Grazia Calandrone

Non era il mondo. Non era l’umanità. Non sembravano esseri umani. Invece, siamo capaci anche di questo. È una scelta.

Quando abbiamo aperto le fosse piangevamo tutti per quella legna marcia fatta di uomini – figuren. Avevamo davanti uno strato secco, una pianura di corpi che si sbriciolavano.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.28: Il senso di Davide per la neve. Davide Sapienza, “La musica della neve. Piccole variazioni sulla materia bianca”

scheda ediciclo piccola filosofia copiaIl senso di Davide per la neve. Davide Sapienza, La musica della neve. Piccole variazioni sulla materia bianca, Portogruaro (VE), Ediciclo Editore, 2011

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di Giuseppe Panella

 

La neve esercita il proprio fascino in maniera insistente, segreta, musicale, attonita. Viaggiare attraverso distese di neve che coprono chilometri e chilometri di territorio apparentemente vergine e inesplorato è più che un’esperienza di viaggio una dimensione nuova e sempre aperta dell’esistenza.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.27: Guida sentimentale di Firenze. Vanni Santoni, “Se fossi fuoco, arderei Firenze”

Vanni Santoni, Se fossi fuoco, arderei FirenzeGuida sentimentale di Firenze. Vanni Santoni, Se fossi fuoco, arderei Firenze, Roma-Bari, Laterza, 2011

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di Giuseppe Panella

 

“S’io fossi foco, arderei Firenze”, canta De Andrè parodiando un celeberrimo sonetto del poeta maledetto ante litteram Cecco Angiolieri. E’ proprio nel cuore della narrazione della città che si situa questo episodio. E’ il personaggio di Annabel, un’annoiata, scostante e un po’ tanto disperata figlia della Firenze benestante e massonica, che si incanta a guardare le lucciole nel boschetto di Villa Strozzi mentre in lontananza, dalla Limonaia, si sente la voce di De André  che canta assorto e un po’ appannato il testo di Cecco Angiolieri. Ma Firenze non va a fuoco nonostante le scintille della prima parte (forse la più intensa) del libro.

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“Zibaldoni e altre meraviglie”

[Riceviamo e volentieri pubblichiamo]
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“Zibaldoni e altre meraviglie”: ebook e nuove rubriche 
per la rinascita di una “rivista letteraria per l’avvenire”
A dieci esatti dalla pubblicazione del suo primo editoriale (dicembre 2002), “Zibaldoni e altre meraviglie” (www.zibaldoni.it), una delle riviste storiche del web letterario italiano, che ha annoverato e annovera, tra i suoi collaboratori, Gianni Celati, Barbara Fiore, Antonio Prete, Massimo Rizzante e molti altri, riprende le pubblicazioni con un sito rinnovato nella forma e nei contenuti, e con il nuovo progetto di editoria digitale “ZiBook”.

Leonardo Bonetti, “A libro chiuso”

Leonardo Bonetti, A libro chiusoLeonardo Bonetti, A libro chiuso, opere di Ettore Frani, nota critica di Antonio Prete, Sigismundus Editrice, 2011, pp.69, € 11,00

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di Francesco Sasso

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Sarà appena necessario rammentare che l’autore Leonardo Bonetti, nato a Roma nel 1963, e passato attraverso tre anti-romanzi (Racconto d’inverno [2009], Racconto di primavera [2010], Racconto d’estate [2012], intraprende una nuova avventura letteraria: A libro chiuso. Il testo è commentato da alcune opere di Ettore Frani.

Ma qual è la sorte d’ogni libro chiuso? A questo interrogativo risponde Leonardo Bonetti. Lo scrittore romano ha così compilato in una lingua semplice ed elegante, una raccolta di meditazioni in cui si avverte una mirabile perfezione di rappresentazione che evoca e scrive, circoscrive cauto il mistero e misura tutto ciò che vuole evocare e dire.

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Giovanna Bemporad (Ferrara, 16 novembre 1928 – Roma, 6 Gennaio 2013)

Giovanna BemporadÈ morta a Roma Giovanna Bemporad, 85 anni, poetessa e traduttrice, amica, fra gli altri, di Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Ungaretti e Camillo Sbarbaro. Ne ha dato notizia il marito, Giulio Orlando, senatore e ministro tra il 1968 e il 1992.

CONTINUA A LEGGERE QUI:  Morte di una poetessa, Giovanna Bemporad l’ultima amica di Pasolini e Ungaretti – Corriere.it.

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Per molto tempo la figura di Giovanna Bemporad si è confusa con il ricordo di Gabriella Bemporad (che non era sua parente) anche se traduceva come lei dal tedesco – quest’ultima la conobbi, sia pure fuggevolmente, a casa di Gianfranco Draghi, in una villa appena fuori Firenze dove credo che questo singolare personaggio di psicoteraupeta di impronta junghiana, poeta, scrittore, pittore e altro ancora viva a tutt’oggi. Anche lei parlava di Rilke e di letteratura tedesca del Novecento con una voce sottile ma vibrata, ricca di accenti densi e dolci di nostalgia.

Giovanna Bemporad, invece, è stata soprattutto una traduttrice di testi del legato classico, soprattutto greco e soprattutto dell’ Odissea, opera di traduzione che è durata praticamente tutta la sua vita matura. Ma, tra una traduzione di Omero e una di Rilke o di Hofmannsthal o di Goethe o di Novalis, la Bemporad è stata soprattutto poetessa molto raffinata nei tocchi, nei toni, nelle soluzioni ritmiche e formali.

CONTINUA A LEGGERE QUI:  Una spettatrice del Novecento della poesia. Giovanna Bemporad, Esercizi vecchi e nuovi. (Recensione di Giuseppe Panella)

I LIBRI DEGLI ALTRI n.26: Amici, amanti e altre specie di esseri umani. Marco Piermattei, “I padri di Raul”

Marco Piermattei, I padri di RaulAmici, amanti e altre specie di esseri umani. Marco Piermattei, I padri di Raul, Firenze, Romano Editore, 2011

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di Giuseppe Panella

 

Sulla copertina di questo primo romanzo di Marco Piermattei si vede, schizzata con mano sicura dal tratto di Marzia Pieri, una giovanissima donna seduta sulla tazza di quello che si intuisce essere un w.c., mentre mostra le sue mutandine abbassate, le mani incrociate sulle ginocchia e si vede distintamente che porta ai piedi un paio di squillanti scarpe rosse in bella evidenza.

E’ la scena centrale del romanzo, quella da cui partirà tutto l’intreccio psicologico e umano che contraddistinguerà le vicende narrate nella storia del desiderio triangolare vissuto da Danilo e Maurizio, amici per la pelle fin dall’infanzia, una conoscenza nata all’asilo, dove si sono conosciuti dopo una rissa, tanto breve quanto sanguinosa soprattutto per il morale del primo, risultato sconfitto, e Glenda, la bambina mostrata in primo piano e da loro contemplata con stupore proprio mentre si trova nel bagno della scuola. La vista della ragazzina affascinerà Maurizio per tutta la vita mentre lascerà (apparentemente) indifferente il più prorompente e vivace Danilo.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.25: Scheletri, pettegolezzi e vecchi orsacchiotti. Francesco Recami, “Gli scheletri nell’armadio”

Francesco Recami, Gli scheletri nell’armadioScheletri, pettegolezzi e vecchi orsacchiotti. Francesco Recami, Gli scheletri nell’armadio, Palermo, Sellerio, 2012

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di Giuseppe Panella

 

Tutto sembrerebbe essere rimasto immutato nell’edificio milanese in cui era ambientata l’azione tragicomica che aveva avuto luogo nel precedente La casa di ringhiera. Dopo il colpo di genio (o di fortuna?) che aveva permesso ad Amedeo Consonni, tappezziere in pensione e vedovo (non più troppo affranto) con un nipotino, Enrico, che la figlia gli appioppa quotidianamente utilizzandolo come baby-sitter, di risolvere il complesso caso poliziesco della Sfinge di Lentate (Brianza), tutto sembrerebbe essere tornato alla normalità.

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Leopoldo Lugones, “Racconti Fatali”

Leopoldo Lugones, Racconti FataliLeopoldo Lugones, Racconti Fatali, trad. Fabrizio Gabrielli, saggio di Camilla Cattarulla, Nova Delphi, 2012, pp.163, €9,00

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di Francesco Sasso

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Leopoldo Lugones (1874-1938), storiografo e saggista oltre che poeta, è iniziatore del movimento modernista in Argentina. Nel suo primo libro in versi Las montañas de oro canta con ritmo potente la sua speranza di un avvenire socialista. Tuttavia, nei primi anni del Novecento, Leopoldo Lugones abbandona l’ideologia socialista per quella nazionalista, tanto da individuare nel gaucho il mito che identifica la collettività argentina. Tra le opere di Lugones, vi segnalo Racconti Fatali, raccolta di racconti ascrivibili al genere fantastico, pubblicati nel 1924 e oggi tradotti in italiano da Fabrizio Gabrielli.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.24: Cronaca di una solitudine annunciata. Barbara Garlaschelli, “Non ti voglio vicino”

Barbara Garlaschelli, Non ti voglio vicinoCronaca di una solitudine annunciata. Barbara Garlaschelli, Non ti voglio vicino, Milano, Frassinelli, 2010

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di Giuseppe Panella

 

Non ti voglio vicino è un libro tragico. Non a caso racconta una serie di impossibilità a essere: la difficoltà a comunicare tra madre e figlia, tra sorella e sorella, tra marito e moglie, tra madre e figlia ancora fino alla fine. Narra dell’impossibile amore di un uomo perdutamente preso dalla donna che gli ha sconvolto il cuore e la mente e una donna che non sa quello che vuole se non che vorrebbe essere sempre altrove. Non ti voglio vicino è anche la storia di un abuso sessuale subito nell’infanzia che porta a compimento i suoi frutti malati nel momento in cui chi ne è stata la vittima vorrebbe dimenticarlo e non può e continua a sentire che le conseguenze di quel gesto operano ancora nel profondo di se stessa.

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Claudio Morandini, “A gran giornate”

Claudio Morandini, A gran giornateClaudio Morandini, A gran giornate, Ed. La Linea, 2012, pp.255, € 14,00

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di Francesco Sasso

A gran giornate è un’opera grottesca tirata giù con ingegno e con prodigiosa fantasia da uno scrittore dalle eccezionali abilità stilistiche. In A gran giornate ci sono personaggi vivi e scene bizzarre, anfratti di mistero e squarci di fantasia. Per fortuna è un’opera vagabonda e, nella trama, smarrita; che infine non è un romanzo e lo si può leggere come raccolta di racconti.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.23: Lezioni di libertà, esperienze di fuga. Vittorio Curtoni, “Dove stiamo volando”

OLYMPUS DIGITAL CAMERALezioni di libertà, esperienze di fuga. Vittorio Curtoni, Dove stiamo volando, postfazione di Giuseppe Lippi, Milano, Mondadori, 2012

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di Giuseppe Panella

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La produzione letteraria lasciata in eredità ai suoi lettori da Vittorio Curtoni risulta piuttosto esigua se paragonata a quella, molto ampia e di eccellente qualità, accumulata negli anni grazie al suo lavoro di traduttore, di redattore, di direttore di collana per le case editrici (La Tribuna di Piacenza, Armenia e Sperling & Kupfer di Milano) di cui è stato per lunghi anni l’animatore. Si riduce, tutto sommato, a un romanzo di media misura[1], a quattro brevi raccolte di racconti[2], a un saggio di ricerca e ricostruzione storiografica[3] e a un esile libretto che raggruppa i suoi elzeviri (con qualche incursione narrativa) pubblicati sul quotidiano “La Libertà” della sua città natale, Piacenza (il luogo in cui ha trascorso tutta la sua vita di intellettuale e di uomo[4].

Se si eccettuano alcuni racconti di nitida espressività (come, ad esempio, il più classico “La sindrome lunare” o il complesso tentativo di psicoterapia letteraria compressa in “Luce”), la narrazione pubblicata nel 1972 costituisce il suo lascito letterario più significativo. E anche se si tratta di un romanzo un po’ datato nei temi e nelle ossessioni che espone e che esplora, si tratta pur sempre di un testo narrativo di straordinaria forza espressiva proprio grazie alla ricerca formale che Curtoni ha condotto in esso e, soprattutto, attraverso di esso.

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IL SAPORE CONCRETO DELLA POESIA. Il nuovo tempo di Pasquale Vitagliano.

martini2«Dicono alcuni che amore è un bambino e alcuni che è un uccello, /
alcuni che manda avanti il mondo e alcuni che è un’assurdità /
e quando ho domandato al mio vicino, che aveva tutta l’aria di sapere, /
sua moglie si è seccata e ha detto che non era il caso, no. /
Assomiglia a una coppia di pigiami o al salame dove non c’è da bere? /
Per l’odore può ricordare i lama o avrà un profumo consolante? /
È pungente a toccarlo, come un prugno o è lieve come morbido piumino? /
È tagliente o ben liscio lungo gli orli? /
La verità, vi prego, sull’amore»
(Wystan Hugh Auden, La verità, vi prego sull’amore)

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IL SAPORE CONCRETO DELLA POESIA. Il nuovo tempo di Pasquale Vitagliano

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di Giuseppe Panella

1. Vitagliano ci riprova

 

Il nuovo libro di Pasquale Vitagliano pro-segue, secondo una cadenza che sembra ormai consolidata di due anni in due anni, il cammino del precedente Il cibo senza nome (Faloppio (Como), Lieto Colle, 2011) e ancora prima dell’importante e felice Amnesie amniotiche, uscito per la stessa casa editrice nel 2009, con una densa Introduzione di Giovanni Nuscis.

In quel volume, arricchito dalla riproduzione di un quadro di Mark Rothko a mo’ di colophon della raccolta, la poesia di Vitagliano  risultava un’immersione nel profondo del liquido amniotico della Storia in nome di una vicenda umana che si vedeva come realizzazione esistenziale di se stessa ed espressione feconda della volontà di continuare a dire, a recitarsi e a farsi conoscere come vera. Le parole sono forme espressive di un rapporto corpo a corpo con una realtà che vorrebbe, invece, sfuggire, farsi immagine, icona, pura rappresentazione estranea ed esterna.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.22: Una vita lunga un giorno (e forse un sogno). Paolo De Luca, “Cielo e terra”

Paolo De Luca, Cielo e terraUna vita lunga un giorno (e forse un sogno). Paolo De Luca, Cielo e terra, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2010

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di Giuseppe Panella

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Il progetto narrativo che sottende questo lungo romanzo di formazione di Paolo De Luca è il tentativo dispiegato dall’autore di cogliere nella parabola esistenziale del suo personaggio principale (il suo antenato, il calzolaio  Berardino De Luca di Sant’Anastasìa  in quel di Napoli) non solo il senso e la continuità di molti anni cruciali per la formazione dell’Italia contemporanea ma anche il significato profondo del legame che collega indistricabilmente cielo e terra, interiorità e superficie, immanenza e trascendenza umane. Si tratta di un proposito molto ambizioso (come si vede), forse non sempre mantenuto nella concretezza delle molte pagine (ben 480!) che compongono il romanzo ma sicuramente di grande fascino, di grande interesse letterario e di forte impatto sulle coscienze dei lettori. La definizione di “romanzo di formazione” non deve ingannare: la storia narrata di Berardino e delle donne degli amici che lo accompagnano nel suo tragitto terreno dura tutta la sua esistenza terrena (l’uomo, nato nel 1784 morirà nel 1860, all’alba della da lui deprecata Unità d’Italia) ma nel corso di essa egli non cesserà mai di “imparare a vivere” e morirà soltanto quando gli sembrerà di esserci riuscito.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.21: I paradossi dell’amore. Aa. Vv. “Love Out”, a cura di M. Baldrati

I paradossi dell’amore. Aa. Vv. Love Out, a cura di M. Baldrati, Massa, Transeuropa, 2012

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di Giuseppe Panella

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L’amore – dice il poeta – “ move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, canto XXXIII, v. 145). Ma è altrettanto noto che “ognuno uccide ciò che ama” (Oscar Wilde, Ballata del carcere di Reading). L’antologia progettata e promossa da Mauro Baldrati si muove tra questi due poli (l’amore, l’odio) e cerca di comprendere all’interno di questo perimetro tutte le possibili sfumature, tutti i probabili aspetti e momenti, tutte le imprescindibili angosce ed esaltazioni che il sentimento d’amore potrebbe produrre, indurre, suscitare. L’amore porta alla felicità (momentanea) degli amanti e, allo stesso modo, li conduce alla soglia della morte. Ma amare non vuol dire soltanto “non dire mi dispiace” (Erich Segal, Love Story) ma può rendere il sentimento che costringe ineluttabilmente a prendere in considerazione come necessario e inevitabile uno spietato meccanismo che stritola e polverizza chi ama (o, vicendevolmente, anche chi non prova un’analoga passione).

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Comunismo possibile. Utopia efficace

 L’amico aveva il padre che faceva il tubista, / e la vita se l’è sudata/ per consentire al figlio di essere quello che ora è. / […] / Nulla ricorda in lui il padre che faceva il tubista, / e la vita se l’è sudata / per consentirgli di essere quello che è. […] / È felice, e basta. / Va in televisione, fa l’addetto stampa, / e parla sempre con la stessa voce, dice sempre le stesse cose.  / Che i comunisti sono cattivi, e hanno rubato la gioventù / a chi solo perché aveva vent’anni credeva di essere eterno / e di poter cambiare il mondo. Che il mercato rende liberi, / e che un servo di scena può essere felice come il padrone, /  e che sa bene come i servi sono simili a quei cagnolini, / e che scodinzolano non appena annusano l’odore del biscotto.
Emilio Piccolo[1]

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di Antonino Contiliano
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Nel  “kuore dell’impero, mescolando memoria e desiderio” – scrive Stefano Docimo, Attualità o no del comunismo- TEMPI DI CATASTROFE, TEMPI INTERESSANTI (www.retididedalus.it, luglio, 2012)  –  è  possibile ancora pensare alle promesse del “comunismo” e alle sue premesse?

Il cuore dell’Impero, chiamando a testimoni l’Identificazione biometrica (Mario Lunetta, Ivi) e l’Algo-Mondo(Marco Palladini, Ivi), infatti non predilige “un’equa distribuzione dei pani, dei pesci & delle tecnologie” (Mario Lunetta) e “non conosce Algos, il gran dio dei dolori /che ci fa umani oltre le equazioni incognite, / anestetizza ogni operazione di vita” (Marco Palladini). E tuttavia sembra che le premesse per attivare il mondo delle promesse della democrazia comunista non manchino se i “tempi di catastrofe” dell’Impero appaiono “tempi interessanti”.

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“Noi Rebeldìa 2010. we are winning wing”. Presentazioni a Firenze e Roma

Noi Rebeldìa 2010

we are winning wing

Introduzione di Francesca Medaglia

Postfazione di Marta Barbaro

ISBN 978-88-897224-52-5

Edizioni CFR – 2012   http://www.edizionicfr.it/Libri_2012/051%20we%20ware/rebaldia.htm

Presentazioni a

Firenze, Caffé Giubbe Rosse, Piazza della Repubblica, 13/14r

Venerdì 29 novembre – ore 17:30

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Roma, Lavatoio Contumaciale, Piazza Perin del Vaga, 4

Sabato 1° dicembre, ore 17:30

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.20: La storia della filosofia per tutti (quasi). Leone Parasporo, “Il professor Beta e la filosofia. Un rendiconto semiserio”

La storia della filosofia per tutti (quasi). Leone Parasporo, Il professor Beta e la filosofia. Un rendiconto semiserio, Firenze, Clinamen, 2012

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di Giuseppe Panella*

Forse Leone Parasporo (ma tutti, in realtà, forse intimoriti da questo nome un po’ papale lo chiamano Elio) non lo ha letto ma il precedente di questo manualetto sotto forma di dialoghi socratici è un bizzarro libro di Witold Gombrowicz, Corso di filosofia in sei ore e un quarto[1], dove in poche battute filosofi fondamentali e problemi epocali si susseguono senza essere ovviamente né spiegati totalmente né compiutamente risolti ma sempre con il risultato di essere adattati agli umori del momento e alle necessità dell’epoca presente.

Come Gombrowicz, Parasporo rifiuta di essere troppo generico o divulgativo e affronta spesso i nodi teoretici che gli si presentano con baldanza e humour che altri destinerebbero a cause letterarie meno complesse e meno complicate. Il suo professor Beta è apparentato più al Professeur Y dei famosi Colloques di Louis-Ferdinand Céline che al personaggio del cartone animato South Park[2] che fa capolino nell’ultima pagina del libro, perplesso e con gli occhi spalancati, mentre si dice che stia spiegando alla classe il concetto di emanazione di Plotino.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.19: La ragazza selvaggia. Alessandro Bertante, “Nina dei lupi”

La ragazza selvaggia. Alessandro Bertante, Nina dei lupi, Venezia, Marsilio, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Nina dei lupi è molti romanzi in uno: è una storia apocalittica, un romanzo di formazione, una riflessione ecologica sul futuro destino del mondo. E’ una storia di crescita e di dolore, di follia e di voglia di vivere. Segue vicende parallele: la piccola Nina, il suo mentore e padre sostitutivo Alessio, i cani che assistono i loro padroni nel duro compito di sopravvivere al freddo alla fame all’assalto dei nemici, i predoni che si sono impadroniti con la violenza e la loro primordiale ferocia della cittadina di Piedimulo, gli abitanti del paesino di montagna che sono rimasti nelle loro mani.
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Giuseppe Panella , “Storia del sublime. Dallo Pseudo-Longino alle poetiche della modernità”

Giuseppe Panella , Storia del sublime. Dallo Pseudo-Longino alle poetiche della modernità, Editrice Clinamen, 2012, € 26,80
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Nel 1554, l’umanista Francesco Robortelli pubblica a Basilea il testo di un breve e frammentario trattato sul Sublime attribuito a un non meglio identificato retore di età ellenistica dal suggestivo nome di Cassio Longino. Anche se questa attribuzione sarà presto confutata e l’autore dell’opera sarà relegato al più umile rango di Anonimo, non solo il legato critico-filosofico del testo resterà etichettato con quell’attribuzione originaria ma la sua ripresa alla fine del Novecento continuerà a essere indicata come un recupero e una rivalutazione delle tematiche in esso contenute. Tuttavia, in questo volume (ideale continuazione di una ricerca iniziata nel 2005 con “Il Sublime e la prosa”) l’accento non cade tanto sull’analisi dell’opera dello Pseudo-Longino quanto sulle successive applicazioni che ne hanno caratterizzato la fortuna, con particolare attenzione alla storia politica e sociale di un paese come l’Inghilterra dove il legato che si suole definire “longiniano” conosce una nuova fioritura nel 1757 ad opera di Edmund Burke.

I LIBRI DEGLI ALTRI n.18: L’attesa, l’oblio. Daniela Dawan, “Non dire che col tempo si dimentica”

L’attesa, l’oblio. Daniela Dawan, Non dire che col tempo si dimentica, Venezia, Marsilio, 2010

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di Giuseppe Panella*

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Zakhor (ricorda!) è l’imperativo ebraico per eccellenza. Ma tkelouch el denia nassiana (non dite che col tempo si dimentica) è il suo sviluppo in termini umani e affettivi.

Il romanzo d’esordio di Daniela Dawan si occupa proprio di questo: l’impossibilità di dimenticare forgia e ricostruisce la catena del ricordo che permette ai viventi di non far precipitare i morti nell’oblio, rende ciò che è stato importante alla stessa stregua di ciò che sarà.

La storia narrata, infatti, si sviluppa su un doppio binario: il presente e la sua felicità consegnata alla storia d’amore tra la brillante pianista Anna Orvieto e l’altrettanto brillante fotografo Philippe e il passato in cui la fine della vicenda amorosa tra Cesare Orvieto, un prestigioso medico fascista di origine ebraica che opera a Tunisi e la pianista Augusta Levi si intreccia con la crisi del suo matrimonio e l’avvento delle leggi razziali promulgate nel 1938 dal governo Mussolini.

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Una Lettera di Philip K. Dick: “definirò la science fiction dicendo cosa non è sf”

[Trascrivo qui la lettera di Philip K. Dick del 14 maggio 1981 tratta da: Philip K. Dick, Prefazione, in Tutti i racconti. Le presenze invisibili, introd. Vittorio Curtoni, Mondadori, 1994, pp.13-14. (f.s.)]

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Per cominciare, definirò la science fiction dicendo cosa non è sf. Non la si può definire “un racconto (o un romanzo o un’opera teatrale) ambientato nel futuro” visto che esiste l’avventura spaziale, che è ambientata nel futuro ma non è sf. E’ soltanto questo: avventure, lotte e guerre, nel futuro e nello spazio, che comportano una tecnologia super-avanzata. Allora perché tutto questo non è sf? Sembrerebbe esserlo, e Doris Lessing, per esempio, crede che lo sia. Pero all’avventura spaziale manca l’idea nettamente nuova che è un ingrediente essenziale della science fiction. E inoltre, può esistere una sf ambientata nel presente: il racconto o romanzo che parla di un mondo alternativo. Quindi, se separiamo la sf dal futuro e anche dalla tecnologia super-avanzata, cosa ci resta che si possa chiamare science fiction?

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.17: Cronaca di una catastrofe non annunciata. Fabrizio Ottaviani, “La gallina”

Cronaca di una catastrofe non annunciata. Fabrizio Ottaviani, La gallina, Venezia, Marsilio, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Non usa più da tempo comprare animali vivi da tenere in casa non foss’altro che per il tempo necessario a macellarli e a farli finire in padella. Quindi l’arrivo di una vecchia dall’aspetto di mendicante che consegna una gallina viva in una distinta casa alto-borghese ha qualcosa di straniante e, in certa misura, di sottilmente perturbante.

Infatti, la gallina, una volta entrata, non se ne andrà più nonostante gli sforzi disperati e l’impegno spasmodico messo in atto per cacciarla via. Allo stesso modo, la sua permanenza nella casa avrà conseguenze disastrose non solo per la tappezzeria o i mobili di pregio che l’abbelliscono e la rendono un luogo prezioso di abitazione ma anche per i suoi abitanti. Inoltre, è difficile uccidere una gallina alla fin fine – un corpo vivo che si muove e mostra la propria vitalità in tutta una serie elementare di attività, prima fra tutte la produzione continua e puteolente di sterco animale.

Adelmo, il maggiordomo un po’ timoroso e un po’ bloccato di casa De Giorgi, non se la sente di diventare il giustiziere della gallina introdotta di frodo nell’appartamento.

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