Remainders n.7: Carlo Michelstaedter, “Poesie”, a cura di Sergio Campailla

Carlo Michelstaedter, Poesie, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, 1999 (6°ed.), pp.112, €6,20
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di Francesco Sasso

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In Carlo Michelstaedter, nato nel 1887 a Gorizia, e quivi morto suicida nel 1910, è difficile distinguere in modo netto l’opera dalla vita. Nelle Poesie, pubblicate postume nel 1912-13, egli esprime con immediato stile il concetto della morte come approdo di verità al vano tormento dell’esistere. Perlopiù, le liriche hanno una forma incompiuta e spontanea, nate non per una dimensione pubblica, ma per un uditorio ristretto (una donna, la sorella ecc). Difficile, quindi, definire il valore delle sue composizioni. Ma nelle ultime poesie, tuttavia, siamo investiti da versi che illuminano spazi di umanità inconsueta.

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“Poesie” di Marina Ivanovna Cvetaeva

Marina Ivanovna Cvetaeva, Poesie

di Francesco Sasso

Autrice di bellissime poesie, Marina Ivanovna Cvetaeva nacque a Mosca nel 1892. Sue prime raccolte di poesie: Album serale (1910) e Lanterna Magica (1912). Ma le opere maggiori, scritte tra il 1916 e il 1939, furono pubblicate in emigrazione. Nel 1939 tornò in Unione Sovietica, dove il marito e la figlia caddero vittime delle persecuzioni staliniane. Morì suicida nel 1941.

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Le poesie di Cesare Pavese: «Lavorare stanca», «La terra e la morte» e «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi»

Da marzo sto leggendo e rileggendo il volume Le poesie di Cesare Pavese, pubblicato da Einaudi.

Pavese esordì con la raccolta di poesie Lavorare stanca (1936, poi 1943), testi composti fra il 1930 e il 1935: ed è quanto di più distante si possa immaginare dall’Ermetismo trionfante in quegli anni. 

Il volume presenta una serie di poesie-racconti di Pavese che, di fronte al primo massiccio processo di industrializzazione della società italiana, avvertì il pericolo di una crescente marginalizzazione del ruolo dell’intellettuale e, soprattutto, una lacerazione in atto fra città e campagna con la conseguenza di una feroce devastazione del mondo contadino.

Tuttavia, nei luoghi della città, della fabbrica, del caffè, la poesia di Pavese s’innesta come coscienza critica della realtà. Il poeta cerca di «giungere alla natura vera delle cose, di vedere le cose con occhi vergini».

Ma «la natura vera delle cose», nella società industrializzata, è la merce, lo scambio, la produzione, l’economia. Non a caso, i personaggi tipici nello scenario metropolitano della poesia di Pavese sono la prostituta, l’ubriaco, il pezzente.

Fin’anche l’amore, sembra affermare Pavese, è merce; e dalla donna angelicata (salvifica) della tradizione letteraria italiana si passa alla prostituta che non salva nessuno.

Ne Lavorare stanca il verso si distende in ampie strutture narrative e i toni sono quelli del linguaggio parlato con immissioni di elementi dialettali e gergali.

Pavese proietta i temi che animeranno la sua narrativa- l’attaccamento alla terra d’origine, il rapporto città-campagna, i miti dell’infanzia, la condizione miserabile degli emarginati e degli emigranti- sullo schermo della cultura americana (Whitman, Lee Masters) con uguali asprezze prosastiche e con lievi note liriche.

Dal 1934 al 1940 la vena poetica di Pavese si secca e nelle composizioni subentrano le figure carcerarie e la solitudine (la finestra, la stanza, la piazza deserta). Lo sguardo del poeta tenta percorsi sghembi, lontano dai luoghi di mercificazione e inautentici della città. Dalla poesia-racconto si passa alla poesia-simbolo. La «natura vera delle cose» non è più la merce ma la morte.

Le altre raccolte, La terra e la morte (1945) e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1950), si muovono su una vena intimistica. Abbandonando la prosodia de Lavorare stanca, il poeta recupera i senari e i settenari della tradizione lirica italiana.

Ne Verrà la morte e avrà i tuoi occhi l’occasione è data dall’infelice amore del poeta per la Dawling.

Tema centrale dell’opera è l’identità Eros-Thanatos (amore-morte) non declinato come esercizio letterario, ma come tragico nucleo esistenziale che sarà poi risolto, ahimè, dal suicidio del poeta.

Quelle ne Verrà la morte e avrà i tuoi occhi sono liriche in cui il poeta si pone di fronte all’estasi e al mistero angoscioso dell’amore e del proprio destino ultimo: la morte.

f.s.

[Cesare Pavese, Le poesie, Einaudi, 2006, pag. 348, € 10,00]

L’azzurra memoria. Poesie 1970-2005 di Luigi Fontanella

di Giuseppe Panella

Luigi Fontanella, L’azzurra memoria. Poesie 1970-2005, Bergamo, Moretti & Vitali, 2007, pp. 174, euro 11

Si tratta del libro di una vita – un’antologia che parla di un tempo ormai lontano e dell’esistenza trascorsa per approdare alla dimensione significativa di un presente in cui quel passato congruisce con la facilità (e la felicità) del sogno.

Le prime poesie antologizzate sono del 1970-1972 e appartengono a una raccolta (La verifica incerta, Roma, De Luca) che esibisce già la presenza dei temi che contraddistingueranno anche in futuro la poesia di Fontanella: il viaggio come dimensione espressiva della presa di distanza, l’apparizione larvale di un mondo in composizione (o talvolta in decomposizione – quello che successivamente il poeta chiamerà laicamente parusìe), i colori della realtà quale emergenza forte delle forme della Natura in contrapposizione al grigio dell’esperienza puramente culturale.

(“Di notte le strade ingoiate fanno all’amore / l’aria più scura negli stagni sospesi… / ci si perde in un muro di spazio richiuso / sognando uno stormire improvviso di rondini / con la palude nel corpo…” – si legge a p. 27).

Nelle sillogi immediatamente successive (La vita trasparente, Venezia, Rebellato, 1978 ; Simulazione di reato, Manduria, Lacaita, 1979 ; Stella saturnina, Roma, Il Ventaglio, 1989) il tono e il taglio della scrittura evolve lentamente, quasi per approssimazioni successive.

Non tanto per indebolimento della passione lirica ma per volontà di chiarezza e di espressione più purificata nella permanenza del verso, Fontanella tende maggiormente ad esporsi in proprio e a raccontare eventi preziosi per lo scatenamento della sua ri-scoperta dell’italiano:

Postilla ultima (a Adriano Spatola). Caro Adriano, l’aggressività non è una conquista / un attributo di qualità per far buoni versi / anche se tu gli dai l’appellativo / di “linguistica” (come malaggettivo). / Io non mi pongo programmi, vedi, / procedo per reazioni, ed è forse solo / una buona dose di disgrazia / che ci fa ancora aver fede” (p. 37).

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